Badate a voi

Se non ci fossero loro tante famiglie italiane non saprebbero come assistere anziani, malati, portatori di handicap e persone non autosufficienti. Sono più di un milione e mezzo, quasi tre su quattro straniere, in aumento negli ultimi anni del 37 per cento. Eppure secondo gli esperti in un prossimo futuro potrebbero non bastare per il bisogno di assistenza di un paese sempre più vecchio e sempre più povero che forse non potrà permettersele. Universo badanti e badati...

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In Italia lavorano tra le 800mila e il milione di badanti. L’80 per cento sono straniere e 360mila sono irregolari. Almeno lo erano fino al 30 settembre, quando sono scaduti i termini per la regolarizzazione di badanti e colf. Si tratta di un esercito di lavoratrici venute in soccorso di quasi 2,5 milioni di famiglie che spendono più di nove miliardi di euro l’anno per coprire la pesante assenza dello Stato nelle politiche di sostegno alla famiglia.

I pochi spiccioli destinati al fondo per le politiche sociali diminuiranno ancora e, con l’approvazione della Legge Finanziaria, passeranno da 1.528 milioni del 2008 a 1.312 del 2009, caleranno ancora nel 2010 per arrivare infine a soli 961 milioni nel 2011 quando l’invecchiamento della popolazione richiederebbe ben altre risorse. Stessa sorte per i fondi destinati al sostegno alla famiglia: 273 nel 2008 e 187 nell’anno in corso. Saranno solo 138 nel 2011: più che dimezzati.
Ancora più grave è il taglio totale degli aiuti alla non autosufficienza nei prossimi due anni. La forbice di Tremonti insomma ha ghigliottinato senza pietà anche quelle poche risorse che lo Stato elargisce a chi ha più bisogno, gli anelli deboli della catena sociale di cui si dovranno far carico, se possono, le Regioni e i Comuni, ai quali a loro volta sono stati tagliati i fondi. Ecco spiegato perché l’Italia è l’unico paese d’Europa invaso dall’immigrazione benefica delle badanti. E per fortuna che ci sono loro, altrimenti tante famiglie italiane non saprebbero come fare ad assistere anziani, malati, portatori di handicap e persone non autosufficienti.

privata assistenza Dal 2001 ad oggi, secondo i dati forniti dal Censis, il loro numero è aumentato del 37 per cento. In totale sono più di un milione e mezzo e quasi tre su quattro sono immigrati. Molti di loro sono stati regolarizzati grazie alla “Dichiarazione di emersione” che rende lavoratori dipendenti a tutti gli effetti coloro che attualmente lavorano come assistenti alla persona e collaboratori domestici. I datori di lavoro italiani hanno avuto tempo fino al 30 settembre per mettere in regola colf e badanti occupati presso di loro in nero da almeno tre mesi prima del 30 giugno scorso. L’atto di “umanità” dei nostri governanti nei confronti di badanti e colf clandestini che un decreto ad hoc ha sottratto al rischio di essere arrestati come previsto dal famigerato decreto sicurezza, si spiega con il timore che la mancata regolarizzazione avrebbe potuto aumentare da un lato l’affollamento delle già traboccanti patrie galere, dall’altro il ricovero di anziani nelle strutture pubbliche con pesanti ripercussioni sul Sistema Sanitario Nazionale. In realtà il nostro paese è agli ultimi posti in Europa in fatto di assistenza domiciliare integrata. Nessuno lo dice, ma le badanti, di fatto, coprono l’assenza dello Stato e lo Stato, per ricambiare le famiglie di questo favore, ha chiesto loro di pagare 500 euro per la regolarizzazione di chi si prende cura dei loro congiunti bisognosi di assistenza. Molti assessori regionali ai servizi sociali, a cominciare da quello del Veneto, Stefano Valdegamberi, che è anche coordinatore nazionale degli assessori al sociale, trovano assurdo e sbagliato che lo Stato abbia chiesto alle famiglie 500 euro per regolarizzare le badanti. «È una misura vessatoria e penalizzante – ha dichiarato Valdegamberi – perché le persone che hanno bisogno di assistenza aiutano enormemente lo Stato a risparmiare sulle spese sanitarie e sociali». Eh sì, la signora ucraina che abbandona la propria famiglia per assistere un emerito sconosciuto in un paese lontano dovrebbe essere ringraziata due volte: la prima per accudire l’emerito sconosciuto, la seconda per togliere le castagne dal fuoco ad uno Stato latitante che ha bisogno di loro per far quadrare i suoi malandati bilanci costringendo in pratica le famiglie bisognose di un’assistenza domiciliare a scucire fior di quattrini, alimentando così un imponente flusso di danaro che esce dalle loro tasche e percorre il cammino inverso rispetto a quello che si dovrebbe avere in un sistema di welfare moderno. Questi costi sono solo in parte coperti dall’assegno di accompagnamento di 472 euro mensili erogato ad appena un anziano su dieci.

