L’antiretorica
Nei tempi dell’antichità classica, ma pure in epoche successive in cui l’istruzione era riservata alle classi dirigenti, a scuola si insegnava la retorica, cioè la tecnica della eloquenza, le regole da seguire per esprimersi con proprietà ed efficacia, in modo elegante oltre che convincente. Coloro che riuscivano ad applicare nel modo migliore i canoni di questa disciplina diventavano oratori famosi, fossero avvocati, politici, docenti o altro, e avevano grande seguito nella società del loro tempo. Erano esempi viventi del parlare bene.
Tra i canoni della retorica assumeva particolare rilievo il senso della misura: ciò non esclude che fosse ammesso l’uso dell’iperbole e quando necessario anche dei toni forti, fino all’invettiva, ma comunque nel rispetto delle proporzioni. La necessità di questo senso della misura resta sempre attuale, anche dopo che la retorica ha cessato di essere materia di studio nelle scuole di eccellenza: è una caratteristica che ritroviamo nella migliore tradizione oratoria, in ogni tempo, pure nella tensione delle polemiche più accese.
Ma oggi è difficile ritrovare alcun senso della misura nelle risse ospitate nei salotti televisivi, sede privilegiata del dibattito politico e culturale. “Lei mi fa schifo!”, ho sentito gridare sere fa da un ministro della Repubblica a un interlocutore che aveva espresso un’opinione a lui sgradita (nel totale silenzio, beninteso, del conduttore cortigiano). Sembra proprio di dover condividere “una certa nostalgia” manifestata di recente dal presidente Napolitano per anni ormai lontani della vita politica, “tempi in cui non si facevano tanti complimenti, c’erano divisioni ideologiche, ma ci si rispettava, c’era rispetto tra avversari...”. E non solo a parole.
Rispetto, oggi? Oggi che, per dirla con lo scrittore Roberto Saviano, “chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime”, e che “qualsiasi voce critica sa di doversi aspettare ritorsioni”. Nelle sue ultime riflessioni Vittorio Foa ammoniva sugli effetti deleteri che provoca la scomparsa dell’esempio tra i valori condivisi. Qualcuno ricorda il dovere di dare il buon esempio al quale ci richiamavano i nostri padri? Quale esempio ricevono oggi gli italiani da chi detiene il potere?












perchè Santoro?
Leggo sempre la sua rubrica,ma stavolta sono rimasta interdetta perchè mi sono chiesta per quale motivo nel descrivere le trasmissioni becere non abbia fatto il nome del conduttore cortigiano(intendento chiaramente VESPA e la sua "Porta a porta")ed abbia,invece, messo la foto dell'ottimo giornalista SANTORO.Ciò ha potuto indurre qualche lettore a pensare che lei si possa essere riferito a SANTORO,quando poi nell'articolo non c'è alcun riferimento allo stesso e alle sue trasmissioni!? In attesa di una sua risposta le invio cordiali saluti.
La scelta della foto non è
La scelta della foto non è responsabilità dell'autore della rubrica, ma della redazione internet del giornale che ha pensato di pubblicare la foto di Michele Santoro non certo come esempio di conduttore di una trasmissione becera, ma come uno dei massimi protagonisti dell'informazione televisiva che – immagino suo malgrado – deve assistere spesso, come altri colleghi, a quello scambio di "complimenti" e violenze verbali che Tito Cortese prende giustamente di mira.
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