Istruzione per l’uso
Se è dal suo sistema formativo che dipende il futuro di un paese, noi non siamo messi tanto bene. Intendiamoci, la crisi del sistema scolastico italiano ha una lunga storia ed è fatta di mancate riforme o di riforme sbagliate che portano le più svariate firme dei più svariati ministri. Certo, gli ultimi provvedimenti non fanno che aggravare una situazione già seriamente malata indipendentemente, s’intende, dal valore delle persone, insegnanti e non, che operano, talvolta con impegno e abnegazione encomiabili, in strutture e percorsi didattici sempre più insufficienti anche sotto il profilo dei valori condivisi che un sistema educativo statale dovrebbe trasmettere ai cittadini di domani. Il caso grottesco della scuola elementare comunale di Adro addobbata fin dalle fondamenta di simboli leghisti da quello stesso sindaco che non molto tempo fa voleva lasciare a digiuno i figli delle famiglie più indigenti non in regola con il pagamento della mensa, è solo un’altra forma di violenza sui bambini dalla quale qualcuno dovrebbe proteggerli. Ma il disastro della scuola pubblica alla quale vengono tagliati continuamente fondi mentre si stanziano milioni di euro a favore della privata, si tocca con mano nelle molte scuole dove manca persino la carta igienica, nelle scolaresche che al primo suono della campanella hanno trovato l’aula vuota e senza banchi, nelle classi con oltre 40 alunni, negli insegnanti senza cattedra e nelle cattedre senza insegnanti. Per non parlare dei tagli alle materie e alle ore di insegnamento compreso il tanto decantato inglese e i pluricelebrati laboratori privi di personale e di attrezzature.
Non vanno meglio le cose nelle Università. Stando ai dati del QS World University Rankings, la classifica sulla qualità delle Università vede il sistema universitario italiano in grande difficoltà. Noi che l’Università l’abbiamo inventata, ne abbiamo solo una tra le prime 200 mentre l’Istat ci documenta la perdurante difficoltà degli studenti a concludere gli studi. Non mancano le eccellenze, ma i cervelli che escono dai nostri Atenei sono costretti ad emigrare dove vengono più apprezzati per il loro valore e meglio ricompensati per le loro prestazioni.
Si dice che quando mancano i soldi bisogna tagliare dappertutto anche nell’istruzione e nella cultura. Eppure Francia e Germania, per citare i due stati guida dell’UE, continuano ad investire nella scuola, nella cultura e nella ricerca. Certo, non hanno quasi 130 miliardi l’anno di evasione fiscale, ma se continuano a credere nell’istruzione ci deve essere qualche buona ragione. E, infatti, il nesso tra un sistema formativo che funziona e la crescita dell’economia ce lo spiega uno studio pubblicato recentemente dall’OECD (Organization for Economic Cooperation and Development) che è riuscito a misurare l’effetto del miglioramento delle “prestazioni” del sistema scolastico nazionale sull’economia complessiva del paese.
Basterebbero piccoli miglioramenti nell’istruzione della media PISA (Programme for International Student Assessment) – che attualmente vede la preparazione dei nostri studenti largamente deficitaria – per determinare un consistente aumento del Pil dei paesi OECD pari a una cifra di 115mila miliardi di dollari nei prossimi vent’anni. Se poi si riuscisse a portare tutti al livello della Finlandia, che possiede il sistema scolastico migliore misurato con il PISA, l’aumento del Pil complessivo sarebbe pari a 260mila miliardi di dollari. Per l’Italia, nei due casi, avremmo rispettivamente 5.223 e 18.094 miliardi in più in vent’anni. Ed ecco che anche gli amanti dei numeri sono serviti.










