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Fiore all’occhiello
Dall’Africa al Brasile, e a Roma il suo Fiore del Deserto è una comunità che accoglie minorenni e donne in difficoltà. Una vita al servizio degli altri.
Marchigiana d’origine, romana d’adozione, psicologa e psicoterapeuta, Vittoria Quondamatteo ha passato più della metà della sua vita di quarantenne al servizio degli altri. Prima in Africa, oggi a Roma dov’è responsabile della comunità Il Fiore del Deserto (www.ilfioredeldeserto.it) che accoglie minorenni e donne in difficoltà. Quando ha scoperto questa sua “vocazione” verso gli altri? «A 12 anni già desideravo salvare il mondo. A 18 sono andata in Kenya come volontaria in una missione dove le suore del Don Orione assistevano bambini denutriti.
Un’esperienza stravolgente dalla quale ho riportato con me, oltre al dolore, il desiderio di testimoniare ciò che avevo vissuto lì». In che modo? «Con Suor Noemi Guzzi ho creato l’Associazione Italiana Nomadi dell’Amore (www.aina-onlus.it) con la quale abbiamo cercato di finanziare opere concrete: un acquedotto, la scuola, una rete di donne dei villaggi che si auto-aiutano nell’affrontare il problema dell’aids. Dall’Africa poi siamo passati a progetti anche in Madagascar, Brasile, Argentina, Paraguay ed Eritrea». Come si arriva alla Comunità Il Fiore del Deserto? «Dopo la laurea nel ’97, volevo tornare in Africa ma un incontro fatale con una giovane ex detenuta ha messo in discussione tutta la mia vita fino a quel momento: così l’ho accolta nella casa che dividevo con un’amica. Poi è arrivata un’altra ragazza con problemi, nel giro di poco siamo diventate sette e lo spazio non bastava più. Nel Duemila ho trovato un casale e con l’aiuto delle suore del Don Orione l’abbiamo acquistato». Chi accogliete? «Mamme in difficoltà, ragazzine minorenni vittime della prostituzione, minori la cui adozione non è andata a buon fi ne. Negli ultimi anni ci stiamo “specializzando” nell’accoglienza di minorenni con problemi psichici: ragazzi, spesso italiani, che non vuole proprio nessuno». Come vi finanziate? «Con le rette del Ministero di Giustizia e del Comune, ma soprattutto con tante donazioni di privati anche se il mio sogno è che il sociale diventi autosostenibile attraverso un modello di piccola impresa sociale che ridia lavoro e dignità anche ai più sfortunati».






