I tempi della ripresa

Sulla crisi economica italiana e mondiale il parere di Marcello De Cecco, docente presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

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A sentire le voci che si rincorrono ogni giorno sulle previsioni di uscita dalla crisi c’è da rimanere perplessi. Qualcuno annuncia che la ripresa è già cominciata, altri vedono nero per almeno un altro anno. I dati, a dire il vero, confortano più i secondi dei primi. Ma a spazzare via ogni dubbio ci pensano le autorità economiche internazionali come il Fondo Monetario e la Deutsche Bank che indicano entrambe un peggioramento notevole rispetto alle previsioni.
«In realtà l’insieme delle variabili economiche internazionali fa supporre che si sia effettivamente raggiunto il punto più basso, ma mancano elementi tali da poter fare attendibili previsioni riguardo a quando si verificherà un’inversione di tendenza del ciclo economico e quindi quando inizierà la ripresa», dice Marcello De Cecco, docente presso la prestigiosa Scuola Normale Superiore di Pisa. D’altra parte negli Usa, in Gran Bretagna, nell’Est europeo la crisi è in pieno svolgimento e l’Italia è al centro di questo sistema.
Ma lei quando pensa che inizierà la ripresa? «Ritengo che, probabilmente, solo verso la metà del 2010 si potranno percepire significativi segnali di ripresa. Fra i fattori che influiscono su questa che potrebbe essere una stabilità negativa vi è il protrarsi della crisi finanziaria internazionale, specie statunitense, ben lungi dall’essere risolta, nonostante le forti iniziative di sostegno che va assumendo la nuova presidenza statunitense. Inoltre pesa la tendenza al ribasso dei prezzi sulla quale, tra l’altro, potrebbero anche innestarsi manovre speculative finanziarie». Per i consumatori, però, è meglio la deflazione dell’inflazione. «Sul piano dell’economia reale, questa tendenza deflattiva, o comunque di prezzi stabilmente bassi, se può apparire positiva nell’ottica del potere di acquisto di chi ha un reddito fisso, di fatto scoraggia investimenti e attività produttive con ricadute negative sull’occupazione e quindi sul reddito disponibile e, di conseguenza, sui consumi con effetti complessivamente negativi ai fini della ripresa economica».
Ma quali sono le vere cause di questa crisi? «La crisi ha radici profonde negli squilibri finanziari ed economici del mondo globalizzato, anche se il momento scatenante è stato il fallimento della Lehman Brothers, il 15 settembre 2008. Fra i principali responsabili della crisi c’è, come è noto, il sistema finanziario che nelle economie sviluppate è cresciuto su se stesso. Il sistema finanziario, infatti, negli ultimi decenni non ha avuto quei correttivi e distinzioni fra attività finanziarie destinate agli investimenti produttivi nell’economia reale e quelle destinate alle pure attività commerciali che invece – dagli anni Trenta del secolo scorso fino alla fine degli accordi di Bretton Woods nel 1971 – avevano garantito una certa stabilità al sistema. Correttivi che sono stati progressivamente spazzati via dalla crescente liberalizzazione del settore finanziario che ha avuto il suo apice con la presidenza Clinton».
Insomma tutto potrebbe ricominciare come prima? «Temo di sì. Per questo io credo che occorra un ripensamento profondo partendo proprio da ciò che ha generato la crisi. Oggi l’economia reale, gli investimenti che sono le vittime principali di questa crisi con effetti a cascata sui redditi e i consumi sono inscindibilmente interconnessi e dipendenti dal credito e dalla finanza con tutte le sue diramazioni e interdipendenze internazionali. Credo che un profondo ripensamento del sistema debba perciò contemplare anche la valutazione di una separazione fra investimenti produttivi e finanziari».
Negli Stati Uniti Obama sembra intenda convergere verso quest’obiettivo di separazione del sistema finanziario puro da quello destinato agli investimenti per dare impulso a questi ultimi e rilanciare l’economia, come accadde ai tempi del New Deal. «Benché siano presenti delle affinità apparenti con quel New Deal che consentì di superare la Grande Depressione, la situazione del mondo globalizzato è ben diversa e questo renderà molto più difficile e complesso il processo di risanamento. Un fattore critico dei più importanti è rappresentato, infatti, dalla interdipendenza fra l’economia cinese e quella Usa».