In ebollizione

I patiti del tè e delle tisane non possono farne a meno. Prepararsi una tazza fumante della loro bevanda preferita ovunque, in casa come in ufficio, è uno di quei piaceri a cui d’inverno non rinunciano. E di certo non si fanno scoraggiare dalla mancanza di un fornello a disposizione. Rimediare è facile, basta un bollitore elettrico e il gioco è fatto, senza doversi affannare ai fornelli. Di più, a volte perfino anche senza doversi avvicinare a una presa elettrica visto che questi elettrodomestici ormai sono anche senza fili e funzionano grazie a una base ricaricabile. Se siete tra gli amanti delle bevande fumanti, dunque, non vi resta che l’imbarazzo della scelta tra i tanti modelli offerti sul mercato. Basta un po’ di attenzione, visto che per quanto semplice si tratta pur sempre di un apparecchio elettrico che deve essere accuratamente realizzato per garantire sicurezza agli utilizzatori. Un bollitore, infatti, è un apparecchio che prevede una resistenza al suo interno, che svolge la funzione di elemento riscaldante, un termostato che regola la temperatura e – sms lån i Norge nei modelli migliori – un dispositivo in grado di interrompere il circuito in caso di apertura del tappo. In questo modo è in grado di portare un litro d’acqua a 80 gradi (la temperatura necessaria per un buon tè) in circa tre minuti (ma c’è chi ci riesce anche in 35 secondi). Con un evidente risparmio economico e di tempi di preparazione.

Effetto plastico Come scegliere un apparecchio di questo genere? Innanzitutto orientandosi tra le tipologie presenti negli scaffali, partendo proprio dal materiale con il quale sono fatti. Il più economico, com’è ovvio, è la plastica. Gran parte dei modelli adottano questo materiale che ha ottime caratteristiche di resistenza e consente di adottare soluzioni per evitare che l’esterno si riscaldi troppo, mettendo a rischio ustione gli utilizzatori. A giudicare dalle analisi fatte dalle associazioni dei consumatori in tutto il mondo, la plastica adottata dai produttori più seri non sembra subire alcun problema di migrazione di sostanze nocive nella bevanda, risultando assolutamente sicura. Più raffinato e ancora più resistente è l’acciaio inox. In questo caso, però, il rischio che si possa venire a contatto con parti troppo calde è abbastanza alto, per cui è bene manovrare questi bollitori con estrema attenzione (e non lasciarli caldi in luoghi accessibili ai bambini). Infine il vetro, materiale inerte per eccellenza, che permette anche di controllare visivamente il contenuto senza bisogno di alcun indicatore.

Formato ridotto Fatta la prima scelta c’è da decidere il formato. Gran parte dei modelli hanno optato per uno standard da 1,7 litri, l’equivalente di sei tazze abbondanti da tè, dunque più che sufficiente anche quando abbiamo ospiti. In base alle esigenze, però, si possono trovare tanto apparecchi di dimensioni più piccole (e volume minore) che più generosi. Le dimensioni variano a seconda della capienza e proprio l’ingombro potrebbe essere determinante, visto l’affollamento odierno di apparecchi che rendono le nostre piccole cucine quasi impraticabili. Sempre sul versante comodità uno sguardo andrebbe dato anche alla lunghezza del cavo d’alimentazione cercando di assicurarsi che non sia inferiore agli 80 centimetri per non doverci industriare con fastidiose prolunghe. Per chi è già cultore del tè o per chi utilizzerà il bollitore anche per preparare tisane, una caratteristica importante di questo apparecchio è che abbia un selettore della temperatura per scegliere il grado di riscaldamento dell’acqua.

Acqua dolce Sempre per i più esigenti, poi, il modello deve anche prevedere un filtro (in genere ai carboni attivi) per addolcire l’acqua (per lo meno nei casi in cui eccede in calcare) e toglierle ogni sapore anomalo che potrebbe influenzare quello della bevanda finale. Tenete conto che in mancanza di questi filtri l’elettrodomestico andrà decalcificato con costanza, preferibilmente con l’uso di aceto e non di prodotti chimici. Comoda, ma un po’ dispendiosa, è la funzione (presente solo in pochi modelli) “sempre caldo”: se permette di mantenere l’acqua a temperatura di servizio è anche vero che tiene sempre in carica l’apparecchio con uno spreco inutile d’elettricità. Importante tanto per cultori del tè che per chi si avvicina per la prima volta a un bollitore è la sua sicurezza. Da questo punto di vista il nostro sguardo dovrebbe cadere innanzitutto sulle certificazioni di qualità rilasciate da enti di prova indipendenti che garantiscano che il produttore ha adottato tutte le soluzioni per prevenire incidenti. In Italia questo tipo di test sono condotti dall’Imq, l’istituto del marchio di qualità che “timbra” gli elettrodomestici che li hanno superati, ma esistono analoghi marchi stranieri che offrono le stesse sicurezze.

