Di tassa propria

Non abbassare le tasse per tutti, bensì in maniera consistente per i redditi più bassi e alzarle per quelli molto alti. La vera, urgente, riforma del fisco che servirebbe in Italia, quella a cui già stanno pensando Inghilterra, Spagna, Stati Uniti.

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Se il 2010 deve essere l’anno delle riforme allora la riforma più urgente è quella del fisco. Negli ultimi dieci anni è esploso in Italia un grave problema: quello delle disuguaglianze sociali. Tutti i dati indicano un drammatico aggravarsi delle disuguaglianze dei redditi a cui non ha fatto fronte una politica fiscale riequilibratrice secondo il dettame della Costituzione che fissa chiaramente il principio della progressività contributiva. Anzi, sono almeno due decenni che l’imposizione fiscale sui redditi più alti ha avuto sì un andamento progressivo ma verso il basso secondo il principio liberista introdotto negli anni Ottanta dalle politiche reaganiane e tatcheriane.

Ecco allora che l’aliquota Irpef più alta è scesa in meno di trent’anni dal 72 al 45 per cento facendo sì che si producesse un’ulteriore frattura nelle fasce più alte di reddito che ha generato a sua volta un’élite di ultra ricchi super beneficiati dalle politiche fiscali. Questo perché le percentuali applicate alle imposte sono ingannevoli, e quindi profondamente ingiuste, dato che il peso di un’aliquota cambia a secondo del reddito cui viene applicata.

Chi parla genericamente di abbassare la pressione fiscale a tutti proponendo addirittura l’introduzione di due sole aliquote gioca con i numeri e nasconde la realtà. L’uno per cento su un milione di euro sono 10mila euro, quasi la metà del reddito di un lavoratore part-time a tempo determinato, che a sua volta si troverà in tasca appena 100 euro dall’abbassamento di un punto di tassazione.

Se si vuole perseguire una redistribuzione dei redditi non bisogna abbassare le tasse per tutti, bensì abbassarle in maniera consistente per i redditi più bassi e alzarle per quelli molto alti come già stanno pensando di fare l’Inghilterra, la Spagna e gli Stati Uniti che negli scorsi decenni hanno fatto piovere una vera e propria manna sociale su una ristretta minoranza di cittadini già benestanti che, ovviamente, hanno investito gran parte del surplus gentilmente donato dal fisco in azioni e titoli che a loro volta hanno prodotto altri redditi su cui, come sappiamo, la tassazione è addirittura meno della metà di quella che grava su molti redditi da lavoro.

Un’altra strada per tassare i redditi più osceni e le grandi ricchezze, potrebbe passare appunto attraverso un aumento della tassazione dei redditi non da lavoro, detenuti nella stragrande maggioranza proprio da questa ristretta fascia di contribuenti, portando l’imposizione al livello dell’aliquota Irpef più bassa e cioè al 23 per cento. I conti li lasciamo fare agli economisti e ai ragionieri, ma a occhio e croce, se è vero che il 7 per cento più ricco detiene il 90 per cento delle azioni e quasi un terzo del reddito nazionale, potrebbero affluire nelle casse dello Stato alcune decine di miliardi che servirebbero innanzitutto ad alleggerire il carico fiscale sui redditi più bassi, poi a dare una mano davvero a chi guadagna poco più del salario minimo e, non ultimo, ad evitare che un minor gettito fiscale dovuto ad una generalizzata riduzione delle aliquote si traduca come al solito in ulteriori tagli allo stato sociale che finirebbero ancora una volta per peggiorare le condizioni di vita di chi vive del proprio modesto reddito e ha bisogno di uno Stato che lo tuteli adeguatamente.

PAROLE CHIAVE: tasse risparmio risparmi crisi

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