«Purtroppo in Italia, tra il medico generico e la struttura ospedaliera c’è poco o niente – dice Niccolò Marchionni, ordinario di geriatria all’Università di Firenze e presidente della Società italiana di geriatria e gerontologia – manca cioè una rete di servizi in grado di seguire quelle persone, per lo più anziane, che hanno un quadro clinico complesso, con più malattie croniche poco suscettibili di guarigione». Ecco perché in molti casi le badanti svolgono compiti importanti anche per quanto riguarda le terapie farmacologiche. «A loro spetta il compito delicato di rispettare dosaggi e orari, per cui se dovesse mancare il loro apporto si potrebbe verificare un massiccio aumento degli accessi al pronto soccorso degli ospedali», aggiunge Marchionni.

la sacra famiglia Questo apre un difficile problema di formazione professionale nei confronti di chi ormai svolge un ruolo fondamentale nella nostra società dal punto di vista sociosanitario. Insomma, le badanti non sono professioniste della salute e benché siano brave e meticolose, chi si occupa di dare una minima formazione professionale a chi ha a che fare tutti i giorni con posologie e cure mediche? Se ne farà carico lo Stato? Oppure le famiglie dovranno ancora una volta arrangiarsi magari con l’aiuto di qualche benemerita associazione solidaristica di cui per fortuna l’Italia non manca?

C’è poi un altro aspetto squisitamente “umano” da considerare. Finora ci siamo messi nei panni dei poveri concittadini che hanno bisogno di qualcuno che li assista. Abbiamo provato a metterci nei panni di Maroni che non vuole mettere in crisi il welfare-fai-da-te e di Tremonti che vuole risparmiare su tutto. Ma il punto di vista delle 19 badanti chi mai lo ha considerato? Troppo spesso vediamo nei migranti esseri impersonali, diversi da noi, come se anche loro non avessero, oltre che bisogni materiali, affetti e sentimenti. Se è vero che, sempre secondo i dati del Censis, il 72 per cento circa di colf e badanti sono di origine straniera e il 57 per cento ha meno di 40 anni, che tipo di vita affettiva possono avere queste persone e in quale modo vengono soddisfatte le loro esigenze e quelle dei loro cari rimasti in patria? Stiamo parlando di esseri umani che lasciano altri esseri umani per venire da noi ad accudire altri esseri umani. Una scelta difficile, spesso penosa che mette a dura prova la capacità di resistenza di queste persone costrette ad interrompere per un lungo periodo rapporti familiari e sociali. A volte questa rete di relazioni va in pezzi e non si ricompone più.