Livello base Ma oltre a delegare la sicurezza elettrica ai certificatori, non vanno dimenticate quelle piccole accortezze che possono rendere un bollitore a prova di incidente. Innanzitutto la presenza di una base solida che impedisca il rovesciamento con il rischio ustioni che provocherebbe. Fondamentale, poi, che il manico sia atermico e abbastanza grande da essere impugnato comodamente e il becco di uscita ben concepito per indirizzare l’acqua nella tazza (forme strane, magari di design, potrebbero finire per rendere scomodo o perfino pericoloso servirsi una tazza di tè). Come detto, poi, è indispensabile che l’apparecchio sia dotato di termostato, meccanismo di sicurezza che impedisce il surriscaldamento e che blocca il funzionamento se il coperchio non è perfettamente inserito.

Data di fatto

Le date principali della storia della cooperazione in un calendario storico del tutto particolare.

Notoriamente il calendario è un sistema adottato per suddividere, calcolare e dare un nome ai vari periodi di tempo. Questi nomi vengono definiti date del calendario. Il termine calendario identifica inoltre lo strumento materiale utilizzato per illustrare tale sistema di calcolo cronologico. Più in generale, il termine calendario è anche usato per denotare una lista di eventi stabiliti o pianificati in maniera dettagliata. Predisposizione dell’ordine in cui determinati avvenimenti si succedono nel corso di un anno e, in senso più concreto, il prospetto, l’elenco che illustra tale successione, e DooRental naturalmente ci sono vari tipi di calendari da quello scolastico a quello calcistico e così via.
E noi abbiamo pensato a un calendario storico particolare, un calendario della cooperazione. Perché? Una prima risposta a questa domanda si trova già nel titolo: per dare forza maggiore all’identità, quella cooperativa, fatta di precise scelte etiche, associative e imprenditoriali, che si sono sedimentate in oltre centocinquant’anni di storia. Una storia in cui idee e cose, scelte di civiltà e pratiche quotidiane vivevano di interazioni continue, in cui enunciare un principio non aveva senso se non si esprimeva subito in un fare possibile. Pensiero sociale, politico, economico e azione erano tutt’uno. Impossibile scinderli. Ma occorre raccontarli. Per questo, nella nuova serie del nostro portale-magazine di Memorie Cooperative il calendario è una vera e propria cronologia di eventi della storia della cooperazione, della cooperazione di consumo italiana e, in particolare, dell’area tirrenica. I fatti, se rigorosamente raccontati, parlano. E noi vogliamo dar loro voce con l’apporto in particolare di giovani studiosi come Tito Menzani e Marco Gualersi. Partire dalle date scandite dal calendario per costruire dei percorsi che ricostruiscono gli eventi fondamentali dell’Ottocento e del Novecento, attraverso alcune “storie” del passato, mettendo in evidenza i conflitti, le speranze, le lotte e le conquiste che hanno accompagnato la difficile costruzione del movimento cooperativo. Un’occasione, insomma, per ripercorrere la storia della cooperazione, ricordare personaggi, dibattere temi, ripensare a quegli eventi, ma sempre secondo una prospettiva attuale che possa contribuire a alimentare appartenenza e consapevolezza. Enrico Mannari è direttore scientifico della Fondazione Memorie Cooperative.

A gran voce

I numeri del progetto di rilancio Unicoop Tirreno nella Capitale che ha messo in moto autobus e tram, mentre alla radio si sentivano Le voci di Coop per Roma. E le migliori selezionate diventano quest’anno gli spot di Unicoop Tirreno su Radio Dimensione Suono Roma.

