Diario di un tato

Pazienza, disponibilità, fantasia, capacità di capire i bambini. Chi lo ha detto che la baby sitter non può essere maschio?

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Tramontata da un pezzo l’epoca delle tate stile Mary Poppins, inizia adesso quella del baby sitter maschio. Una tendenza inglese dal momento che a Londra e dintorni sono sempre di più le famiglie che affidano i pargoli invece che alla tradizionale nanny (la tata nostrana) al manny (dall’unione di man e nanny). Un maschio, insomma, che si occupa della cura ed educa- zione dei bambini di casa con grande professionalità. Una scelta che può presentare dei vantaggi rispetto alla tradizionale figura femminile? «In termini assoluti, avere un maschio o una femmina come baby sitter non fa una grossa differenza – spiega la psicologa Susanna Coen Pirani –. La capacità di entrare in sintonia con i bambini prescinde dal sesso. Un uomo può avere le qualità per svolgere questo lavoro tanto quanto una donna».
gioco da ragazzi Pazienza, disponibilità, fantasia, creatività, doti indi- spensabili per chi si occupa di bambini, che non sono esclusivo monopolio del gentil sesso. «Anzi. Non è raro che nel gioco, dove la regressione all’infanzia è necessaria per raggiungere il terreno dei più piccoli, gli uomini siano più bravi». Eterno Peter Pan o meno, il baby sitter maschio può avere un suo ruolo in situazioni particolari. «Penso alle mamme single o a quelle famiglie dove la figura paterna è più assente – afferma l’esperta –. In questi casi, soprattutto in presenza di figli maschi, un tato può rappresentare un buon punto di riferimento, a patto che sappia essere autorevole senza rinunciare all’affettività». A spezza- re una lancia a favore del baby sitter in pantaloni è Caterina Mirenzi, titolare della C/Work Agency di Roma che fa ricerca e selezione di personale in questo ambito. «Mi capita spesso di fare colloqui con ragazzi adattissimi per questo lavoro: si tratta soprattutto di giovani studenti che vogliono fare gli insegnanti, che hanno già avuto esperienze nei campi estivi per bambini o che fanno gli allenatori. Figure che propo- niamo, per esempio, a famiglie con figli in età scolare». Ugualmente efficienti delle colleghe nello svolgere le tipiche incombenze, dall’accompagnamento allo sport all’assistenza nei compiti, sono magari più disponibili a improvvisare una partita di pallone o una corsa in bicicletta al parco.
secondo tradizione Nonostante questo, però, la risposta da parte delle
famiglie italiane non sembra per il momento del tutto entusiastica. «La
maggior parte non l’ha mai preso in considerazione (almeno fino ad
oggi). Culturalmente è ancora considerata una “cosa strana”», conferma
Mirenzi. Resistenze che affondano le radici in paure a volte
inconfessabili. «L’interesse di un uomo verso i bambini suscita sempre
molti sospetti di morbosità – spiega Coen Pirani –. Nell’immaginario
collettivo poi chi accudisce i nostri figli resta sempre una figura
femminile». Un approccio molto tradizionalista, difficile ma non
impossibile da modificare, così come dimostra l’esperienza di Arianna
Garlati. Educatrice di scuola dell’infanzia a Milano e mamma di Lorenzo
e Giulio non ha dubbi: «Il baby sitter maschio l’ho provato e me lo
tengo ben stretto». Da quasi due anni, infatti, a prendersi cura dei
suoi due maschietti di sette e tre anni e mezzo c’è Matteo, 22 anni,
studente universitario. «La scelta – ammette Arianna – è stata del
tutto casuale: ero alla ricerca di una baby sitter e Matteo, che
conoscevo già come ex alunno, si è fatto avanti».
un baby sitter in
famiglia
Seppur agevolata dalla precedente conoscenza, tuttavia, questa
candidatura inaspettata qualche perplessità l’ha sollevata anche in
Arianna e suo marito: «Ci impensieriva soprattutto la gestione del più
piccolo, dal pannolino alla nanna. Ma dopo un breve “inserimento”,
Matteo è diventato anche più bravo di noi». Responsabile, disponibile,
sempre pronto a giocare con i bambini in modo creativo ma, allo stesso
tempo, autorevole e capace di far rispettare le regole fondamentali,
Matteo per Arianna e i suoi è diventato non solo un aiuto domestico
prezioso ma praticamente uno della famiglia. «I bambini lo adorano, noi
ci fidiamo ciecamente di lui: certo, la gente si stupisce di vederlo
arrivare a scuola o in piscina e, soprattutto all’inizio, le altre
mamme mi chiedevano se mi fidassi». Condizionamenti culturali che, in
un primo momento, non hanno risparmiato neppure il papà di Lorenzo e
Giulio: «Era scettico e forse anche un po’ geloso – riflette Arianna –.
Ma ogni timore è svanito non appena ha visto quanto fossero felici i
nostri figli per il loro baby sitter». Alla faccia dei pregiudizi.
A PROVA DI BIMBO Ecco qualche consiglio utile per scegliere il/la baby sitter, in gonnella o pantaloni che sia. > Non focalizzarsi solo sulle esperienze specifiche del candidato: spesso quello che conta di più non è nel curriculum. Un colloquio informale, magari un caffè a quattr’occhi, può essere utile per approfondire la conoscenza. > Assistere a una prova con i bambini: il coinvolgimento in un’attività quotidiana è un test valido per valutare pazienza e disponibilità. > Non sottovalutare il gradimento dei bambini: non sempre quello che piace ai genitori coincide con ciò che serve ai figli.
NANNY CERCASI Dal passaparola agli annunci sulle bacheche di asili nido, ludoteche e scuole: diverse le modalità per trovare un/una baby sitter e sempre più numerosi gli indirizzi on line dove si incrociano domanda e offerta. Eccone alcuni:  Su http://www.mamma.it, http://www.bambinopoli.it e http://www.gliaffidabili.it si trovano archivi e database che raccolgono richieste e offerte di lavoro su tutto il territorio nazionale. Molto diffuse anche le agenzie che selezionano figure professionali per esigenze più specifiche come nel caso della C/Work Agency di Roma (http://www.c-workagency.com) o di http://www.totalnannies.com e www.nannytata.com per chi cerca baby sitter straniere.