La classe non è acqua

Dopo scioperi e dure proteste da parte di insegnanti, presidi, studenti, genitori e organizzazioni sindacali, ma non senza qualche consenso, la cosiddetta riforma Gelmini entra in aula a pieno regime (o quasi). Meno insegnanti, meno ore, meno soldi. E non finisce qui.

scuola-classe.jpg

Ci siamo. La macchina da guerra della signora Gelmini è arrivata nelle scuole, dopo mesi di cammino tra proteste e scioperi di insegnanti, genitori, ragazzi, sindacati, ma non senza qualche consenso perché il ministro ha guardato con due occhi alla “sana severità” dei modelli educativi di una volta e con gli altri due alla “razionalizzazione” delle risorse. «La scuola che riapre i cancelli è una scuola peggiore di quella lasciata a giugno, si apre nella completa incertezza, conseguenza disastrosa di politiche, in materia di istruzione, fatte solo di tagli – dichiara senza mezzi termini Domenico Pantaleo, segretario generale della Cgil scuola –.

Tagli al personale scolastico, tra insegnanti e personale Ata (Amministrativo Tecnico e Ausiliario) oltre 57mila in meno, scuole più affollate per l’aumento del numero degli alunni per classe, con la crescita del rapporto tra insegnante e numero di allievi, rischio di chiusura di molti istituti nei piccoli centri e nei paesi montani. In più molte scuole navigano a vista perché sono stati tagliati i fondi ordinari per il funzionamento didattico e amministrativo. Complessivamente 70-80milioni di euro tolti all’autonomia scolastica che riguarda le questioni minute (e nemmeno più di tanto, ndr) come i soldi per le fotocopie e i gessetti, ma anche il pagamento dei supplenti temporanei e i corsi di recupero nelle scuole superiori. Con gli organici ridotti all’osso e senza risorse finanziarie si rischia di cancellare l’autonomia scolastica, tornando al vecchio centralismo burocratico».

banco di prova Con questi tagli, in effetti, è difficile convincersi che nella scuola non cambierà niente d’ora in avanti, che l’offerta formativa sarà la stessa e che i genitori possono stare tranquilli, visto che le scuole avevano già così pochi soldi a disposizione che spesso carta igienica e saponi venivano acquistati dai bidelli. Lo scenario che dipinge Vittoria Franco, membro della Commissione istruzione del Senato, non lascia molte speranze: «La scuola è sicuramente più povera. Più povera di risorse economiche, più povera di ore di insegnamento, più povera di insegnanti.

Gli effetti dei tagli di quasi 8 miliardi di euro, indicati nel Decreto fiscale di Tremonti e relativi al periodo 2009-2011, cominciano a farsi sentire. Si è cominciato con la retorica della meritocrazia e con l’osannare l’uso salvifico del grembiulino e del voto in condotta, la cui insufficienza diventa motivo di bocciatura. Ora ci siamo, si rimetterà indietro l’orologio di qualche decennio: andranno a regime il maestro unico, la possibilità di anticipare la scuola dell’infanzia e la scuola primaria, il tempo pieno è ridotto dalla scarsità delle risorse a disposizione.

Qualche attività in più sarà a carico di comuni e famiglie, ma in molte scuole i bambini dovranno uscire alle 12,30 dopo sole 4 ore di lezione. Insomma un modo per far diventare la scuola sempre meno pubblica e sempre più privatistica. Penso a quelle famiglie che saranno costrette a rivedere organizzazione e bilanci familiari, a quelle donne che saranno costrette a lasciare il lavoro per occuparsi dei figli che altrimenti nel pomeriggio sarebbero abbandonati a se stessi».

a lezione di… Chi di esperienza nel mondo della scuola ne ha da vendere, Antonino Petrolino, dirigente scolastico da poco in pensione, presidente del consiglio nazionale dell’associazione Anp (Associazione nazionale Presidi), nonché membro in qualità di “esperto” di due commissioni ministeriali, fra cui la “delivery unit” costituita per accompagnare la riforma degli istituti tecnici, non ha dubbi: «Quella che viene chiamata “riforma Gelmini” (legge 169 del 30 ottobre 2008) si compone di tre linee: tagli alle spese; misure volte al “ripristino” della serietà e del rigore; interventi sugli ordinamenti. Finora si è fatto qualcosa sulle prime due, mentre la terza – che è quella sostanziale – è ancora in fase di elaborazione e andrà in vigore non prima del settembre 2010.