432, 160, 14. Tre numeri per le tre iniziative messe in piedi in contemporanea lo scorso novembre, in occasione del rilancio della Cooperativa a Roma. Partiamo dal primo: 432 sono le persone che nei due fine settimana (pikalainaa) hanno partecipato al casting radiofonico Le voci di Roma per Coop, il concorso lanciato in collaborazione con Radio Dimensione Suono. Per due fine settimana i ragazzi della radio, col prezioso aiuto dei soci Coop, hanno allestito postazioni radio all’IperCoop Casilino e al Super di via Laurentina, invitando le persone a registrare frasi che iniziassero con “Scelgo Coop perché”, “Vengo alla Coop perché” “Mi piace la Coop perché”…

Le sei voci migliori (selezionate dalla radio e da una giuria interna Unicoop Tirreno) diventeranno (pikavippi 24h) gli spot Unicoop Tirreno su Dimensione Suono per il 2014 e i vincitori riceveranno in premio 350 euro di buoni spesa a testa da spendere nei punti vendita romani della Cooperativa. Radio… cronaca 160 sono le persone che hanno partecipato alle cinque serate sul Tramjazz, il tram storico dell’Atac trasformato in un bistrot viaggiante con musica jazz dal vivo. Soci Coop romani, clienti e-commerce della spesachenonpesa.it, dipendenti degli 8 punti vendita romani (34 estratti a sorte su 109 che si erano autocandidati), giornalisti (Il Messaggero, La Repubblica, L’Unità, Leggo, La7, Il Salvagente, Ansa, Kataweb), blogger (Tacco12), assessori del Comune di Roma (alle Attività produttive e ai Lavori pubblici), rappresentanti di associazioni (Telefono Rosa). Un pubblico variegato, grato dell’invito alle piacevoli serate che hanno contribuito a far conoscere Coop e il servizio e-commerce generando un fitto passaparola. 14 sono i giorni di circolazione dell’autobus Unicoop Tirreno che ha girato per le vie della Capitale fermandosi in alcune piazze per regalare omaggi (prodotti alimentari a marchio Coop e dei fornitori Vicino a noi), dare informazioni su Coop a Roma, sui valori, la convenienza e la sicurezza alimentare e far vedere il funzionamento della spesa on line tramite tablet. Un progetto corale che ha coinvolto diversi settori aziendali e puntato sulle idee e sulle persone, per rivolgersi a un pubblico più vasto possibile, raggiungere i cittadini più giovani e soprattutto far parlare di Coop a Roma per le vie, sul tram, nei Supermercati, via etere e sul web.

I risparmi dove li metto?

Intervista a Beppe Scienza, docente di matematica all’Università di Torino.

«Stare alla larga dal risparmio gestito e scegliere in prima persona dove mettere i propri risparmi».
Parola di Beppe Scienza, docente di matematica all’Università di Torino, da anni in prima linea sul fronte della tutela dei risparmiatori con libri, articoli e interventi . «Non è vero che vi sia molta ignoranza finanziaria, come da un po’ ripetono vari economisti al servizio di fondi comuni e gestioni. Un risparmiatore può far le scelte giuste, anche con pochissime conoscenze tecniche – continua il professore –, basta che segua pochi criteri semplici. Primo, rifiutare qualunque prodotto di cui non capisca alla perfezione il funzionamento. Secondo, nel dubbio indirizzarsi verso buoni fruttiferi postali e titoli di Stato».

fondi

Mi permetto di aggiungere anche il Prestito sociale delle Cooperative… Professore, però gli italiani si fidano della propria banca. «Si fidano, perché dal 1929 mai nessuna banca italiana è fallita. La conseguenza è che così tendono a credere che anche le varie proposte d’investimento della banca siano sicure. Errore! I soldi nei conti correnti sono sicuri, non i titoli e le polizze che la banca propone».

Come sarebbe? «Sarebbe che da quando le grosse banche sono state privatizzate, hanno cominciato a mettere i bastoni fra le ruote di chi vuole gli investimenti più tradizionali e tranquilli, per rifilargli invece fondi, gestioni e prodotti previdenziali bislacchi».

Può dimostrare quello che dice? «Circa dalla metà degli Anni Novanta le banche hanno cominciato a scatenarsi per fare massimizzare i loro utili sommergendo i clienti di prodotti del risparmio gestito. The Economist, precisamente nel numero del 5 luglio 2003, riferiva di come tra il 1997 e il 2000, circa 280 miliardi di euro vennero spostati da titoli di Stato a fondi d’investimento. Le banche spingevano questi trasferimenti, perché coi fondi guadagnano molti di più che con le commissioni d’acquisto che paga chi fa da sé. La diffusione dei fondi comuni ha spinto verso l’alto la redditività delle banche, scaricando ogni genere di rischio sui risparmiatori. Certo che qualche volta è andata anche bene. Ma l’ufficio studi di Mediobanca ha dimostrato come alla lunga il risparmio gestito abbia regolarmente reso meno dei banalissimi Bot».

