L’asso nella manioca

Un tubero brasiliano potrebbe contribuire allo sviluppo dei paesi poveri. Dolce o amara, la manioca.

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Globalizzazione vuol dire anche immedesimarsi nei problemi e nei consumi di popoli molto diversi da noi. Per esempio capire che c’è un miliardo (rispetto ai 6,7 miliardi totali) di persone che, al fianco o al posto dei cibi tradizionali dell’Occidente – cereali, carne e patate – si nutre di radici di manioca, o cassava, un tubero originario del Brasile, usato come alimento energetico nell’America meridionale e in Africa. Rispetto a una produzione mondiale annua, per esempio, di 550 milioni di tonnellate di frumento, la produzione di manioca è di quasi 250 milioni di tonnellate.
Le radici di manioca, di colore chiaro-bruno, rassomigliano alle carote, con un diametro di circa 5 centimetri e lunghezza fino a 80 centimetri; sono ricoperte da una scorza, dello spessore di pochi millimetri. Costituite in prevalenza da carboidrati, le radici di manioca sono commestibili e la loro coltivazione assicura la massima quantità di calorie per unità di superficie; la resa agricola può arrivare a 20 tonnellate per ettaro. La maggior parte della coltivazione della manioca ha luogo a livello di villaggio o familiare e per questo le rese pratiche sono inferiori a quelle che si avrebbero con coltivazioni più razionali.
Le varietà di manioca si distinguono in “dolci” e “amare”. La polpa delle radici di manioca dolce può essere mangiata cruda mentre quella della varietà amara contiene una sostanza tossica da cui si libera il velenoso acido cianidrico e può essere usata a fini alimentari soltanto dopo trattamento a caldo. Le radici di manioca possono essere cucinate in molti modi: bollite, schiacciate in una forma di purée, cotte a vapore o fritte. Dalle radici si può ottenere una farina chiamata tapioca con cui si possono preparare dolci o alimenti simili al pane. Ma la preparazione di alimenti è solo uno degli utilizzi della manioca, la cui farina è la fonte più economica di amido e si presta a molte applicazioni industriali, per la fabbricazione del glucosio e, per fermentazione, di alcol etilico carburante (il cosiddetto bioetanolo), anche se la FAO raccomanda che per tale uso non vengano impiegati prodotti di importanza alimentare per molte popolazioni.
La produzione e gli usi alimentari e no della manioca possono aumentare col perfezionamento delle ricerche chimiche, biologiche e microbiologiche; ecco un’occasione di collaborazione fra le conoscenze scientifiche dei paesi industriali e i bisogni e le prospettive dei paesi in via di sviluppo. Non a caso nel luglio 2008 si è tenuta a Gent, in Belgio – dove non si produce né si consuma manioca – la conferenza internazionale di un consorzio di enti impegnati nel miglioramento della manioca; ne fanno parte la Fao, vari istituti agronomici del Nord e del Sud del mondo e imprese private; per quanto ne so, l’Italia è assente. La conferenza ha concluso che l’aumento della produzione della manioca contribuirebbe alla trasformazione agronomica e allo sviluppo dei paesi poveri.