Che razza di paese

Insicurezza sociale e inquietudine della gente comune, linguaggio e posizioni politiche che soffiando su preoccupazioni reali alimentano la paura, leggi discriminatorie sull’immigrazione, mancanza di investimenti sull’integrazione degli stranieri e su una gestione “equilibrata” del territorio. In Italia gli ingredienti ci sono tutti perché la diffidenza diventi razzismo. O l’allarme è già scattato?

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L’unica razza che conosco è quella umana, diceva Albert Einstein.

Non la vogliamo fare semplice, ma mentre la politica sull’immigrazione del Governo italiano viene criticata anche dal Parlamento Europeo, le tensioni e i conflitti territoriali si moltiplicano dando luogo a violenze, proteste, esiti tragici, come quello del giovane italoafricano ucciso a Milano a sprangate per il furto di due biscotti o il pestaggio, accompagnato da insulti razzisti, di una baby gang che si è accanita a Roma contro tre fratelli, due ragazzi e una ragazza, minorenni, cittadini italiani di origine egiziana. E poi secondo la “Prima indagine sui comportamenti violenti a scuola, 2008” di CittadinanzAttiva-Sca tra le principali vittime di azioni violente a scuola ci sono i ragazzi stranieri.

Pubblica insicurezza Isolati fatti di cronaca o il frutto di un clima che stiamo tutti respirando, in cui come un veleno sottile e insidioso il razzismo si infiltra nella coscienza collettiva per rendere opinione corrente e accettata quello che prima non era neppure immaginabile? Il Governo tranquillizza: il razzismo non è un’emergenza – da noi quando si fanno in sedi istituzionali battute da bar brianzolo sul colore della pelle del nuovo Presidente degli Stati Uniti si fa per scherzare, appunto – e per il Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, si tratta di “episodi che vanno colpiti”, ma “dobbiamo contrastare le strumentalizzazioni”. Eppure con questa cronaca ci dobbiamo fare i conti... «Si tratta per adesso di episodi isolati, quelli eclatanti. Il problema è il clima di diffidenza verso lo straniero che da qualche anno si è generato nel paese, alimentato soprattutto dal linguaggio e dalle posizioni della Lega – afferma Gianni Salvadori, assessore politiche sociali e sport della Regione Toscana –. È la cultura pericolosa del noi-loro, di una società basata sullo scontro sociale. In un clima del genere il razzismo può trovare forza e alimento. Soffiando su preoccupazioni reali e trasformando i sentimenti di insicurezza in fobie e caccia alle streghe si arriva alla stigmatizzazione di un gruppo sociale».

No tu no Più dura la posizione di Annamaria Rivera, docente di Etnologia e di Antropologia sociale all’Università di Bari: «Mi sembra che in Italia si sia realizzato ciò che temevamo, cioè la saldatura fra il razzismo istituzionale e la xenofobia popolare, che arriva fino a veri e propri pogrom, dei quali quello di Ponticelli contro insediamenti rom è solo il più esemplare. Questa saldatura è stata resa possibile dalle martellanti campagne “sicuritarie” condotte da organi di informazione e da esponenti del governo attuale. Ma ci sono anche prassi quotidiane e misure legislative discriminatorie o apertamente razziste. Basta citare le più recenti: la messa in discussione per gli immigrati senza permesso di soggiorno del diritto di ricevere cure mediche essenziali, le nuove gravi restrizioni ai ricongiungimenti familiari e al diritto d’asilo. (A onor del vero il Governo di Centrodestra sta portando alle conseguenze estreme premesse che erano state poste da quello precedente, non solo in termini di retoriche “sicuritarie” ma anche di norme legislative, si pensi al “pacchetto sicurezza”). Così i migranti e le minoranze etniche diventano i capri espiatori ideali verso cui sfogare l’insicurezza sociale, l’inquietudine, il disagio di settori popolari. E che dire dell’istituzione di classi separate per gli alunni stranieri che ancora non parlano la lingua italiana?». Su questo punto insiste anche Vittoria Franco, senatrice e ministro del PD alle Pari Opportunità del Governo Ombra, per la quale il razzismo in Italia è sempre in agguato: «Riconoscere che esiste un problema di integrazione scolastica per i bambini che non sanno ancora l’italiano non porta automaticamente a classi differenziate. In alcune regioni sono in corso importanti sperimentazioni che dimostrano che sono possibili strade diverse, come laboratori linguistici, ore di italiano svolte prima e dopo le ore curriculari, insegnante di sostegno. Se invece proprio a scuola si comincia a escludere, diventa tutto più complicato».