Lei cosa allora suggerisce? «Intanto io suggerisco di disinvestire da qualunque genere di fondo comune o gestione in fondi».

Perché? «Da quando esistono, i fondi di investimento sono andati regolarmente peggio dei mercati nei quali investivano, i fondi obbligazionari sono andati peggio di obbligazioni e titoli di Stato, i fondi azionari peggio delle azioni ecc. E poi i fondi e le gestioni in fondi sono privi di trasparenza, non si sa cosa c’è dentro».

Anche nei fondi pensione? «Certo. I fondi pensione potrebbero anche avere porcheria nei portafogli, che tanto sono segreti. Infatti gli aderenti ai fondi pensione non hanno diritto di sapere quasi nulla su come vengono impiegati i loro soldi, tranne pochi dati riassuntivi sulla ripartizione degli investimenti, ma niente di più. Ecco perché chi ha trasferito il Tfr nei fondi pensione incoraggiato da previsioni illusorie di facili e migliori rendimenti, corre il rischio di ritrovarsi tra 20 o 30 anni con molto meno del suo collega di lavoro che ha tenuto il normale Tfr».

Certo, un po’ dipende anche dalla capacità di chi gestisce i fondi, non crede? «Sì, ma dipende soprattutto dall’andamento dei mercati finanziari; e, come confermano queste settimane di crisi, gli andamenti dei mercati finanziari non sono prevedibili, a differenza di quanto pretendono vari guru dell’economia».

Il Belpaese degli orrori

Inutile sottolineare quanto la rete giochi un ruolo fondamentale nello sviluppo del turismo in Italia, essendo diventata il mezzo più importante attraverso cui si orientano le scelte di viaggio. Eppure la storia delle iniziative turistiche on line istituzionali italiane è fatta perlopiù da una galleria di “orrori”. Macroscopico e rimasto negli annali fu il caso del portale nazionale del turismo www.italia.it un progetto faraonico imbastito dall’allora ministro Lucio Stanca, sostenuto da un budget di decine di milioni di euro e andato on line nel 2007, dopo anni di gestazione, con risultati tra il ridicolo e il disastroso. E la vicenda è tutt’altro che finita, visto che a otto anni di distanza il portale è sempre lì, inutile e mai decollato. L’ultimo arrivato nella galleria degli “orrori” è il sito voluto dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per fungere da vetrina alla pletora di eventi culturali che faranno da cornice all’Expo. Un sito improbabile fin dal nome, verybello! [verybello.it], finito immediatamente nel mirino dei critici per le sue mancanze. I suoi difetti sono stati ben riassunti da esperti web come Matteo Flora sui rispettivi blog. Improvvisazione, scarsa o nulla usabilità, errori nelle scelte progettuali e nell’impostazione comunicativa, accanto a macroscopiche castronerie come il mettere on line un sito destinato ai visitatori globali di Expo, senza che sia pronta la versione in inglese. Nel frattempo, se la materia vi appassiona, mettete fra i preferiti il sito magicitaly.wordpress.com, dove il caparbio blogger Francesco Aprile anatomizza da anni gestazione e gestione delle principali iniziative digitali istituzionali per il turismo.

