Fontamara

In nome di una presunta efficienza, le SpA che gestiscono le acque dei comuni dovranno diminuire ancora le quote pubbliche. Segnata la sorte del bene “di tutti” chiamato acqua, a meno che la mobilitazione dei cittadini non intralci l’applicazione della legge approvata da questo Governo e che la “Giornata mondiale dell’acqua” – che si celebra il 22 marzo – non apra le orecchie ai politici.

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Nel frastuono mediatico che accompagna la politica italiana, capita che passino sotto silenzio provvedimenti legislativi che riguardano da vicino la vita delle persone e i bilanci delle famiglie. Uno di questi è il decreto Ronchi, detto anche “salva infrazioni” che all’articolo 15 sull’”adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica” reca le disposizioni del Governo sulla privatizzazione dei servizi idrici. Secondo la legge fatta approvare da Camera e Senato sul finire del 2009 ancora una volta ricorrendo al voto di fiducia, le SpA che già gestiscono le acque dei comuni dovranno diminuire le quote pubbliche fino a un massimo del 40 per cento entro il 30 giugno 2013 e scendere poi sotto il 30 per cento entro la fine del 2015.

Se gli enti pubblici che ancora gestiscono in house l’acqua cedono subito il 40 per cento della proprietà ai privati, avranno un anno di tempo in più per adeguarsi alla legge. Anno più anno meno, la sorte del bene pubblico chiamato acqua pare segnata. A meno che la mobilitazione dei cittadini non intralci l’applicazione di una legge che risponde solo alla richiesta esplicita delle lobby economico finanziarie alla perpetua ricerca di sempre nuovi giacimenti di materie prime, siano anche beni essenziali alla vita come l’acqua, da trasformare in merci e far fruttare sul mercato. Le reazioni non sono mancate. Cinque Regioni (Emilia Romagna, Puglia, Basilicata, Marche e Piemonte) hanno deciso di impugnare la legge davanti alla Corte Costituzionale. Il governatore della Puglia, Vendola, ha annunciato una legge regionale che tuteli il carattere pubblico della proprietà e della gestione delle risorse idriche. Anche la Lombardia di Formigoni non sembra intenzionata ad applicare il provvedimento del Governo.

Intanto ha preso il via una campagna per far inserire negli statuti di Comuni, Province e Regioni il principio che l’acqua è un bene pubblico privo di rilevanza economica e ricco di rilevanza sociale, ambientale e culturale in base a quel dispositivo giuridico secondo il quale le decisioni sulla rilevanza economica di un servizio locale spettano costituzionalmente solo alle Regioni e agli Enti Locali.

in bolletta Ma non ci sarà certo bisogno di aspettare la completa privatizzazione del servizio idrico per vedere lievitare ulteriormente la bolletta dell’acqua. Il caso di Agrigento è emblematico: dopo gli aumenti stratosferici e le richieste di retroattività non dovute che gli utenti dell’acquedotto gestito da privati hanno subito in passato, alcuni cittadini di Agrigento si sono visti recapitare addirittura bollette con importi superiori ai 20mila euro.

Assurdità del genere accadono anche altrove. Altri comuni, meno “meridionali” di Agrigento, sono in testa alle classifiche delle bollette più salate. Prime fra tutte le toscane Arezzo, Firenze, Siena e Livorno dove negli ultimi anni si è andati spediti verso una gestione più privata che mista del servizio idrico che, non di rado, ai maggiori costi per gli utenti, ha abbinato un servizio sempre più scadente, una burocrazia kafkiana, una qualità dell’acqua non certo migliore che obbliga molti cittadini a spendere soldi per l’acqua minerale. Sono anni che sull’acqua è ingaggiata una battaglia che vede da una parte multinazionali e imprese private ansiose di trarre profitto da un bene così essenziale alla vita delle persone. Dall’altra movimenti di cittadini che sostengono la necessità di difendere l’acqua come bene pubblico e quindi non subordinabile alle voraci logiche del mercato che, laddove hanno iniziato a controllare anche l’acqua, hanno subito determinato aumenti notevoli dei costi a carico dei cittadini. Le prime esperienze di privatizzazione dei servizi idrici partite verso la metà degli anni Novanta, ci dicono che nella maggior parte dei casi la gestione privata determina regolarmente un aumento dei prezzi mentre l’efficienza delle rete rimane largamente inadeguata. In altre parole il servizio non migliora.

Secondo i dati Unioncamere, dal 1997 al 2006 le tariffe sono cresciute mediamente del 62 per cento. Sono le città che hanno affidato la gestione del servizio idrico ai privati quelle che hanno le tariffe più alte. Tra queste primeggiano Arezzo, Agrigento e Firenze dove una famiglia di tre persone spende in media dai 378 ai 445 euro l’anno (v. tab. p. 18). Ad Aprilia le tariffe imposte dalla società privata Acqualatina sono schizzate in alto addirittura del 110 per cento in soli cinque anni. Gestione privata fa spesso rima anche con servizio scadente e qualità dell’acqua peggiore. E già, perché i privati non hanno certo interesse a fare investimenti costosi per migliorare gli standard di qualità del servizio. «Nella maggior parte dei casi i gestori privati comportano solo un aumento dei prezzi ma non rendono la gestione più efficiente – dice Paolo Corsetti, segretario del “Forum italiano dei movimenti per l’acqua“ che nel 2007 ha presentato una legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua ferma in Parlamento –, mentre è accertato che diminuiscono gli investimenti, per cui le falle della rete idrica restano, le tariffe crescono e la qualità dell’acqua peggiora».

