Castelli di sabbia

È partita la campagna di Greenpeace per fermare l’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose in Canada.

sabbie bituminose

Quest’operazione è un crimine ambientale a tutti gli effetti, perché può avvenire solo con il ricorso a una tecnica assai più inquinante dei tradizionali pozzi del petrolio. Per diversi motivi: sono necessari dai 3 ai 5 barili di acqua per ottenere un barile di petrolio; vengono creati enormi serbatoi delle dimensioni di laghi le cui acque contengono dei prodotti chimici altamente tossici; vengono distrutte le foreste boreali canadesi, uno dei polmoni della Terra, fondamentali nel mitigare gli effetti del riscaldamento globale.
La forte dipendenza dal petrolio del nostro Pianeta ha trasformato le sabbie bituminose dell’Alberta nel più grande progetto industriale al mondo che si estende per una superficie pari a quella dell’Inghilterra. Nel rapporto “Dirty oil” lanciato da Greenpeace si calcola che le emissioni di gas serra provenienti dall’estrazione delle sabbie bituminose sono già pari a quanto emette un intero stato come la Norvegia in un anno e potrebbero triplicarsi rapidamente fino a 140 milioni di tonnellate all’anno.
Gli attivisti di Greenpeace hanno interrotto più volte le operazioni di estrazione nella zona. Il primo impianto bloccato è stato quello della multinazionale Shell, poi è toccato all’impianto di trasformazione del gigante canadese del petrolio Suncor. Oltre a Shell e Suncor, anche altre grandi aziende come la BP, Syncrude, ExxonMobil, Total e Statoil Hydro stanno conducendo operazioni estrattive nella zona.
Andrea Lepore, campaigner Clima di Greenpeace Italia, un mese fa ha visitato le regioni dell’Alberta e ha raccontato sul blog con immagini intense e drammatiche (www.greenpeaceitalia.org/blog/) tutto quello che sta succedendo. Al summit sul clima di Copenhagen i leader dei paesi industrializzati dovranno immediatamente abbandonare la folle idea delle sabbie bituminose e investire sulle rinnovabili e sulla protezione delle ultime foreste del mondo.
Maria Carla Giugliano, ufficio stampa Greenpeace