Sono anni che seguo Nuovo

Sono anni che seguo Nuovo Consumo ed in particolare la mia rubrica preferita, quella sul web di Luca Carlucci (Giovanni Fonghini). Quando posso cerco di andare a prendere la mia copia cartacea del mensile sin dal primo giorno di distribuzione. Così è stato anche per il numero di Marzo e oggi, domenica 1 marzo, voglio inviare il Giovanni Fonghini “Bravo” a Luca. Il suo articolo “Il Belpaese degli orrori” ha centrato in pieno l’obiettivo. E’ assodato che il turismo può essere una grande leva di crescita economica, ma gli errori madornali descritti nell’articolo fanno ancora più rabbia se consideriamo le stime internazionali che attribuiscono alla nostra Italia una quota verosimilmente superiore al 50% dell’intero patrimonio artistico di tutto il pianeta. Strategie comunicazionali sbagliate, superficialità e una grande improvvisazione sono purtroppo il connotato frequente di tante campagne nazionali e locali di promozione turistica. Gli articoli citati da Luca Carlucci potrebbero essere un buon inizio se si dovesse pubblicare un manuale di quello che non va fatto mai quando si deve promuove il territorio italiano e le sue bellezze. Peraltro la comunicazione turistica territoriale è un mio chiodo fisso: per anni Giovanni Fonghini ne sono occupato professionalmente con le amministrazioni locali viterbesi. Oggi è un argomento sul quale mi capita di scrivere spesso sul mio blog. Non voglio essere troppo critico nei confronti di alcune recenti iniziative del ministero di Franceschini, mi sembrerebbe di sparare sulla Croce Rossa, però almeno una considerazione è d’obbligo. L’ultima iniziativa, almeno credo in ordine di tempo, è il bando per le Capitali Italiane della Cultura. Alcuni siti specializzati nell’ambito dell’arte esternavano i loro dubbi per il reperimento dei fondi – un milione di euro – da destinare alle due città italiane vincitrici per gli anni 2016 e 2017. Il loro dubbio legittimo era: se si continua in tutt’Italia a tagliare i fondi per la cultura dove si troveranno i soldi per questa iniziativa? Anche Viterbo pensa di volersi candidare. Pochi giorni fa ho pubblicato un post. Chiedo scusa, credo di essermi dilungato, la colpa è del grande interesse per l’argomento che mi ha preso la mano, pardon la tastiera.

Vi saluto.

Giovanni Fonghini

Giovanni Fonghini

A nostra scelta

Crescita sembra essere la parola d’ordine dei nostri tempi, da quando la crisi ha investito gran parte delle economie mondiali. E l’invocazione della crescita si è fatta martellante e insistente da noi soprattutto nell’ultimo anno visto il ritardo della ripresa, più volte annunciata e non ancora arrivata. Ma le invocazioni servono a poco, così come gli annunci. C’è piuttosto da chiedersi quale crescita sia possibile e quale auspicabile, visto che il ripristino dei meccanismi ante-crisi (quelli stessi che peraltro l’hanno provocata o comunque non sono valsi a evitarla) non appare realizzabile, almeno nei termini e nella misura dei decenni precedenti. È infatti opinione condivisa che tassi d’incremento del Pil come quelli passati non siano raggiungibili nel breve-medio periodo e verosimilmente neanche più in là. Questo significa che la crescita dovrà essere perseguita e realizzata nell’ambito di risorse certe, da gestire meglio.

In altri termini: il tempo del bengodi è finito e lo è anche la possibilità di scaricare sulle generazioni future il prezzo di una spesa complessiva proiettata al di là della risorse disponibili. Allora, poiché l’obiettivo delle scelte di politica economica è, o dovrebbe essere, quello di far stare meglio la generalità delle persone, la questione si sposta sulla qualità delle scelte. Il Pil è il prodotto interno lordo, cioè l’insieme della ricchezza prodotta in un paese. Si tratta di scegliere, primo su che cosa puntare per accrescere tale ricchezza, secondo come operare perché essa sia distribuita in modo da migliorare le condizioni di tutti. Dare lavoro a chi non ce l’ha è la prima esigenza: ma si può farlo in modi diversi, ad esempio, costruendo nuovi grattacieli nelle città soffocate dal cemento oppure mettendo in sicurezza l’assetto idrogeologico di un territorio che sta andando in malora. In entrambi i modi si crea occupazione e s’incrementa il Pil: bisogna scegliere. E ancora: si può creare lavoro sia investendo nell’istruzione e nella ricerca sia moltiplicando opportunità e sedi per i giochi d’azzardo. Sono esempi sommari, ma è solo per dare l’idea delle scelte da fare per incrementare il famoso Pil.

A nostra scelta

A nostra scelta

Quanto al secondo punto – la distribuzione della ricchezza prodotta – non occorrono tante parole per dire di quale scelta si tratti: bastano quelle adottate di recente dal presidente degli Stati Uniti per affermare la necessità di tassare di più i ricchi e alleggerire le imposte sui ceti medi.

Infine, per riconoscersi nello sforzo per la crescita, il paese dev’essere certo che essa possa svolgersi nella legalità.

Questo è un punto centrale di tutta la questione.

