È un biodiesel!
Per combattere l’inquinamento si rischia di indebolire la lotta alla fame perché all’eco-benzina servono coltivazioni agricole, preziose per i paesi poveri.
Il dibattito sui biocarburanti è aperto e le soluzioni migliori per le sorti del Pianeta tutt'altro facili da trovare. Stretta nella morsa di un clima mondiale sempre più caldo per le emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra, l’Unione Europea ha fissato per il 2020 nel piano energetico approvato a inizio anno l’obiettivo che i biocarburanti arrivino a rappresentare una fetta di almeno il 10 per cento del totale – che dovrà diventare il 25 nel 2030 – come concreto strumento di riduzione di quelle emissioni che hanno nel traffico stradale uno dei principali colpevoli.
Se lo si guarda solo dal punto di vista dell’inquinamento, verrebbe da dire bene, anzi benissimo. Più auto useranno l’etanolo o il biodiesel meglio sarà per il nostro Pianeta.
Un vero dilemma Ma la vicenda dei biocarburanti non è così semplice, perché il giusto obiettivo di tutelare l’ambiente va a scontrarsi con il problema di non affamare ulteriormente centinaia di milioni di abitanti di questo stesso Pianeta. Contro il numero sempre maggiore di coltivazioni agricole destinate a produrre biocarburanti e non cibo si è scagliata la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite il cui scopo è proprio quello di combattere la fame. Jean Zigler, inviato speciale dell’Onu per il diritto al cibo, ha parlato di crimine contro l’umanità, perché la corsa all’eco-benzina affama i poveri, nel senso che aumenta i prezzi di prodotti come mais, soia, canna da zucchero, unitamente al fatto che le superfici coltivate destinate a produrre cibo calano mentre sarebbe bene che aumentassero. Insomma è come se la collettività fosse davanti all’impossibile dilemma di decidere se è meglio soffrire di fame o per l’eccesso di inquinamento. Quesito insolubile? Forse, anche se, per evitare (o almeno ridurre) una contrapposizione troppo ideologica, la strada da praticare è proprio quella di sfuggire alla dicotomia o bianco o nero.
Sani principi «Il tema dei biocombustibili è sicuramente complesso – spiega Gianpietro Venturi, docente dell’Università di Bologna e presidente della Piattaforma italiana per i biofuel –. La chiave per un approccio utile credo stia nel ribadire innanzitutto un principio generale di sostenibilità che deve ispirare ogni coltivazione destinata ai biocarburanti: non si coltiva dove c’è un alto valore di biodiversità, non si coltiva dove ci sono aree protette, non si disbosca ecc. L’Unione Europea ha definito una precisa griglia di vincoli in questo senso. La seconda considerazione è che comunque la decisione di introdurre colture destinate ai biocarburanti è una scelta che va fatta caso per caso: dipende dai terreni, dai prodotti, dal clima. Questo significa che coltivarli in determinati contesti può essere, oltre che sostenibile da un punto di vista ambientale, anche utile e redditizio in termini economici. In altri casi può essere l’opposto. Detto questo, ritengo però che sarebbe uno sbaglio rinunciare del tutto a esplorare le opportunità che ci sono, anche perché il problema della riduzione di emissioni resta tutto da risolvere. Oggi l’Europa dipende per l’80 per cento dal petrolio. Nel 2030 arriverà al 94. Dunque il rispetto del Protocollo di Kyoto è un miraggio. Per questo l’Unione Europea ha dato obiettivi importanti, su cui c’è chi è già più avanti dell’Italia».
Mais e poi mais Per capire di cosa stiamo parlando è utile dare qualche cifra. Il mercato mondiale dei biofuels si compone per circa l’85 per cento di etanolo e per il 15 di biodiesel. Nel 2006 sono stati prodotti 40 milioni di tonnellate di bioetanolo (e 1,2 miliardi di tonnellate di benzina). Il paese al mondo che è più avanti in questo campo è il Brasile dove il 40 per cento dei trasporti viaggia a bioetanolo (tra le auto nuove siamo al 60 per cento) prodotto attraverso la canna da zucchero. La produzione brasiliana è la più economica ed efficiente con un rapporto, davvero ottimo, di 1 a 8 tra energia immessa ed energia ricavata. Secondo il Wwf, nel 2005 le emissioni di gas serra imputabili al Brasile sono state ridotte di 9 milioni di tonnellate. Anche negli Stati Uniti le coltivazioni destinate ai biofuel sono notevolmente cresciute sotto la spinta dell’amministrazione Bush (che ha anche siglato un accordo col presidente brasiliano Lula in tal senso). Negli Usa oggi il 18 per cento del mais prodotto è destinato ai biofuel. Secondo il Food and Agricolturale Institute, nel giro di un paio d’anni questa quota arriverà al 32 per cento, grazie anche agli incentivi fiscali e creditizi previsti, unitamente all’obiettivo del governo di arrivare a una produzione di 7,5 miliardi di etanolo e biodiesel entro il 2012. È chiaro, per il peso economico di questo paese, che gli orientamenti Usa influenzano nel bene e nel male tutto il Pianeta. E se anche l’andamento dei prezzi dei cereali è soggetto a una molteplicità di variabili, resta il fatto che i prezzi di grano e mais sono cresciuti in maniera esponenziale. Diventando un problema enorme anche in casa nostra, come le discussioni sul costo di pane e pasta dimostrano.
