La fine di Wall Street
Intervista a Tito Boeri, docente di economia all’Università Bocconi di Milano.
Cosa cambia con la crisi dell’economia e della finanza mondiale? Lo abbiamo chiesto al professor Tito Boeri, docente di economia all’Università Bocconi di Milano. «La tempesta che stiamo vivendo è la fine di Wall Street così come l’abbiamo conosciuta in questi anni, la fine di alcuni gruppi finanziari e della libertà di cui hanno goduto. Insomma non è la fine del mercato in assoluto, ma la fine di questo mercato. Ricordiamo comunque che la crisi che stiamo vivendo è soprattutto una crisi di fiducia e per questo è una crisi generale che non può che essere temporanea».
Cosa c’è da sistemare in termini di regole del gioco? «Certo c’è il problema di rafforzare le regolamentazioni. Poi è emerso chiaramente come l’Europa debba dotarsi di un’agenzia tecnica di vigilanza unica, altrimenti si continua a procedere in ordine sparso perdendo sempre più peso sulla scena dell’economia mondiale. Poi, in questa situazione, e penso soprattutto agli Stati Uniti, sono emersi anche i profondi difetti di chi avrebbe dovuto vigilare e non lo ha fatto».
Inevitabile in questo contesto l’intervento dello Stato? «Qualcuno deve riempire i vuoti prodotti da mercati che avevano cessato di operare. Questo qualcuno non può che essere lo Stato. Ma deve essere un intervento con precisi limiti temporali, tenuto il più lontano possibile dalla politica e dalle mani dei governi».
Pensando all’Italia, quel che si teme è l’impatto della crisi sulle famiglie. «Veniamo da una fase di ormai 15 anni nella quale i salari sono sostanzialmente rimasti piatti. È chiaro che in questo caso, ogni rallentamento dell’economia – e ora più che di rallentamento possiamo parlare di recessione – diventa difficile da gestire e rischia di produrre effetti davvero pesanti».
L’Italia è uno dei paesi dove sono più forti le diseguaglianze sociali… «L’aumento delle diseguaglianze c’è stato soprattutto nei primi Anni Novanta. Ma poi resta il fatto che una fetta sempre più consistente della popolazione, anche solo a fronte di una stagnazione del proprio reddito, si sente impoverita, visto il contesto in cui ci troviamo. E dunque gli effetti della crisi si fanno sentire ancor più pesantemente».
Guardando invece alle politiche economiche, come si esce da questa crisi? La Social card e i provvedimenti della finanziaria vanno nella direzione giusta? «La Social card non provoca nessun trasferimento ai poveri, ma è semplicemente un modo carino per nascondere il fatto che c’è stato un aumento delle tasse. Invece quello che dovrebbe fare il Governo è proprio abbassare le tasse, come promesso in campagna elettorale. È questo il modo per stimolare la domanda di beni e rimettere in movimento il mercato del lavoro».
La figura dei consumatori, dei loro diritti, può essere una chiave su cui impostare politiche economiche per il futuro? «Purtroppo in Italia i consumatori sono ancora poca cosa, il peso delle loro associazioni è poco rilevante. E questo pesa perché per aprire i mercati e avere più concorrenza, cosa di cui abbiamo grande bisogno, partire dai bisogni delle famiglie è fondamentale».