Oro d’oliva

Prodotto che il mondo ci invidia, vanto delle nostre abitudini alimentari, condimento perfetto per piatti salati e dolci, a crudo o cotto. Buono e sano. L’olio d’oliva è la spremuta di un frutto, non il prodotto di un seme e questo ne fa il più nobile dei grassi vegetali, non a caso usato come simbolo della dieta mediterranea. A renderlo principe della tradizione italiana sono tre punti di forza: il gusto unico in cucina, l’effetto salutare sull’organismo e i sempre più apprezzati impieghi nella cosmesi. Non stupisce che su questi tre vantaggi insistano i produttori per promuoverne la cultura. E, mentre gli studi scientifici confermano la sua importanza per una vita più sana, all’extravergine si aprono nuove frontiere nella gastronomia, come nei trattamenti estetici, dagli impacchi per i capelli ai massaggi per il corpo.

Impianto dell’olio

Ricco di polifenoli, ha una funzione antiossidante poiché aiuta a limitare l’invecchiamento cellulare. Crudo o riscaldato, è il condimento migliore per il suo sapore e per le sue proprietà, tra le quali la composizione acidica, con predominio di acidi grassi monoinsaturi e un perfetto equilibrio di polinsaturi, il suo contenuto di protovitamina A e di vitamina E. Il consumo d’olio d’oliva diminuisce il colesterolo totale aumentando il saggio del colesterolo cosiddetto buono. Di qui il suo effetto protettivo sulla salute. Il rischio di malattie coronariche, per esempio, è molto più alto tra gli abitanti di paesi non consumatori d’olio d’oliva, rispetto a quello delle popolazioni mediterranee. E per la sua composizione svolge un sicuro effetto protettivo sulle arterie, sullo stomaco e sul fegato. Senza tralasciare il gusto e la versatilità in cucina, che ormai sembra non avere più confini come dimostra il suo uso nei dolci: sempre più chef e maestri pasticceri iniziano a sostituire tutto o in parte il burro con l’extravergine, nei ciambelloni, nei composti per torte e plum cake. Non avete mai provato la delicatezza di una pastafrolla friabile preparata con l’olio d’oliva? È ora di farlo, magari da guarnire con un’insalata di lamponi condita con qualche goccia d’extravergine e profumata da una julienne di scorza di limone.

l’olio d’oliva

Di pregio 

Se state pensando che però l’extravergine di qualità sia troppo caro, sbagliate di grosso: deve essere il frutto del lavoro dell’uomo che cura l’oliveto, della raccolta fatta a mano, della spremitura artigianale senza uso di prodotti chimici. Se costasse troppo, poco ci sarebbe da preoccuparsi, nasconderebbe magagne in fase produttiva. In fondo, quando cambiamo l’olio all’automobile ci preoccupiamo che sia il migliore per il motore. E perché non avere la stessa cura per il nostro corpo? C’è dietro una cultura ultramillenaria da preservare. L’olio accompagna l’uomo fin dall’antichità, usato nei riti sacri, per l’illuminazione e per la cura della pelle, già citato nei poemi omerici, nei testi biblici, nei scritti latini. La diffusione dell’olivo inizia nel VI secolo a.C. proprio per mezzo degli scambi degli Etruschi con i fenici e i greci della Magna Grecia. Noccioli di olive sono stati rinvenuti in alcuni reperti archeologici dell’Etruria meridionale, nella provincia di Viterbo, che i romani chiamavano Tuscia. I tusci erano noti per la dedizione all’olivicoltura e alla produzione di olio pregiato, come sappiamo dai dipinti rinvenuti nelle tombe etrusche. Successivamente, anche i romani dedicarono molta attenzione a tale coltura che, nelle villae disseminate nel territorio, producevano le olive e le trasformavano nei frantoi annessi, dove si sviluppò anche un florido indotto, quello delle ceramiche per il trasporto e lo stoccaggio dell’oro liquido.

Assaggio di storia 

Ancora oggi l’olio della Tuscia, che dal 2005 ha ottenuto la certificazione europea dop, è rinomato in tutta Italia e arriva sulle tavole di chi predilige gli oli dall’odore che ricorda il frutto sano e fresco (perché raccolto al punto ottimale di maturazione), il sapore fruttatomedio, e il suo retrogusto equilibrato di amarognolo piccante (indice di ricchezza di polifenoli). Così da sempre si fa in un territorio che comprende 52 comuni della provincia di Viterbo. Dove oggi, come nei secoli scorsi, decine di famiglie ancora si dedicano all’antica nobile attività. Tra queste la famiglia Paolocci porta avanti la passione, iniziata ai primi del Novecento, dall’avvocato Agostino che volle acquistare un frantoio tradizionale, a macine di pietra, tra i più conosciuti e amati nel paese di Vetralla, vicino a un fontanile quasi incastonato tra le vecchie mura del paese. Al tribunale l’avvocato preferiva la pace dei vasti oliveti e trasmise al figlio Marcello, oltre che la proprietà, quest’amore. Con lo stesso entusiasmo, oggi, i giovani di quella famiglia, i fratelli Fausto e Stefano, curano la conduzione dell’impianto, adeguato nel frattempo alle tecniche più moderne, per far arrivare sul mercato un prodotto selezionato in quantità limitata. Il risultato? Un olio dalle caratteristiche peculiari, di colore verde intenso che gli esperti descrivono “di buona intensità al naso, con sentore di carciofo ed erba fresca, dalla piacevolissima connotazione fruttata e vegetale”, che al gusto si presenta intenso e persistente, con un giusto equilibrio tra amaro e piccante e in chiusura lascia una gradevole nota di mandorla dolce. Per portare a tavola un assaggio di storia.