cattiva gestione Intanto c’è chi pensa al referendum. «Vorrebbero farci credere che privatizzando la gestione il servizio idrico funzioni meglio, in realtà funzionerà peggio e costerà di più come dimostrano le esperienze già in atto da alcuni anni in vari comuni – annunciano Rosario Trefiletti e Elio Lannutti, presidenti rispettivamente di Federconsumatori e Adusbef –. Per questo abbiamo già costituito il comitato provvisorio per la raccolta delle firme per un referendum abrogativo». I sostenitori della privatizzazione difendono il provvedimento argomentando che in realtà non si privatizza l’acqua ma la gestione della rete. «È una fandonia – sostengono Trefiletti e Lannutti –. Chi capta l’acqua, la distribuisce, la vende e ne incassa i proventi, di fatto, ne è il padrone. Le esperienze già fatte in questo campo, infatti, hanno registrato risultati tutt’altro che positivi, con aumenti delle tariffe, “bollette pazze” e richieste di aumenti retroattivi». Il punto, però, è che l’acqua, pubblica o privata che sia, non può certo essere considerata un bene inesauribile e gratuito. «Non è che l’acqua deve essere gratis, però non bisogna ricercare sempre e comunque l’equilibrio di bilancio, o meglio, l’equilibrio di bilancio deve essere un combinato disposto tra la giusta tariffa e l’utilità generale – afferma Trefiletti –.

Quindi, da un lato non subordinarla alle leggi ferree del mercato privatizzandola, dall’altro non regalarla, ma gestirla con intelligenza, nell’interesse esclusivo del pubblico». la grande sete Intanto cresce in tutto il mondo il movimento di chi si oppone ad ogni forma di privatizzazione dell’acqua, l’acqua di cui siamo fatti all’80 per cento, l’acqua principio di tutte le cose come diceva il filosofo Talete, l’acqua «dono del cielo e cuore della vita», come dice padre Alex Zanotelli che da anni conduce instancabili battaglie a favore della pubblicizzazione dell’acqua, perché sia un diritto di tutti e non un bene di pochi. Un messaggio che da qualche parte nel mondo comincia a fare breccia. Non è un caso che il Sindaco di una città come Parigi dal primo gennaio scorso abbia revocato le licenze alle multinazionali che gestivano la rete idrica della capitale francese promettendo ai suoi concittadini un risparmio di ben 30 milioni di euro.

Anche nell’Occidente liberista qualcuno inizia a rendersi conto che non tutto è riducibile a merce e che non sempre privatizzare è sinonimo di efficienza, servizio migliore e tariffe più convenienti. In Italia non sappiamo ancora come andrà a finire. Il 20 marzo ci sarà una manifestazione nazionale in occasione della “Giornata mondiale dell’acqua” che si celebra ogni anno il 22 marzo proprio a ridosso delle elezioni regionali.

Chissà che la politica non apra le orecchie e ascolti.


PRESI NELLA RETE
Il servizio idrico italiano... che fa acqua.

Dai dati raccolti nel “Dossier Acqua 2009“ di CittadinanzAttiva viene fuori, come al solito, un’Italia a molte facce. C’è un Nord dove si investe di più nella rete e nella qualità del servizio, dove le tariffe sono mediamente più basse e anche la dispersione si mantiene molto al di sotto della media. Tre regioni sono tuttavia in deroga rispetto ai parametri microbiologici e chimici eccessivamente alti come l’arsenico. Al Sud invece non s’investe quasi per niente, la rete è ridotta a un colabrodo e le tariffe sono spesso elevate. I parametri di potabilità, invece, sono generalmente migliori che al Nord anche se le continue interruzioni del servizio impediscono talvolta un regolare consumo dell’acqua di rubinetto. Il Centro batte tutti in fatto di tariffe medie più elevate. In generale il rapporto di CittadinanzAttiva denuncia crescita costante delle tariffe a cui non fa riscontro il miglioramento del servizio. Alcuni gestori fanno persino pagare il canone di depurazione anche dove non c’è. Siamo messi molto male per quanto riguarda la dispersione idrica, ormai oltre un terzo del volume di acqua immessa nelle tubature mentre il sistema delle deroghe sui parametri microbiologici e chimici da transitorio rischia di diventare perpetuo.

LE CITTÀ CON L’ACQUA PIÙ “SALATA”... Agrigento 445 Arezzo 386 Firenze 378 Pistoia 378 Prato 378 Urbino 374 Livorno 370 Grosseto 358 Siena 358 Ferrara 350 Ravenna 341 Rovigo 340 Pisa 338 Reggio Emilia 338 Pesaro 332 Genova 325

...E QUELLE CON L’ACQUA PIÙ DOLCE Milano 106 Isernia 114 Pordenone 131 Udine 132 Lecco 134 Aosta 147 Cuneo 154 Benevento 157 Treviso 159 Lodi 160 Varese 160 Venezia 161 Campobasso 166 Pavia 167 Reggio Calabria 173 Savona 175

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