Cosa c’è in Tv?

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Sono trascorsi esattamente quindici anni da quando, l’11 giugno 1995, gli italiani furono chiamati a votare per i tre referendum sulla cosiddetta “legge Mammì” che regolamentava allora il sistema televisivo in Italia. Dopo tanto tempo potrebbe essere utile ripensare a quella vicenda, non tanto per rifarsi a una situazione che naturalmente ha subito profondi mutamenti sia sotto il profilo tecnologico sia sul piano politico generale, quanto per verificare se i problemi posti con quei tre quesiti referendari abbiano trovato poi una soluzione, ed eventualmente quale.

La legge Mammì aveva avallato nel 1990, con una sostanziale sanatoria, il duopolio creatosi nel decennio precedente (quello della “jungla dell’etere”): tre reti a gestione formalmente pubblica (Rai) più tre reti nazionali in mano di un unico soggetto privato (Fininvest), nessuno spazio realmente praticabile per altri. Per queste caratteristiche contrarie a qualsiasi criterio anti-trust, la legge fu presto dichiarata incostituzionale in punti essenziali senza, però, che le sentenze della Corte fossero mai applicate.

E questo fu il motivo delle tre proposte referendarie, che chiedevano: 1. limite di una sola rete “via etere” per ciascun proprietario; 2. per i film, pubblicità solo all’inizio, fine e intervallo tra primo e secondo tempo; 3. disciplina più equilibrata della raccolta pubblicitaria per liberare le risorse indispensabili all’ampliamento del mercato. Ai tre referendum partecipò poco più della metà degli elettori, i “no” prevalsero con poco più della metà dei voti espressi. A distanza di quindici anni, con una televisione completamente diversa (l’etere sembra diventato un’anticaglia) e l’Italia che certo non è più quella del 1995 si può comunque constatare che: 1. il duopolio è più in sella che mai; 2. ormai si può dire che siano gli spot a essere interrotti di quando in quando da spezzoni di film; 3. il mercato pubblicitario è sempre tutto nelle solite mani.

Siamo entrati trionfalmente nel digitale terrestre, ma la situazione è restata quella che era. Più in generale, si potrebbe anche chiedersi se la qualità dei programmi Tv sia migliorata (!) e l’offerta di informazione, cultura e spettacolo sia diventata più ricca e diversificata. Infine: chi allora tacciava di estremismo i promotori dei referendum e puntava, invece, tutto su soluzioni concordate col monopolista privato (nonché leader dello schieramento politico opposto), potrebbe dirci se sia valsa la pena far fallire quell’iniziativa che a pochi mesi dal voto vedeva la maggioranza degli italiani nettamente schierata per il “sì”. E magari trarne qualche utile ammaestramento, per oggi e per domani, sulle strategie da seguire: non soltanto in materia di Tv.

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