Cronaca nera Ma esiste un sistema efficace di monitoraggio su incidenti o crimini a sfondo razzista e discriminazioni? Nel rapporto 2007 dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Ue si evidenzia che uno dei maggiori problemi è proprio che l’Italia non ce l’ha. La maggior parte degli incidenti razzisti, si legge nel rapporto, non sono segnalati alla Polizia e, se lo sono, non diventano oggetto di procedimento. L’Unar (Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica del Dipartimento Pari Opportunità), come sottolinea Rivera, non possiede abbastanza mezzi – né quell’indipendenza dai governi raccomandata da una direttiva dell’Unione Europea – per svolgere questa funzione. Segnala il problema anche Mariarosa Cutillo, responsabile delle relazioni esterne e internazionali di Mani Tese, organizzazione non governativa di utilità sociale: «Mancano i numeri, i 144 casi registrati dal Ministero degli Interni nel 2006 sono francamente un dato vecchio cui non sono seguite politiche di raccolta dei dati adeguate. Sistemi che esistono, per esempio nel Regno Unito, e che sarebbero quanto mai urgenti anche da noi, perché senza una fotografia più chiara della situazione si rischia di commettere errori gravissimi e di perdere l’opportunità di lottare in maniera positiva contro il razzismo».

I soliti sospetti Comunque al di là delle cifre «spesso difficili da stilare perché si va dal dare sempre del tu allo “straniero” all’offesa sul mezzo pubblico, dallo sguardo sprezzante all’atteggiamento sospettoso» per Francesco Pompeo, antropologo coordinatore dell’Osservatorio sul Razzismo e le Diversità dell’Università Roma 3, «una cosa è certa: l’aggredito oggi non è più l’immigrato clandestino. Si tratta di giovani che vivono in Italia da molto tempo e che spesso sono nati nel nostro paese. Dunque da una parte le seconde generazioni di immigrati, dall’altra una logica della paura e dell’emergenza che è antistorica: a trent’anni dall’inizio del fenomeno migratorio è tempo di affrontare concretamente bisogni e problematiche di questa trasformazione socioculturale. La politica dovrebbe smettere di speculare sulle paure e piuttosto assumere il coraggio di iniziative nuove, che vadano nel senso della conoscenza dei bisogni reali di tutti».

Una difficile convivenza Veniamo appunto alle responsabilità e ai programmi concreti della politica. «Bisogna tentare di invertire la rotta cominciando, per esempio, a capire il contributo importante degli stranieri sul piano economico e sociale – riprende Salvadori –. Per parlare di progetti concreti è stata presentata a novembre al Consiglio Regionale della Toscana una proposta di legge per superare le disuguaglianze, pensando a tutta la società, non solo all’immigrato. In essa, tra l’altro, c’è il tema delle “buone pratiche” sulla lingua e sulla scuola, ma è prevista anche la nascita di un Centro antidiscriminazione che svolga attività di monitoraggio, a cui ci si può rivolgere per fare domande e sottoporre problemi. Al Governo abbiamo presentato la proposta di legge sul diritto di voto amministrativo agli immigrati sulla base degli anni di residenza nel comune. Mi auguro che questa proposta venga accolta perché la piena cittadinanza passa dal diritto di voto». Un modo per riconoscere diritti ed esigere dei doveri. E allora forse il modo più corretto di porre la questione è quello di una gestione equilibrata del territorio. Concorda Salvadori: «Sì. Le cause vere e profonde del razzismo rimandano alla gestione corretta del territorio (per evitare che diventi terra di nessuno, ndr) perché la sicurezza riguarda tutti e soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Aggiungo: la sfida è riuscire a “convivere” in un momento di crisi come questo che rischia di acuire ulteriormente le tensioni sociali».