La linea numero uno è impropriamente attribuita alla Gelmini, perché in realtà è contenuta in una legge promossa dai ministri Brunetta e Tremonti (la 133 del 2008). Non sono misure di riforma, ma di economia della spesa di tutte le pubbliche amministrazioni, fra cui la scuola. Naturalmente l’impatto sull’istruzione c’è e come».

fuori orario Allora al suono della prima campanella quale scuola trovano alunni e insegnanti? «Non è facile dirlo – spiega Ermanno Testa del Cidi (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) –. Facciamo il caso delle elementari: ho forti dubbi che le richieste delle famiglie possano essere soddisfatte con tutti questi tagli. Al momento dell’iscrizione il 3 per cento ha chiesto le 24 ore, il 7 per cento le 27, il 56 per cento le 30, il 34 per cento le 40, cioè il tempo pieno, soprattutto al Nord, ma con una crescita significativa anche al Sud. Una richiesta sociale che va oltre l’offerta. Ecco, il Cidi è molto preoccupato, ma anche curioso di vedere come tutto l’apparato amministrativo sbroglierà la matassa. Per fortuna c’è ancora l’autonomia delle singole scuole che crea margini di manovra e consente aggiustamenti in corsa senza dubbi necessari. Se una famiglia ha chiesto le 30 ore e non c’è un organico sufficiente fa ricorso? Protesta? Non è dato saperlo.

Sono i capi d’istituto a doversi organizzare ma, considerando che hanno dovuto e dovranno fare i conti anche con i ritardi nel reclutamento dei docenti, per la sistemazione di quelli in soprannumero e per i trasferimenti, il compito non è dei più semplici».

taglio netto Aggiunge Pantaleo «Colpa del governo ma anche degli enti locali, di un mancato coordinamento che non potrà soddisfare le richieste delle famiglie, basti pensare al servizio mensa per i ragazzi che lascerà molto a desiderare. Alla scuola dell’infanzia non è stato tagliato nulla, ma si prospettano difficoltà organizzative e di gestione perché vi si potrà accedere prima dei tre anni e le strutture non sono adeguate, soprattutto in molte aree del Sud, ad accogliere un numero crescente di bambini. Alle medie, invece, tagli di ore e di insegnanti: orario ridotto a 29 ore di 60 minuti attraverso l’eliminazione delle ore di compresenza (quelle utilizzate, ad esempio, per i laboratori di informatica oppure per il recupero degli alunni in difficoltà). Senza contare l’incremento del numero minimo di alunni per la costituzione delle classi (non meno di 18 alunni, non più di 27).

Poi ciascun alunno per accedere alla classe successiva o agli esami di licenza deve ottenere un voto non inferiore a 6/10 in tutte le materie. In realtà così boccerebbe almeno il 50 per cento: perciò in sede di scrutinio, se la promozione avviene “con riserva”, la scuola allega alla pagella un documento che invita i genitori a far colmare le lacune del figlio (come già avvenuto a giugno)». Ma la scuola media non prevede i corsi di recupero istituzionali estivi come alle superiori. «I genitori dovranno arrangiarsi – riprende Pantaleo – e spendere, si stima, intorno alle 250 euro al mese di prestazioni private. Davvero un bell’aiuto alle famiglie italiane in un momento di crisi...».

