La guerra delle merci
Da ricchi a poveri: Kivu e Darfur, due paesi africani devastati e impoveriti dalle guerre di conquista per le loro ricchezze, quelle che fanno “correre” la nostra civiltà.
Alcuni si commuovono, per un istante, quando nei telegiornali sfilano falangi di poveri africani affamati e in fuga da una terra all’altra: Kivu, Darfur, sono nomi di terre lontane a cui dedicare, al più una piccola donazione natalizia. Ma poco si pensa che le sventure di questi poveretti sono dovute a lotte per la conquista di materie prime e merci di cui godiamo ogni giorno.
Ci sono due Kivu, uno del Nord e uno del Sud, territori orientali della Repubblica Democratica del Congo, al confine con Sudan, Ruanda, Burundi, Tanzania; confini arbitrariamente tracciati sulla carta dalle potenze coloniali che si sono spartite l’Africa nei secoli scorsi separando popoli della stessa etnia, religione, lingua. La povertà del Kivu sta nell’essere ricco – può sembrare assurdo – di minerali preziosi: oro, diamanti, stagno, tungsteno, niobio e tantalio (il “coltan” di cui si parlò in questa rubrica alcuni anni fa, al tempo della prima guerra del Congo, 1998-2003). Si tratta di materiali che fanno correre la nostra “civiltà”, le automobili, i telefoni cellulari, i computer, le macchine utensili; negli oggetti che usiamo ogni giorno sono nascoste “merci mute” che a loro volta nascondono storie di dolore e di violenza.
In molti paesi la “proprietà” delle ricchezze minerarie è dello stato, ma spesso tale proprietà è nelle mani di una oligarchia che concede lo sfruttamento a compagnie straniere (oltre agli Occidentali la Cina è attivissima in questi territori). Il denaro finisce così nelle tasche di poche persone che sono diventate ricchissime, e viene impiegato per l’acquisto di armi che alimentano le guerre interne, mentre le popolazioni locali non hanno cibo, acqua da bere, sono cacciate dai loro villaggi ed esposte a violenze, gli operai locali sono super sfruttati, esposti a malattie dovute alle infami condizioni di lavoro, e le attività minerarie provocano effetti devastanti sull’ambiente. Si pensi che l’oro viene estratto da rocce che contengono alcuni grammi di oro per tonnellata, per cui per ottenere un’oncia troy – circa 31 grammi di oro – che vale, in questa fine del 2008, circa 750 dollari Usa (circa 600 euro), bisogna movimentare oltre 10 tonnellate di roccia e la stessa quantità rappresenta la massa dei detriti. Senza contare che per portare alla luce le rocce da trattare si distruggono delicati equilibri ecologici delle foreste tropicali, il che fa aumentare l’effetto serra, l’erosione del suolo, la siccità.
La povertà del Darfur, regione del Sudan meridionale, è dovuta alla ricchezza di petrolio; i giacimenti petroliferi sono stati scoperti nel 1980 e subito dopo, nel 1983, è cominciata la seconda guerra civile del Sudan che si trascina ancora oggi, con violenze, miseria e genocidio delle popolazioni locali per contendersi le zone petrolifere collegate con un oleodotto a Port Sudan, sul Mar Rosso.
Anche in un litro di benzina c’è violenza e povertà subite da qualcuno in qualche parte del mondo.












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