La legge non è uguale per tutti Ma stante così la normativa sull’immigrazione la strada sembra tutta in salita. «È una normativa che produce “clandestinità” ed emarginazione – rincara la dose Rivera –. Si tenga conto, poi, che i migranti sono sottoposti a un diritto “speciale” (basta pensare alla detenzione amministrativa, riservata esclusivamente a loro). Insomma è una legislazione che sembra fatta apposta non per favorire l’”integrazione” dei lavoratori immigrati, ma per farne dei meteci, cioè inclusi economicamente in quanto forza-lavoro, ma esclusi da diritti civili, politici e sociali». Tanto che gli stranieri che restano senza lavoro, sulla base delle norme attuali, perdono insieme al posto di lavoro anche il titolo per restare in Italia. «Altrettanto carenti sono le norme che dovrebbero proteggere le minoranze: basta dire che i rom e i sinti ne sono stati esclusi. L’Italia è l’unico paese europeo che ha fatto dei cosiddetti campi rom un vero e proprio sistema. Verrebbe da dire un sistema di apartheid», aggiunge Rivera. Dunque «occorre un impegno che guardi al futuro sui diritti di cittadinanza per chi vive e lavora qui ormai da molti anni e istituire gruppi di lavoro con competenze specifiche – riflette Pompeo – investendo sulla ricerca nei territori sul piano economico, sociale, culturale e giuridico, per andare al di là della retorica dell’integrazione che sembra sempre partire dalla disponibilità dello straniero a farsi accettare...». Insomma il difficile passaggio dalla cultura della tolleranza a quella della solidarietà.

 

 

RAZZISMO ALL’ITALIANA
I numeri della discriminazione secondo l’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea. 203 gli episodi comprovati di razzismo commessi da cittadini italiani verso cittadini extracomunitari, uno ogni 43 ore, e in almeno 13 casi la discriminazione razziale è stata in tutto o in parte causa della morte dell’immigrato. Secondo il rapporto RAXEN, curato dall’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Ue (basato sulle denunce all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali che nel periodo di riferimento – tra il settembre 2005 e il settembre 2006 – sono state 3.500), per 94 dei 203 episodi si è trattata di violenza fisica. In 15 casi la xenofobia è stata rilevata in sentenze di tribunali che hanno ravvisato la discriminazione razziale, 36 i casi di antisemitismo, 28 quelli di “islamofobia”, 22 contro i rom, ma oltre un terzo dei casi di razzismo è denunciato da immigrati africani.Autori dei crimini in 85 casi singoli o gruppi, in 19 forze dell’ordine, in 40 casi istituzioni, in 27 esponenti dell’estrema destra e in 23 esponenti della Lega Nord, 9 quelli che hanno visto coinvolte le tifoserie calcistiche. Sul lavoro (28 per cento dei casi) e per l’alloggio (20) la massima discriminazione. Sul posto di lavoro condizioni vessatorie per gli immigrati e maggiore insicurezza rispetto agli italiani; in agricoltura il 95 per cento degli stagionali è in nero mentre per le donne la discriminazione domestica è generalizzata. Per il 2007 gli atti di discriminazione razziale registrati dall’Ufficio italiano per la promozione della parità di trattamento (Unar) sono stati 265, in aumento rispetto a quelli segnalati nel 2006 (218). 

 

STRANIERO MA VERO
4 milioni gli stranieri regolari in Italia. Il 62,5 per cento risiede al Nord, il 25 al Centro, il 10 al Sud.
Con quasi un milione di presenze regolari la comunità rumena è la più numerosa. Seguono albanesi (402mila), marocchini (366mila), cinesi (157mila), ucraini (133mila), filippini (106mila). Un residente su 15, uno studente su 15 e un lavoratore su 10 è straniero. L’80 per cento degli immigrati ha meno di 45 anni. Il 9 per cento del Pil è prodotto dagli immigrati. Almeno 500mila stranieri lavorano in nero. Alla Lombardia il primato di lavoratori immigrati. Crescono le aziende gestite da immigrati, l’85 per cento delle quali costituite dopo il Duemila. Aumentate del 45,9 per cento le denunce contro gli stranieri negli ultimi cinque anni. Nello stesso periodo l’incidenza della criminalità straniera – regolare e non – è salita dal 17,4 al 23,7 per cento.
Fonte: Rapporto Caritas Migrantes, 2008