In che Stato
Gli interventi del Governo deprimeranno l’economia e potrebbero distruggere l’unione monetaria europea. Parola di cento economisti che lanciano un appello alla politica perché cambi il motore dello sviluppo.
La manovra economica del Governo viene giustificata dal fatto che essa serve a sanare i conti pubblici, a tranquillizzare i mercati e a salvaguardare l’euro. Ma Emiliano Brancaccio, docente di economia all’Università del Sannio, e altri cento economisti italiani che hanno sottoscritto una lettera inviata al Presidente della Repubblica, al Governo e al Parlamento, non la pensano così. «Probabilmente è vero l’opposto – spiega Brancaccio – nel senso che la manovra rischia di deprimere l’economia al punto tale da mettere in crisi la capacità degli stati di acquisire entrate fiscali e di conseguenza di rimborsare il debito, aizza gli speculatori e rischia di condurre alla deflagrazione della unione monetaria unica».
Sulla base di quali considerazioni avanzate questa previsione drammatica? «Il primo problema da porre è che il saldo di bilancio complessivo, quello dei 5 miliardi che viene considerato un dogma indiscusso per fare in modo che la speculazione non aggredisca i titoli nazionali, in realtà è un dogma dai piedi di argilla perché non c’è una prova scientifica che quel saldo di bilancio piuttosto che un altro serva a salvaguardarci da un attacco speculativo».
E per quanto riguarda il merito della manovra? «È evidente che si tratta di una manovra fortemente sperequativa, che si caratterizza per un carico fiscale che graverà sui lavoratori, i quali si vedranno ridurre i servizi o saranno costretti a pagarli più cari. È chiaro che questo tipo di impianto aggraverà la crisi nella misura in cui questa è una crisi determinata fondamentalmente da un processo sperequativo di lungo periodo nel corso del quale i lavoratori hanno visto crescere la loro capacità produttiva, ma a fronte di questo aumento di produttività, la loro capacità di consumo è declinata. Questa è una causa chiave della crisi e la politica economica del Governo tende ad aggravarla piuttosto che a contrastarla».
Quali interventi pensate siano necessari per evitare il rischio di un aggravarsi della situazione? «Innanzitutto bisogna ripristinare un principio di progressività fiscale, che sposti i carichi erariali dai lavoratori dipendenti a chi le tasse non le paga. A ciò bisogna aggiungere una politica di produzione di beni collettivi».
Cosa intende per beni collettivi? «Tutti quei beni che sfuggono alla logica ristretta dell’impresa privata e che potrebbero essere una chiave di volta per poter far sì che l’Europa e l’Italia costituiscano un sentiero di crescita e di sviluppo autonomo e quindi riescano a salvaguardasi da una crisi globale che altrimenti appare senza soluzione. Noi pensiamo che sia necessario definire un nuovo motore propulsivo dello sviluppo economico e sociale. Abbiamo avuto per decenni un motore propulsivo fondato sulla finanza americana e sui boom speculativi di Wall Street. Questo tipo di motore ha generato tra l’altro problemi strutturali nel senso che si andavano ad effettuare investimenti che spesso rimanevano inutilizzati perché fondati su dinamiche speculative che poi venivano puntualmente disattese. Una logica più razionale potrebbe partire dalla produzione di beni collettivi».
Non credete che sia necessario porre anche dei limiti alla speculazione finanziaria? «Questa è una precondizione indispensabile anche per dare respiro al dibattito. Se è vero che le politiche economiche che vengono attuate muovono nella direzione sbagliata è chiaro che, per poter dare alle istituzioni democratiche la possibilità di rivedere la strategia economica occorre tempo. Ma il tempo gli speculatori ce lo tolgono. E quindi interventi drastici a livello possibilmente europeo sono essenziali per poter fermare la speculazione».
Quali potrebbero essere questi interventi? «Non soltanto il divieto di vendite allo scoperto, ma anche adeguate imposte sulle transazioni finanziarie internazionali, così come anche vincoli amministrativi sui movimenti di capitali».