note sul registro Eppure l’ultimo rapporto Talis-Ocse – indagine internazionale nel comparto della scuola dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – parla di troppi docenti e ore d’insegnamento, di classi poco numerose, nessuna apertura al merito e ancora pochi spazi decisionali ai presidi nelle scuole dello Stivale. Tanto che il ministro dell’Istruzione non si è lasciata sfuggire l’occasione di sottolineare come: «il rapporto Ocse dà clamorosamente ragione al governo sulla politica scolastica adottata in Italia. I risultati dell’indagine sono in piena sintonia con le riforme in atto e ci danno conforto ad andare avanti. Anche la rimodulazione degli organici era necessaria, perché la spesa ha raggiunto livelli altissimi». Di tutt’altro avviso il segretario generale della Cgil scuola: «Questo rapporto va letto bene, in tutte le sue parti e non strumentalizzato come si è fatto. Prendiamo la questione del rapporto numero di alunni-insegnante. Non si può fare un confronto meccanico con gli altri paesi europei perché in Italia il rapporto comprende anche l’integrazione dei disabili (in Germania è gestita dal Servizio Sanitario Nazionale) e degli stranieri. E poi pensiamo a com’è fatta l’Italia, a quanti comuni montani ha, piccoli paesi che non potranno mai raggiungere classi di 28 ragazzi. E comunque nell’indagine non si dice che è un bene avere classi affollate, ma che occorre trovare un giusto equilibrio. Ma il governo si muove in un’altra direzione. Nessuno sottolinea, invece, che nel rapporto Ocse sta scritto che la scelta di terminare le scuole deve essere fatta dopo il 15° anno di età.

In Italia abbiamo l’obbligo scolastico a 16 anni, ma è fittizio perché sono previsti due anni di apprendistato al lavoro, laddove l’indagine parla di biennio unitario per le superiori». Ecco questo aspetto sì che rimanda a un’idea di scuola. Riflette Testa «l’obbligo scolastico a 16 anni è possibile realizzarlo anche con la formazione professionale. Questo significa che già nella scuola media c’è una canalizzazione di alcuni ragazzi verso il lavoro. Quindi, a conti fatti, l’obbligo effettivo in Italia è di 8 anni, unico caso in Europa».

di qualità Il vero problema resta dunque quello della qualità dell’istruzione che la scuola riesce a dare ai ragazzi. «In Italia non esiste ancora un sistema nazionale di valutazione degli apprendimenti – risponde Petrolino –. L’INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione) sta muovendo i primi passi in questa direzione, ma siamo lontani dall’avere uno strumento che misuri in modo attendibile il livello dell’istruzione. Di fatto, i giudizi che ascoltiamo sono tutti aprioristici e “quantitativi”: si assume cioè che a “più” risorse corrisponda “più” qualità e viceversa. Io credo che il modo in cui vengono utilizzate le risorse – materiali e professionali – conti più della loro quantità assoluta, naturalmente entro certi limiti. La verità resta, però, quella che le ho detto prima: nessuno è in grado di dimostrare con dati certi la fondatezza del suo giudizio sulla scuola. E questo è il vero problema». Una questione affrontata anche nel controverso rapporto dell’Ocse «la valutazione, appunto, non solo degli insegnanti, ma dell’intera organizzazione scolastica per capire la qualità dell’apprendimento in ogni ordine e grado di scuola e nei diversi territori – mettono in evidenza dalla Cgil scuola –. Sui temi della valutazione, della qualità e del merito va evitata, infatti, la tentazione di risposte sbrigative (le pagelle ai docenti) e improvvisate, dettate da prevalenti ragioni mediatiche».

scuola guida Una scuola che sia in grado di fare il suo mestiere, cioè di preparare gli studenti e di ridurre la dispersione scolastica: forse questo vuol dire scuola di qualità. «Ma questo si fa con insegnanti più motivati – afferma Franco – il cui punto di vista sia tenuto in maggiore considerazione nella discussione pubblica e che non siano umiliati con l’aggettivo di “fannulloni”, come fa il ministro Brunetta. È sull’intero sistema che occorre investire per innovarlo. L’istruzione è un bene pubblico come sanno tutte le democrazie progressive, ma è anche una necessità per stare al passo con la crescita economica di un paese che si misura sempre più in base al sapere e alla ricerca che riesce a produrre.

