Cammin facendo
Democrazia e mercato, il modello cooperativo come sfi da a una crisi che non è solo economica. Nel libro di Sergio Costalli, vicepresidente di Unicoop Tirreno, il senso di un cammino da fare tutti insieme in cui “non esiste la via, diventa via l’andare”. In viaggio verso Itaca, appunto.
Il messaggio di fondo che attraversa le pagine del libro di Sergio Costalli – scrive Stefano Zamagni nella prefazione a In viaggio verso Itaca – è che “lo sviluppo sostenibile postula che due istituzioni – la democrazia e il mercato – siano poste nella stessa condizione di operare in modo congiunto”. Esattamente il contrario di quella separazione funesta tra mercato e democrazia che, invece, ha caratterizzato in negativo gli ultimi 30 anni portandoci a un drammatico tracollo sociale, economico e morale. Se mercato e democrazia non sono tenuti insieme il primo divora la seconda con tutto il suo contenuto reale e apparente di socialità, comunitarismo, partecipazione, solidarietà. Quello che cerca di fare da sempre il cooperativismo è proprio tenere insieme tutto questo all’interno di un’unica cultura d’impresa.
«La cooperazione di consumo, in particolare, oltre al compito istituzionale di difendere le tasche e la salute di soci e cittadini – spiega Costalli – si pone il problema di attivare il potere del consumatore per controbilanciare il potere del mercato ». Ma per dispiegare in tutto il loro vigore quelle azioni concrete capaci anche di contagiare positivamente il mercato, secondo Costalli bisogna esercitare il “pensiero pensante”, cioè una rifl essione sulle nuove ragioni di esistenza della cooperazione che secondo Zamagni, citando Seneca (“non ci sono venti favorevoli per chi non sa dove andare”), sono indispensabili per indicare la direzione di marcia. «E allora – aggiunge Costalli – bisogna uscire da una condizione troppo difensiva ed essere più consapevoli della forza del nostro modello». Il libro, infatti, raccoglie una serie di articoli, interventi, discorsi tenuti dal vice presidente della Cooperativa negli ultimi 2 anni che sottotraccia suggeriscono un metodo d’analisi e un percorso d’elaborazione lungo il quale, come ci ricorda il titolo del primo capitolo, ci accorgiamo che “non siamo soli” in questa sfida alla crisi della modernità e al fallimento dell’ideologia totalizzante del mercato. Non a caso si inizia con un commento alla Caritas in veritate di Benedetto XVI per finire con il discorso tenuto in occasione dei 20 anni di Nuovo Consumo e con uno degli ultimi interventi alla Consulta delle presidenze delle Sezioni soci. Incominciamo dal titolo. Perché questo richiamo al mitico viaggio di Ulisse verso la sua Itaca? «Il titolo si richiama ad alcuni versi di Kavafi s (“Itaca ti ha dato il bel viaggio. Senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos’altro ti aspetti?”, ndr) per sottolineare che il nostro impegno non si fonda solo sulla necessità di raggiungere nell’immediato obiettivi tangibili, ma nel percorrere strade che ci portino tutti assieme verso un obiettivo condiviso che può anche essere modificato durante il percorso perché la cosa importante è che siamo in cammino tutti insieme e quello che conta è il viaggio non la meta perché, come dice il poeta, quello che crea la meta è il viaggio». Questo libro denuncia una carenza di “pensiero pensante” e proprio in un momento nel quale ce ne sarebbe più bisogno. Eppure tutti i sondaggi indicano che c’è una grande fiducia nei confronti della Coop. «I consumatori hanno creato la Coop per farne un’impresa in vista di obiettivi precisi come la tutela del potere d’acquisto, la difesa del risparmio, la qualità e la sicurezza dei prodotti. Se c’è fiducia nei confronti di Coop è perché la gente sa che quello che prevale è comunque sempre l’interesse della base sociale, a maggior ragione in momenti di grave crisi come l’attuale. Una cooperativa di consumatori dunque mette al centro i soci in quanto elemento economico che trova nell’impresa cooperativa uno strumento per superare i propri timori, le proprie insicurezze, le difficoltà. Da parte sua la Cooperativa deve sviluppare un pensiero critico per dare voce politica alla base sociale. Questo significa uscire da una posizione difensivistica, chiusi in schemi eccessivamente subalterni all’economia di mercato che servono ma che non sono sufficienti».