Buona cera

Crea l’atmosfera, con la sua fiamma rallegra e rende speciali con poco sforzo i nostri momenti. Attraverso le sue fragranze contribuisce a profumare gli ambienti e ad assicurarci una sensazione di benessere e relax. Accendere una candela in casa, insomma, è una piccola coccola verso noi stessi e i nostri ospiti che, tra l’altro, è alla portata di ogni tasca. A condizione, ovviamente, di scegliere una candela fatta ad arte per non correre il rischio di trovarsi di fronte a un prodotto pericoloso.

Ritorno di fiamma, buona cera

Gli allarmi, ricorrenti nelle denunce delle associazioni internazionali dei consumatori, non mancano e spesso hanno dimostrato la presenza sul mercato, accanto a lumi di ottima qualità, di altri in grado di sprigionare vapori tossici anche in quantità preoccupanti. E allora anche la scelta di un complemento d’arredo così semplice, quale dovrebbe essere la candela, rende necessarie alcune accortezze da parte del consumatore. La prima è conoscere, almeno per sommi capi, la materia prima di cui sono composti questi oggetti. L’ingrediente principale, ovviamente, è la cera che può essere tanto naturale quanto di sintesi. Nella prima categoria rientra tanto quella ottenuta, per l’appunto, dalla produzione delle api ma anche dalla lanolina o dal sego o da specie vegetali, come la carnauba e la candelilla. Tra le sintetiche, invece, rientrano tutte quelle derivate dal petrolio. E in questo caso si tratterà di paraffine, cere microcristalline o petrolati. 

Fuochi artificiali 

Di per sé queste categorie non sono sufficienti a stabilire la qualità e la sicurezza di una candela. Tanto per intenderci, non è detto che un prodotto che si dichiara naturale sia meno pericoloso di uno sintetico: per la atossicità dei fumi di questi oggetti, infatti, è determinante il grado di purezza e la raffinazione delle materie prime, comprese le essenze eventualmente aggiunte per assicurare una determinata profumazione. Peccato che, molto spesso, si tratti di caratteristiche che non è dato conoscere al momento dell’acquisto, visto che non esiste alcun obbligo di un’etichetta sufficientemente informativa. Proprio per questo, però, trovarne una ricca di indicazioni può essere un primo segnale di correttezza del produttore da non sottovalutare. In qualche caso, poi, sulle confezioni appaiono anche diciture che possono aiutare a valutare la qualità delle materie prime utilizzate. Tra queste le più comuni sono sui coloranti “idonei al contatto con gli alimenti”. Di cosa si tratta? Di un’autocertificazione che esclude possano contenere sostanze pericolose (cromo, piombo o altri metalli pesanti), ma non assicura che non ne sviluppino durante la combustione. Una vera e propria certificazione, invece, è quella “secondo le norme Ral” che prevede il controllo degli standard con cui è prodotta la materia prima.

