Giovani d’oggi

Concreti e pragmatici, ma poco fiduciosi nel futuro. Credono nella famiglia, meno nelle istituzioni e nella politica. I giovani al tempo della crisi in una ricerca del Laboratorio di Studi politici e sociali dell’Università di Urbino.

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E pensare che nel Sessantotto i giovani rifiutavano sdegnosamente il posto fisso perché avrebbe spento le potenzialità creative di una generazione che sognava la fantasia al potere. Oggi quel che vogliono i giovani degli Anni Zero è proprio il posto fisso, adeguatamente retribuito. E neppure importa che sia in sintonia con le proprie aspirazioni. Lo ha scoperto un’indagine di LaPolis, Laboratorio Studi politici e sociali dell’Università di Urbino, condotta da Ilvo Diamanti, sociologo e direttore del laboratorio. Una ricerca che mette a confronto tre categorie: i giovani tra i 15 e i 35 anni, i giovani che sono anche soci Coop e gli adulti.

la mia generazione Dalla ricerca emerge il ritratto di una generazione concreta e pragmatica. La società chiede loro di essere flessibili? Loro ci riescono, ma ad altissimo prezzo. «Sono senza orizzonti, senza punti di riferimento – spiega il coordinatore della ricerca Ludovico Gardani – sanno che molto del loro futuro dipenderà dal lavoro e sanno che questo lavoro deve essere una fonte di reddito certa, e quindi di stabilità». Il 41 per cento di loro ritiene che sia requisito fondamentale del lavoro lo stipendio e il 39 per cento la sua stabilità. Anche se gli adulti mettono al primo posto la garanzia del posto fisso, le due categorie condividono sostanzialmente lo stesso punto di vista sul lavoro. «Nei giovani c’è una forte domanda di stabilità – precisa Ilvo Diamanti – tanto che cala anche la propensione al lavoro autonomo tipicamente italiana. Questi ragazzi si trovano in una situazione di flessibilità coatta che gli fa desiderare la stabilità».

Tanto più che solo il 17 per cento dei giovani pensa che la loro posizione economica e sociale sarà migliore di quella dei genitori. Gli adulti sono ancora più pessimisti (col 63 per cento che vede nero) «ma – precisa Diamanti – noi, da giovani, pensavamo che sarebbe stata dura, ma che ce la potevamo fare. Oggi questa speranza non c’è più. Non sono solo i giovani a perdere di vista il loro futuro, è l’intera società che l’ha perduto». Anche perché questi ragazzi, che magari studiano e si laureano molto più di quanto non abbiano fatto i loro genitori, pensano, al 74 per cento, che la meritocrazia a questo mondo dovrebbe esistere e che sarebbe giusto che la competenza venisse premiata. Ma sanno che non sarà così e che, molto probabilmente, per migliorare la loro condizione professionale dovranno andare all’estero (lo dichiara il 55 per cento) pur restando legati al loro territorio e sperando di tornare. Meglio se nella città di origine, e meglio ancora se vicino a casa dei genitori a cui lega un rapporto di dipendenza che è soprattutto finanziario. Tant’è vero che nel 17 per cento dei casi i ragazzi ritengono che sia la ricchezza e il sostegno della famiglia a costituire un fattore di successo e il 23 per cento le conoscenze personali e familiari.

vicini e lontani Anche la dimensione della partecipazione politica e sociale è finita. Il 55 per cento dei giovani intervistati, infatti, socializza attraverso organizzazioni sportive, culturali o ricreative, il 34 per cento fa volontariato, il 26 per cento va in parrocchia. Solo il 21 per cento sta dentro un’associazione politica o sindacale (qui la percentuale è bassa anche per gli adulti, il 27 per cento, segnalando un disimpegno che è più spalmato sull’intera società che generazionale). In generale c’è un forte senso di ripiegamento e più sfiducia negli altri. Del resto, se il mio orizzonte è privo di futuro per cosa dovrei mobilitarmi? Per di più, i giovani pensano che le istituzioni siano lontane e non abbiano a cuore i loro problemi. Perciò le ricambiano con una sostanziale sfiducia. Solo il 5 per cento dei ragazzi pensa che il Parlamento si occupi dei giovani, magari il Governo un po’ di più (lo spera il 9 per cento), ma forse è il Comune a farlo (37 per cento) o almeno la Regione (17 per cento). Lontani dalle istituzioni, lontani dalla politica, questi giovani restano attaccati alla famiglia, al luogo dove sono nati e ai loro amici.

E sono diventati professionisti della comunicazione a distanza: il 51 per cento di loro usa il pc per più di due ore al giorno, il 42 per cento internet, il 22 per cento il cellulare. Tra quelli che usano internet, il 61 su cento lo fa anche per frequentare i social network. E così, attraverso la rete, i telefonini, la posta elettronica e i giornali on line, sono sempre più connessi, ma sempre più lontani.

 


 

I RAGAZZI DI COOP
E i giovani Coop? Come sostiene il sociologo Ilvo Diamanti, curatore della ricerca LaPolis dell’Università di Urbino, «essi sono anzitutto, giovani e condividono con i loro coetanei gli orientamenti prevalenti». A leggere le loro risposte ai quesiti salta, però, all’occhio un po’ più di pragmatismo, unito a qualcosa che potremmo chiamare “impegno”. Alla domanda: che cosa significa essere socio di una Cooperativa? i giovani Coop rispondono al 55 per cento che è per ottenere dei vantaggi economici (la totalità dei giovani invece si ferma al 34 per cento) e solo al 27 per cento per essere in sintonia con i propri ideali. Ma al quesito che riguarda il consumo critico, i giovani Coop, carrello alla mano, corrono in difesa delle buone cause: dall’acquisto di prodotti in base a motivi di tipo etico, politico o ideologico (lo fa il 57 per cento, contro il 45 di tutti gli altri) a quelli del consumo equo e solidale (il 58 per cento contro il 49). Il 44 per cento boicotta alcune marche per motivi politici e addirittura il 77,5 per cento ha speso soldi dove parte del guadagno era per finanziare cause umanitarie. I giovani soci Coop ritengono poi che la differenza tra le cooperative e altre imprese è che le cooperative siano più competitive (lo ritiene il 71 per cento contro il 57 di tutti gli altri), che diano più lavoro ai giovani (60 per cento) e siano più attente all’ambiente (70 per cento) e ai temi sociali (59 per cento). «Per i giovani soci Coop – commenta Diamanti – la scelta stessa di aderire alla Coop costituisce una forma di impegno. Una scelta “politica” che, come per gran parte dei giovani coetanei, avviene attraverso stili di vita etici e di consumo critico, più che attraverso il coinvolgimento in luoghi e canali istituzionali: acquistando oppure boicottando i prodotti di un’azienda o provenienti da alcuni paesi piuttosto che attraverso l’iscrizione a un partito o a un’organizzazione politica. La cooperazione stessa è vista come un mix di vantaggio e coraggio, utilità e generosità».

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