Di bene in peggio
A Corleone, nella casa confiscata alla famiglia Riina in via Crispi, c’è la sede di una delle cooperative a cui sono state assegnate le terre dei mafiosi. Producono ottimi vini nei poderi che furono di Bernardo Provenzano. I loro prodotti e quelli di altre cooperative vengono distribuiti anche con il marchio Libera Terra nei supermercati della Coop che, fin dall’inizio, ha sostenuto questi coraggiosi tentativi di recupero della legalità, questo benefico “riciclaggio” alla rovescia in cui decine di giovani hanno trovato non solo un lavoro, ma anche una speranza di rinnovamento e di liberazione delle loro regioni dal potere mafioso. Ebbene, se anche la Camera approverà un emendamento alla Finanziaria – già votato dal Senato – che dispone la vendita all’asta dei beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro 90 giorni, oltre a venire meno un caposaldo della strategia di lotta ai patrimoni illegali, si interromperebbe quel circuito virtuoso di imprenditoria legale, per dirla con le parole di don Luigi Ciotti che di queste esperienze è infaticabile animatore, dal quale dipende la ricostruzione in molte aree del paese di un tessuto sociale economico e istituzionale impregnato dei valori della legalità.
Molti beni immobili dei 3.213 non ancora assegnati, sono fermi, abbandonati, destinati ad un rapido degrado perché mancano i finanziamenti. Rita Borsellino qualche tempo fa, in un’intervista pubblicata su questo giornale, denunciava l’accumularsi di beni sequestrati e poi dimenticati, case e terre che stanno lì, come tanti emblemi di uno Stato che da una parte li sequestra e dall’altra li abbandona a se stessi. Per esempio, ad Altofonte, il paese di quel Mimmo Raccuglia appena catturato, una villa di tre piani confiscata al boss Michelangelo Camarda, doveva ospitare la nuova caserma dei Carabinieri, ma non si trovano i soldi per ristrutturarla. E chissà se quella villa a picco sul mare con ben trentasei stanze confiscata al boss Pino Greco che ha lasciato senza fiato le dipendenti di Unicoop Tirreno che nel maggio scorso hanno trascorso una settimana di volontariato nei campi della cooperativa “Lavoro e non solo” diventerà la sede della Guardia Costiera o tornerà, com’è probabile, nelle mani dalle quali era stata strappata.
Negli ultimi anni molti comuni infiltrati dalla mafia sono stati sciolti perché hanno assegnato i beni a prestanome dei mafiosi. Se questo emendamento diventerà legge, i mafiosi potranno tranquillamente usare gli stessi prestanome – magari riciclando le ricchezze accumulate illecitamente e rientrate in Italia grazie allo scudo fiscale – per tornare legalmente in possesso dei loro preziosi terreni e degli immobili costruiti con il sangue di tutti i caduti nella lotta alle mafie.












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