Il gioco vale la candela 

Altra autocertificazione che può eventualmente campeggiare sulle etichette è che le fragranze rispettino le regole Ifra. In questo caso si tratta dell’associazione delle industrie produttrici di fragranze che dettano regole stringenti sulla atossicità dei profumi che mettono in commercio. Infine l’Uni (l’Ente Nazionale Italiano di Unificazione) ha pubblicato 3 norme tecniche riguardanti i requisiti e i metodi di cera prova per la valutazione della sicurezza delle candele, con riferimento alla determinazione dell’indice di fuliggine, alla prevenzione degli incendi domestici e all’etichettatura e informazione dei consumatori. Sulla base di tali norme è possibile ottenere una certificazione di prodotto che tuteli l’utilizzatore finale garantendogli la corretta realizzazione della candela e il rispetto delle normative tecniche emanate. Per evitare di mettere nel carrello una candela scadente o perfino pericolosa dobbiamo fare attenzione anche allo stoppino. Se ci accorgiamo che al suo interno ha un’anima di nylon o piombo (basta inciderlo anche leggermente con l’unghia per distinguerla dal cotone intrecciato), lasciamo il prodotto sullo scaffale: è un campanello d’allarme della possibilità che sprigioni sostanze tossiche come ossido di piombo, benzene e diossine. Quando si acquista una candela colorata in un contenitore (le cosiddette tea light contenute in vetro, alluminio o terracotta) provate a estrarla dal cilindretto: è facile imbattersi in prodotti scadenti che, sotto il primo sottile strato di cera colorata e profumata, nascondono una parte più consistente bianca e non profumata. Un indice di prodotti di basso prezzo e pessima qualità. Di fronte a questi piccoli inganni, non è sbagliato sospettare anche della qualità e della sicurezza della candela.

Luce dello stoppino

Qualche piccolo segreto per far bruciare bene una candela cera e assicurarci il benefico effetto della luce. 

buena cera

Al momento della prima accensione tagliamo lo stoppino a una lunghezza di circa 5 millimetri: è l’ideale perché bruci bene e non faccia fumo. Se notiamo una fiamma eccessivamente tremolante, troppo alta o irregolare, spegniamo la candela, lasciamola raffreddare e accorciamo lo stoppino. Ne miglioreremo la combustione. Al momento di spegnerla, se non disponiamo di uno spegnicandele, il modo migliore sarebbe ripiegare lo stoppino nella cera fusa. In questo modo, oltre a evitare fumo e odori, avremo una candela con stoppino ben cerato, pronto a riaccendersi al successivo utilizzo.

Darsi alla macchia

Tra acqua e olio ci vuole la mediazione del sapone. Il retroscena di come si tolgono le macchie.

Non si frigge con l’acqua, è risaputo. E nemmeno si lava. Strano a dirsi, ma l’acqua, a causa della grande tensione superficiale che fa assumere alle gocce una forma sferica, non bagna completamente tutti i corpi. Strofinate e sciacquate pure, ma essendo il contatto dell’acqua con lo sporco ridotto al minimo, è inefficace contro grasso e olio. Poi l’acqua è soprattutto una sostanza polare (le sue molecole sono caricate positivamente e negativamente) e quindi non interagisce chimicamente (non si mescola, non si scioglie) con un’apolare, come l’olio.

Darsi alla macchia

È come mettere a contatto delle calamite con un piatto di spaghetti, così acqua e olio rimangono l’una sopra l’altro, senza mescolarsi. Se, invece, uniamo due sostanze polari esse interagiscono. Un esempio? Quello noto a tutti di sale e acqua: l’uno si scioglie nell’altra. L’azione dei saponi si basa proprio su questo principio detto del “simile scioglie il simile” perché nella scienza, così come nella vita quotidiana, buoni e cattivi, polari e apolari non stanno sempre separati. È spesso necessario, o addirittura auspicabile, che s’incontrino e interagiscano. Servono, insomma, delle mediazioni, l’intervento di qualcuno o qualcosa che abbia un po’ le caratteristiche di una parte e un po’ dell’altra e sia in grado di risolvere efficacemente la faccenda. Per fare interagire l’acqua con l’olio c’è, quindi, bisogno di una terza sostanza le cui molecole siano un po’ polari, quindi idrofile, e un po’ apolari, ossia lipofile. Questa sostanza è il sapone. Grazie ai suoi costituenti ambivalenti, cioè molecole formate da lunghe “code” apolari (darsi alla macchia) e da “teste” polari (darsi alla macchia), riesce a interagire sia con l’acqua che con il grasso e, alla fine, lavare mani, camicie e piatti. In sostanza perché le code idrofobe circondano e si legano allo sporco, mentre le teste idrofile si orientano verso l’esterno e si dispongono a contatto con l’acqua. Il risultato è la formazione di aggregati di sporco circolari, le micelle, avviluppate in uno strato di molecole di tensioattivo (sostanza che aumenta la bagnabilità delle superficie e la miscibilità tra liquidi). A quel punto basta un po’ d’azione meccanica, il famoso “olio di gomito”, e un po’ d’acqua per staccare le macchie da tessuti, pelle e piatti.