Per questo il nuovo presidente degli Stati Uniti insiste sulla necessità di nuovi investimenti nella scuola pubblica e nella ricerca. Invece il nostro governo oltre a tagliare indiscriminatamente, dequalifica e umilia insegnanti (mentre ai giovani laureati che vogliono intraprendere la carriera scolastica non dice ancora come faranno ad abilitarsi e inserirsi nelle graduatorie dopo la chiusura delle SSIS-Scuole di Specializzazione per gli Insegnanti della Scuola Secondaria, ndr) e dirigenti: “Se non riuscite a dirigere senza risorse, cambiate mestiere”, ha risposto impunemente la ministra Gelmini ai dirigenti scolastici che protestavano per i tagli». Tagli che investono in modo massiccio anche le Università, penalizzando soprattutto i giovani che si vedranno chiudere le porte della ricerca e della carriera universitaria. «Questo è l’aspetto più preoccupante – afferma Franco – che porterà all’invecchiamento del personale universitario e alla riduzione delle possibilità della ricerca. E così cresce ancora l’esercito di cervelli in fuga dall’Italia». Questo, però, è un altro triste capitolo dal diario di viaggio della macchina da guerra targata Mariastella.


La riduzione dei posti per il solo 2009 è di 42.100 insegnanti e oltre 15mila personale non docente. Circa 20mila docenti precari non avranno più un lavoro. Tagli alla scuola di quasi 8 miliardi di euro nel periodo 2009-2011. 70-80 milioni di euro tolti ai fondi per l’autonomia scolastica.


CHE ORE SONO? Le principali novità della riforma. Scuola dell’infanzia In base alla scelta delle famiglie l’orario potrà essere anche solo antimeridiano, utilizzando in questo caso una docente e non due. Nei piccoli comuni, piccole isole, zone di montagna si integreranno le sezioni con bambini tra i due e i tre anni. Viene reintrodotto l’anticipo a due anni e mezzo delle iscrizioni per tutti. Scuola primaria Introduzione del maestro unico al posto dei tre docenti per due classi per un orario che passerà da 22 a 24 ore. Restano possibili ulteriori tre opzioni: 27, 30 (27 più tre ore opzionali, con maestro prevalente) e 40 ore (tempo pieno). Affidamento della lingua inglese all’insegnante di classe specializzato e chi non lo è dovrà seguire un apposito corso di 150/200 ore. Gli alunni degli istituti comprensivi potranno avere docenti di inglese di scuola media. Ritorno al voto in pagella, affiancato da un giudizio.

Torna anche il voto in condotta che sarà determinante per il giudizio finale dell’alunno. Obbligo del grembiule. Scuola secondaria di primo grado (media) Orario ridotto a 29 ore di 60 minuti con l’eliminazione delle ore di compresenza dei docenti. Incremento del numero minimo di alunni per la costituzione delle classi (non meno di 18 alunni, non più di 27). Ciascun alunno per accedere alla classe successiva o agli esami di licenza deve ottenere un voto non inferiore a 6/10 in tutte le materie. Passaggio dai giudizi ai voti espressi in decimi. Voto in condotta determinante per il giudizio finale dell’alunno: con il «5» in pagella non si viene ammessi alla classe successiva o all’esame di licenza.

tagli tagli tagli

Siamo alle solite, tagli tagli e poi tagli invece di investire nell'istruzione.. bonus casino Tant'è che l'anno sta per iniziare, staremo a vedere che succede...

invia un commento:

Il contenuto di questo campo è privato e non verrà mostrato pubblicamente.
CAPTCHA
La domanda serve per verificare che tu non sia un software usato per spam. Attenzione: il sistema distingue tra Maiuscole e minuscole (scrivere: Geppetto è diverso da scrivere geppetto)