Caro bio In Europa si punta più sul biodiesel che sull’etanolo. In testa come produttori ci sono la Germania (con 431 milioni di litri) e la Spagna (con 402 milioni), paesi dove si può già trovare il biodiesel nella rete dei distributori. Più complicata la situazione dell’Italia che oggi produce oltre 400mila tonnellate di biodiesel l’anno destinate, però, prevalentemente a far andare le centrali elettriche. Il problema è che, (qualcuno dice per colpa dell’opposizione della lobby del petrolio e dei produttori auto) in Italia, al di là delle enunciazioni di principio e degli obiettivi fissati dall’Unione Europea, mancano ancora le normative e i decreti attuativi per vendere i biocombustibili agli automobilisti. La Francia, invece, ha deciso di muoversi in modo più deciso, tanto che da gennaio 2008 è partita la realizzazione di 500 distributori di biofuel. Infatti produrli non costa necessariamente meno della benzina.
Secondo alcune stime statunitensi, mentre produrre un litro di benzina costa 34 centesimi di dollaro, un litro di etanolo ricavato dalla canna in Brasile costa 29 centesimi. Ma un litro di etanolo ricavato dal mais negli Usa costa già 40 centesimi, mentre un litro di biodiesel ricavato dall’olio di colza in Europa arriva a 70 centesimi. Secondo le stime Onu, un pieno di etanolo equivale a 232 chili di mais consumati. E per coltivare il mais si consuma acqua (altro bene estremamente prezioso) e azoto. Tutte cose che vanno considerate nel bilancio ambientale complessivo sulle scelte che si vogliono fare. Perché ovviamente questi aspetti ci riportano al tema iniziale del rischio di respirare aria più pulita a prezzo di indebolire la lotta alla fame.
Nuove generazioni Dunque le preoccupazioni dell’Onu e di tanti movimenti ambientalisti – Greenpeace ha giudicato sbagliato l’obiettivo Ue di aumentare il consumo di biocarburanti, mentre il Wwf chiede di definire rigorosamente vincoli di sostenibilità delle produzioni – ha un preciso fondamento. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, nel condividere la denuncia dell’Onu, ha scritto: “Bisogna vigilare affinché questa nuova frontiera della tecnologia e dell’agricoltura distratta da se stessa non diventi un altro strumento di imposizione del Nord del mondo sul Sud”.
È perciò utile ritornare alla pragmatica considerazione iniziale fatta dal professor Venturi: valutare caso per caso e non fare generalizzazioni che non aiutano. «Capisco che ci sia tanta attenzione alle scelte Usa legate al mais – spiega il presidente della piattaforma italiana che, su mandato Ue, ha il compito di studiare questi problemi –, ma è anche importante sottolineare che si sta lavorando per sviluppare biocarburanti di seconda generazione, utilizzando colture legno-cellulosiche e biomasse».
In sostanza si potrebbero ottenere rendimenti più alti con coltivazioni che richiedono meno uso di energia e acqua, eliminando (o riducendo) il conflitto con le colture destinate all’alimentazione umana.
Guadagnare terreno Biofuel si possono ricavare, infatti, anche dalle alghe marine, dalle bietole, da liquami zootecnici e da semi oleosi. Dunque un’ampia gamma di scelte, che si stanno studiando in giro per il mondo. Altro aspetto è quello dei terreni su cui coltivare. È vero che c’è bisogno di più cibo e dunque di aumentare le superfici e le produzioni, ma è anche vero che nel mondo esistono ancora enormi superfici non coltivate. E in più c’è un problema di riutilizzo di terreni, come nel caso delle bietole in Italia, destinati a colture in crisi o in via di abbandono. Un puzzle decisamente complicato da comporre, in cui un aiuto può venire da ciò che la ricerca e lo studio sapranno proporre. «Nelle zone collinari del bolognese – conclude Venturi – stiamo conducendo una sperimentazione su nove ettari di terreno coltivati col panico (una pianta erbacea simile al miglio sempre meno presente in Italia, ndr). Ha una funzione antierosiva sul terreno e sta dando risultati incoraggianti per la produzione di biodiesel». Nel dubbio sul come conciliare la lotta alla fame con quella all’inquinamento, l’unica certezza è che è bene continuare a provarci.











