Se vuoi guadagnare di più fai gli straordinari, se sei già in pensione torna al lavoro, e se proprio non ce la fai beccati la tessera della miseria. Ecco la ricetta del governo per risolvere i guai delle famiglie.
Con l’introduzione della tessera della povertà possiamo dire di avere fatto un acrobatico salto all’indietro di una sessantina d’anni. Siamo tornati ai tempi della pietà di Stato, con l'aggiunta di un moderno certificato individuale di povertà. Sono anni che le diseguaglianze sociali in Italia aumentano a dismisura. Tra i poveri e i ricchi la forbice si allarga. I primi sempre più poveri, i secondi sempre più ricchi. E in mezzo un ceto medio instabile tendente al baratro.
È il risultato di una suddivisione del prodotto sociale a vantaggio dei profitti mentre lavoratori e pensionati restano indietro e arrancano. Un'inversione di tendenza davvero impressionante rispetto ad un percorso di emancipazione che, nella seconda metà del Novecento, sia pure dopo dure lotte e a prezzo di grandi sacrifici, aveva sottratto masse enormi di diseredati all’emarginazione e alla povertà. Perfino la parola - povertà - non eravamo più abituati ad usarla se non in quei casi estremi di miseria nera che fanno da sgradevole sfondo alla crescita della cosiddetta società del benessere.
Con l'introduzione della tessera della povertà questo governo viene meno all’obiettivo di tutelare la dignità dei suoi cittadini attraverso l’intervento dello stato nella sanità, nella scuola, nei servizi, nel contenimento di prezzi e tariffe, nella tutela del potere d'acquisto delle famiglie. Sceglie la via della carità e lo fa nel peggiore dei modi perché se si voleva dare 400 euro ai più indigenti non occoreva obbligarli ad esibire un tesserino.
E perché, alla fine, non di elemosine c’è bisogno, ma di aumenti ai salari e alle pensioni corrosi dall’inflazione e devastati dall’impazzimento generale dei prezzi, non di pelosi oboli ma di una equa redistribuzione dei redditi, non di sussistenza ma di occupazione pulita e sicura, non di fragili rimedi alla sfortuna di alcuni ma di stabile giustizia sociale per tutti. E invece la ricetta di questo governo è un insulto al buon senso, un'offesa alla dignità delle persone: se vuoi guadagnare di più fai gli straordinari, se sei già in pensione torna al lavoro, e se proprio non ce la fai beccati la tessera della miseria.












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