Questo richiama necessariamente una domanda sul rapporto fra Coop e il mercato all’interno dei cui schemi mi sembra di capire che non tutti i problemi e le necessità dei consumatori possono trovare una risposta… «Esattamente. Dobbiamo avere il coraggio di rompere gli schemi di un pensiero unico che è arrivato persino a dichiarare la fine della storia come se tutta la nostra vita fosse irrimediabilmente ingabbiata nel recinto degli spread e dagli indici di borsa. Quello che va esaltato secondo me è il valore economico, sociale e culturale della Cooperativa, il suo fare dell’economia uno strumento al servizio del bene comune e non di un interesse particolare, tanto meno del profitto, nella ricerca costante del modo migliore per sviluppare il protagonismo dei consumatori singoli e associati, delle comunità locali e dei territori nelle decisioni che riguardano la loro vita sviluppando quella che io chiamo la città cooperativa, dove il fare cooperazione svolge una funzione aggregante al servizio dei cittadini non in quanto individui, come dichiarò la Tatcher negando l’esistenza della società, ma in quanto comunità. Naturalmente su questo modello di società cooperativa dove solidarietà e reciprocità, anche nelle loro forme gratuite, prevalgono sulla competizione sfrenata e sulla lotta per la sopravvivenza, bisogna lavorare molto dal punto di vista culturale per organizzare al meglio e far crescere il nostro mondo».
Forse è anche su questo terreno che si gioca la partita per uscire dalla crisi che a quanto sembra non è solo crisi economica ma è anche crisi di senso? «Io credo di sì. Basta pensare al modo acritico con cui sono state accettate scelte assurde come quella di creare una moneta senza stato impedendo appunto agli stati di esercitare una delle loro prerogative principali, cioè creare moneta. E così accade oggi che una moneta senza stato domina gli stati senza moneta. E in più ne risulta svuotata la democrazia se ad indicare le decisioni in materia economica non sono più gli organismi democraticamente eletti ma istituzioni come la Bce, il Fondo Monetario e la Commissione europea che nessuno di noi ha mai votato. Un imprenditore cooperativo deve assumersi la responsabilità di denunciare queste cose».
Cos’altro significa essere imprenditore cooperativo? «L’imprenditore cooperativo deve sapere cos’è l’impresa e nello stesso tempo deve avere la consapevolezza di quelli che sono gli interessi di una larga base sociale».
Cioè? «Deve essere uno che si muove per far fronte a dei bisogni, non per crearne di nuovi al solo scopo di realizzare un profi tto come fa l’imprenditore non cooperativo il quale non si pone il problema di cosa produrre o di come investire il proprio capitale, basta che gli frutti più denaro possibile perché il suo solo obiettivo è accumulare denaro».
D’altra parte anche le cooperative hanno bisogno di realizzare utili per andare avanti… «Certo, ma gli utili cooperativi innanzitutto sono indicatori dell’efficienza aziendale e poi servono a far fronte sempre meglio ai bisogni dei soci perché per noi vengono prima le persone e lo scopo per cui queste persone un giorno hanno deciso di creare una cooperativa».
Presumo che Sergio Costalli si ritenga un imprenditore cooperativo. Accetterebbe oggi di dirigere un’azienda privata? «Con tutto il rispetto per chi anche nel privato agisce responsabilmente, rispondo: assolutamente no!».
Il libro di Sergio Costalli, In viaggio verso Itaca. Pratiche e riflessioni di un cooperatore tra futuro e realtà (Mind Edizioni), è in libreria da pochi giorni. Dopo la presentazione avvenuta a Piombino – luogo natale della Cooperativa – il 28 ottobre, il libro sarà presentato il 14 novembre a Milano dove interverranno l’Onorevole Bruno Tabacci, l’economista Mario Mazzoleni e lo storico Mattia Granata.











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