Analisi di mercato

Dal “Rapporto Monti” una spinta alla costruzione di un mercato unico europeo più forte per superare le avversioni all’integrazione e i rischi del nazionalismo economico. Il ruolo di Francia e Germania per la costruzione di un’economia sociale di mercato

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«Il mercato unico è più necessario che mai ma in un momento in cui è più impopolare che mai». La sintesi è del professor Mario Monti, già commissario europeo alla Concorrenza e oggi presidente dell’Università “Bocconi”, durante la presentazione del “Rapporto Monti” da lui redatto, su richiesta del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, e diventato, lo scorso 6 luglio, occasione per discutere su “Una nuova strategia per il mercato unico” nel convegno organizzato a Roma dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea con l’Università Luiss “Guido Carli”. Il Rapporto propone una nuova strategia contro i rischi del nazionalismo economico. Come? Costruendo un mercato unico più forte, su questo generare consenso, regolamentare il mercato ma non troppo. Infine, con un’iniziativa politica per rafforzare il mercato e per rinnovare l’interesse delle istituzioni dell’Unione Europea per il mercato unico. Sono questi gli ingredienti, in sintesi, dell’articolato e approfondito Rapporto.

Come fare a spingere in avanti questo processo in una fase in cui il mercato è più impopolare che mai? «Credo prendendo per le corna il tema del consenso. Di qui, la decisione di non preparare un elenco di misure che consiglio di adottare, ma una serie di proposte con opportuni accorgimenti che consentano, se c’è un forte impegno politico da parte delle istituzioni europee, di superare i problemi. Ho fatto un censimento delle origini delle riluttanze al mercato unico che si erano sviluppate già prima della crisi con una stanchezza verso l’integrazione. Poi è venuta la crisi finanziaria che ha tolto una parte di credibilità all’economia di mercato; occorre, quindi, un processo di ricostruzione, necessario anche solo per restare fermi dove siamo perché in quasi tutti gli stati membri noi assistiamo alla crescita di partiti, a destra e a sinistra dello schieramento, accomunati da una sola idea forza: l’avversione all’integrazione, che sia integrazione globale o europea».

Ma qual è allora il futuro del mercato unico? E quali saranno le sue caratteristiche? «Noi non possiamo permetterci di continuare a proiettare un’immagine del mercato unico che metta a rischio, o dia l’impressione di mettere a rischio, gli interessi dei lavoratori e gli obiettivi sociali come in parte è avvenuto. In particolare è importante ricreare un consenso tra parti sociali, Governi, Stati membri su questi temi».

Un capitolo a parte riguarda il ruolo della Germania e il difficilissimo momento che attraversa quella che consideriamo la coppia di testa dell’Unione europea: Germania e Francia. «Occorre dire: Germania, torna a essere Germania. La Germania esce da questi anni con un convincimento rafforzato, e non ingiustificato, sulla bontà del proprio modello rispetto ai modelli anglosassoni, ma anche con alcuni atteggiamenti di chiusura sul mercato e sulla concorrenza. La speranza è che si possa, invece, da parte dell’Europa, fare qualche pressione sulla Germania perché, riscoprendo l’economia sociale di mercato, torni a essere motore, impulso all’integrazione europea dopo essere diventata freno in questi anni, spingendo molto sul mercato all’interno, liberalizzando di più i servizi e anche promuovendo un nuovo avanzamento del mercato unico».

Che ruolo potrebbe avere il nostro paese in questo quadro? «Io credo che l’Italia potrebbe avere un notevole ruolo. L’Italia è un paese che, in questo campo, ha meno bagaglio ideologico di altri, che non è veramente anglosassone né veramente economia sociale di mercato di stampo renano; è un paese che ha dato contributi fondamentali alla costruzione europea. In un momento di sbigottimento degli assetti tradizionali, credo che una forte iniziativa italiana potrebbe essere molto utile».

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