Spesso ad una famiglia italiana “salvata” corrisponde una famiglia ucraina o rumena o peruviana distrutta. La separazione forzata delle donne migranti dai familiari rimasti in patria ricade sui membri più vulnerabili della famiglia, minori e anziani. Il costo personale si trasforma così in un costo sociale, reso del resto già alto dal forte sbilanciamento demografico che colpisce tutti i paesi a forte emigrazione che perdono una percentuale importante di popolazione attiva.

faccende domestiche A prima vista sembra di assistere a un flusso illimitato, sempre disponibile, perfettamente plasmabile sulle esigenze delle nostre famiglie. «E se invece scoprissimo che le badanti non sono un esercito, ma al contrario una risorsa scarsa che potrebbe presto esaurirsi?» si chiede Flavia Piperno, del Cespi (Centro studi di politica internazionale) coordinatrice di una consultazione fra esperti su welfare e immigrazione secondo la quale fra 5-10 anni aumenterà il bisogno di manodopera non solo nel settore della cura ma anche in alcuni gradini più elevati della filiera del welfare, come quello degli operatori socio assistenziali e socio sanitari e degli infermieri. «Quando si verificherà un divario tra domanda e offerta di lavoro nel settore dell’assistenza familiare in co-residenza per non autosufficienti – spiega Piperno – l’esercito delle badanti non sarà più sufficiente a rispondere alla domanda delle famiglie oppure saranno le stesse famiglie a non potersi più permettere una cura privata». Intanto la crisi economica ha spinto molti italiani, per lo più donne, a cercare un’occupazione nel settore della cura.

«Ma questo fenomeno può tamponare solo in parte l’inevitabile carenza di manodopera che si verificherà al venir meno del meccanismo che oggi rende possibile la “quadratura del cerchio”, ovvero un’offerta capillare di cura a fronte di una limitata spesa sociale – osserva Piperno –. Nei prossimi anni, infatti, arriveranno alla vecchiaia molte persone con pensioni assai basse, insufficienti ad assumere una badante a tempo pieno. Contestualmente la politica di lotta al sommerso e all’evasione fiscale sta già conducendo a un innalzamento dei costi, rendendo meno accessibile alle famiglie il ricorso alla cura privata. Inoltre in futuro la presenza in Italia di un’offerta disponibile a lavorare nel settore della cura dipenderà dalla capacità del nostro paese di vincere la concorrenza di altri paesi europei nell’attrarre manodopera migrante». Sarà necessario garantire migliori condizioni lavorative, ma ciò, tuttavia, si rivelerà un ulteriore elemento che rischia di rendere troppo oneroso il lavoro inpiegabile nel settore domestico.

Tra l’altro il miglioramento delle condizioni socio-economiche dei paesi Est europei diminuirà l’offerta di lavoro proveniente da queste aree. E come se non bastasse, gli esperti temono che la domanda di assistenza per i grandi vecchi (ultraottantenni) cresca oltre la capacità di auto-regolazione del mercato, pur in presenza di un alto livello di informalità e sommerso. A questo punto è lecito domandarsi: fino a quando reggerà il sistema?


Non è un paese per vecchi

Senza le badanti il sistema sanitario collasserebbe. Ma l’invecchiamento della popolazione richiede un cambiamento urgente delle politiche assistenziali. A colloquio con il professor Niccolò Marchionni, ordinario di gerontologia e geriatria presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze e presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria.

Come è messo il nostro paese in Europa per quanto riguarda l’assistenza domiciliare? «Non benissimo. Siamo agli ultimi posti in strutture alternative al ricovero in ospedale o in Residenze sanitarie assistite (Rsa), strutture sempre più necessarie perché con l’invecchiamento della popolazione c’è un conseguente aumento delle malattie croniche con gravi effetti sulla disabilità e sulla capacità di autonomia di molte persone».

Quindi in pratica le badanti svolgono un’attività di supplenza? «Indubbiamente. Tra l’altro questo tipo di pazienti rischiano di essere ricoverati più per motivi sociali che sanitari e finirebbero per ingorgare i nostri pronto soccorso. Inoltre i loro programmi terapeutici sono complessi perché spesso hanno più malattie croniche poco suscettibili di guarigione. Questo implica una politerapia che richiede grande attenzione e assoluta maestria... In questi pazienti i rischi di effetti collaterali da farmaci aumentano: è fondamentale quindi avere una persona consapevole di queste difficoltà».

