La cognizione del dolore
Finalmente una cosa bella, completamente bella, e senza ombre. 33 minatori sono stati salvati e sono tornati a casa. Al di là dell’emozione assolutamente prevista per un evento così drammatico, quello che mi è piaciuto è stato il segno della sobrietà, del rispetto delle persone e della loro vita privata. Forse il clamore fuori dal Cile non è stato “assordante” perché una storia a lieto fine non fa notizia... Alla gioia di questo avvenimento si è contrapposta l’indignazione per la morbosità e la volgarità dei media che, come sempre, si sono avventati sulla storia di una povera ragazzina come Sarah offendendo la sua morte atroce. Sì, offendendo il pudore dei sentimenti che non esiste più, il rispetto della miseria del contesto umano intorno a una vita spezzata e scatenando la morbosità della gente.
Tutto diventa audience e consumo, anche il dolore diventa oggetto e soggetto di mercato, mentre ci sarebbe tanto bisogno di “pietas”, di compassione e di silenzio. Ero bambina quando uscì un film americano, “L’asso nella manica” con Kirk Douglas, che raccontava un caso clamoroso di “marketing del dolore”: un minatore era incapsulato in un cunicolo e il giornalista che per primo aveva avuto la notizia aveva costruito via via un clamore mediatico intorno al caso, prolungandone la durata fino a far morire il poveruomo. Niente di nuovo sotto il sole, solo che allora questo cinismo ci faceva orrore e generava un sentimento fortemente condiviso di condanna. E oggi?










