Giustizia sia fatta
Tv e giornali annunciano spesso che qualcuno è stato giustiziato, in un paese o in un altro (troppo spesso, ahimè, anche se con frequenza di gran lunga inferiore a quella delle esecuzioni capitali che attualmente avvengono nel mondo, poiché per lo più non le si annuncia affatto). Ogni volta, comunque, a me sembra di ascoltare o di leggere in questa formula, “giustiziato”, un’insopportabile ipocrisia, frutto della ripugnanza a dire che è stato compiuto un omicidio volontario, ancorché legale.
Legale, perché compiuto nel rispetto delle leggi vigenti, ma volontario, cioè atto deliberato e non dovuto a fatalità o errore. Una tale ripugnanza è difficile da superare (mi accorgo di avere usato anch’io, qui sopra, una formula non meno ipocrita, “esecuzioni capitali”, anziché riferirmi a omicidi volontari legali, quali in realtà sono). E tuttavia può servire, la ripugnanza sottesa a queste formule ipocrite, a ricordarci l’enormità e l’assurdità della violenza che si fa alla coscienza civile ogni volta che si mette a morte una persona in nome della legge: tanto enorme e assurda, la violenza subìta dalla coscienza di ciascuno, che appare opportuno, doveroso, porla al riparo di parole che evocano la sacralità della giustizia: “giustiziato”, appunto, non ucciso di proposito.
Però il linguaggio gioca a volte brutte scherzi: e così capita di leggere comunemente sui giornali e di sentire alla Tv che è stato “giustiziato” un ostaggio (lo si disse a suo tempo anche di Aldo Moro e delle altre vittime delle Brigate Rosse). In questi casi la sacralità della giustizia va evidentemente a farsi benedire e si aggiunge solo uno sfregio in più alla persona uccisa.
Ma pure svarioni lessicali di questo genere rimandano, in fondo, all’ambiguità di una formula, “giustiziato”, che dovrebbe valere a rassicurare le coscienze più pigre e finisce col mettere a nudo le contraddizioni dello sviluppo civile, la fragilità morale di tante sue acquisizioni. Non è senza significato che la pena di morte sia legale e si applichi in paesi di consolidata democrazia come in altri in cui non c’è libertà. Forse dovremmo rassegnarci a constatare che questo discrimine non segna, come pure si era confidato in passato, la via sicura a più alti traguardi di civiltà: se, democrazia o tirannide, si continua comunque a “giustiziare”.












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