Devono preoccuparsi delle terapie, somministrare farmaci, fare operazioni di tipo infermieristico. Quello delle badanti è spesso un compito difficile che richiede una preparazione adeguata... «Siamo talmente convinti dell’importanza e della delicatezza del compito delle badanti che nel 2010 la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria svolgerà uno studio su salute e benessere dell’anziano, in collaborazione con la Fondazione Sanofi-Aventis, con l’obiettivo di fotografare le condizioni di salute e le relazioni sociali e familiari di pazienti ultrasettantacinquenni. Quest’indagine si tradurrà poi in corsi di formazione gratuiti per badanti in modo da migliorare la loro preparazione».

Cosa succederebbe se, in seguito ad alcune interpretazioni restrittive del decreto sicurezza, una parte di loro non dovesse avere i requisiti per essere regolarizzata? «Si rischierebbe un collasso del Servizio Sanitario Nazionale. La messa in crisi del sistema del badantato potrebbe avere dei risvolti negativi sugli aumenti dei ricoveri e richieste di istituzionalizzazione dove fra l’altro la disponibilità di posti letto ci vede buoni ultimi».

Professore, lei è presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria. Quali sono le tendenze in atto riguardo l’invecchiamento della popolazione? «L’Italia è uno dei paesi più vecchi del mondo, a causa della più alta quota di ultrasessantacinquenni (25 per cento) e della più bassa percentuale di giovani con meno di 15 anni (14 per cento). Se da un lato la longevità è un fatto positivo, dall’altro apre una serie di problemi sociali e assistenziali complessi di cui ormai da tempo non possono più occuparsi i figli e le donne. Negli anni Cinquanta per ogni ultrasettantacinquenne vi erano almeno cinque figli adulti che potevano prendersi cura di lui, oggi per lo stesso anziano ve ne sono poco più di due e nel 2050, secondo le proiezioni, ve ne sarà solo 0,9. E ora che le donne giustamente lavorano la loro disponibilità a svolgere quel ruolo tradizionale di assistenza agli anziani cui erano relegate nella famiglia allargata fino a pochi decenni fa si riduce. E noi geriatri sappiamo che quando il sistema famiglia va in crisi si traduce immediatamente in aumento dei ricoveri».

Chi si occuperà degli anziani e delle persone non autosufficienti quando si ridurrà il flusso di immigrazione dai paesi dell’Est Europa? «Dovrà occuparsene la sanità pubblica e per farlo bisognerà trasferire una parte delle risorse assistenziali dedicate al paziente con problemi acuti per essere in grado di trattare le grandi cronicità. Tutti sanno che gli Stati Uniti sono il paese più avanzato per quanto riguarda la ricerca e le tecnologie mediche. Eppure il tasso di mortalità negli Usa è molto simile a quello dell’Albania. E sa perché?».

Forse perché negli Stati Uniti le cure si pagano? «Anche. Ma soprattutto perché vi è un grave deficit nell’assistenza alle malattie croniche che colpiscono soprattutto la popolazione anziana. In pratica abbiamo una medicina efficace nel ridurre la mortalità per malattie acute, si muore meno di infarto e di altre patologie gravi, ma questo paradossalmente aumenta la probabilità di sviluppare serie malattie croniche di fronte alle quali il sistema sanitario non è adeguatamente attrezzato. E lo sarà sempre di meno dato che l’incremento della popolazione anziana riguarda non solo gli anziani ultra sessantacinquenni, ma anche i cosiddetti grandi vecchi con più di 85 anni che nei prossimi anni cresceranno dell’800 per cento»

E questo cosa significa? «Significa che mentre un settantenne può ancora essere definito un “anziano giovane”, gli over 85 hanno un rilevantissimo tasso di infermità e di conseguenza pongono problemi assistenziali molto elevati».

Qual è secondo lei la soluzione? «La soluzione è quella di sviluppare una rete di servizi con molteplici nodi specializzata, una rete integrata in grado di dialogare e di garantire il flusso di pazienti al suo interno passando attraverso i vari gradi di assistenza necessari, compreso quella familiare. Il problema è molto serio e bisogna cominciare a pensarci subito».