Emissione possibile
“Cool It” è la classifica di Greenpeace che premia l’impegno del settore dell’Information Technology sul fronte dei cambiamenti climatici
Nell’ultima edizione della classifica colossi come Google, Microsoft e IBM non si stanno ancora impegnando per chiedere di ridurre le emissioni di gas serra: nessuna azienda ottiene un punteggio superiore a 50 su 100. Un chiaro sostegno alle richieste di forti riduzioni delle emissioni è un criterio chiave per ottenere un punteggio elevato all’interno della classifica, così come la capacità delle aziende di proporre soluzioni alla crisi climatica adottabili su larga scala e misurabili.
Al primo posto c’è IBM con un punteggio di 43 su 100, segue al secondo posto HP e al terzo Fujitsu. Google, appena entrata nella classifica, si piazza al quarto posto con 32 punti su 100. IBM mantiene il primo posto grazie alla vasta gamma di soluzioni per il clima e all’impegno a ridurre le proprie emissioni, ma HP è a solo un punto di distanza. Sia HP che Toshiba hanno mostrato buoni progressi nel fornire più informazioni su come le soluzioni proposte siano in grado di ridurre le emissioni globali. Dell, Nokia e Sony, invece, non fanno passi avanti.
Sharp è stata l’unica azienda giapponese ad apprezzare l’impegno del proprio Governo a ridurre le emissioni del 25 per cento entro il 2020. La neo-arrivata Google ha fissato un piano per ridurre le proprie emissioni al 2030, ma non si è ancora espressa pubblicamente a favore di misure immediate per salvare il clima. Al contrario, l’amministratore delegato di Eriksson ha già rilasciato importanti dichiarazioni sull’urgenza di affrontare il problema dei cambiamenti climatici. Il rapporto “Smart 2020”, commissionato dalla stessa industria IT, mostra chiaramente che soluzioni IT amiche del clima hanno le potenzialità per ridurre le emissioni globali di gas serra del 15 per cento entro il 2020. I giganti dell’Information Technology devono far sentire il proprio peso o le possibilità di salvare il clima andranno perdute a causa delle pressioni negative dell’industria sporca.
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Maria Carla Giugliano, ufficio stampa Greenpeace











