La ricetta del governo
A passo di gambero verso l’Italia delle corporazioni che il decreto Bersani del 2006 aveva provato a smontare. Sono iniziate le grandi manovre per reintrodurre vecchi privilegi in alcuni settori del commercio, dei servizi e delle professioni. A cominciare dai farmaci.
Fa veramente preoccupare che in una fase di grave crisi dei consumi e di riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, si tenti di ripristinare vecchi privilegi a vantaggio di caste e congregazioni che, non a caso, in questi mesi, hanno moltiplicato l’attività di lobby per rientrare in possesso di quelle posizioni dominanti di cui si sono sentite private e il cui costo potrebbe tornare a gravare sulle tasche dei cittadini. E in questa frenesia restauratrice di vecchi privilegi non poteva mancare un attacco alla liberalizzazione della vendita dei farmaci da banco che, in poco più di due anni, ha fatto risparmiare ai consumatori centinaia di euro, fatto nascere circa 2.750 parafarmacie e creato quasi 5.000 nuovi posti di lavoro.
I prezzi dei farmaci da banco sono calati mediamente del 10-20 per cento. Anche di più nella Grande Distribuzione. Inoltre, per effetto dell’aumentata concorrenza, anche le farmacie tradizionali sono state costrette a rivedere i listini. Se l’intervento pro-corporazioni del governo dovesse passare, avremmo una secca riduzione del numero dei farmaci da banco vendibili nelle parafarmacie, la scomparsa della figura del farmacista e la possibilità di commercializzare solo confezioni ridotte e monodose di un ristretto gruppo di medicinali di largo consumo, decretando praticamente la morte e l’inutilità sociale di queste attività.
Mentre la lobby dei farmacisti potrà di nuovo lucrare su una posizione di monopolio e continuare a vendere indisturbata prodotti che con le farmacie c’entrano poco come giocattoli, cosmetici e ogni sorta di gingillo griffato.
la casta «Abbiamo denunciato pubblicamente questo tentativo del governo di azzerare i provvedimenti di Bersani sulle liberalizzazioni, e in particolare il rischio che incombe sull’apertura del mercato dei farmaci che ha permesso a tanti cittadini di acquistare i prodotti da banco a prezzi inferiori a quelli praticati dalle tradizionali farmacie – dice Rosario Trefiletti, Presidente di Federconsumatori –. Se dovesse passare questa controffensiva delle corporazioni i consumatori italiani riceverebbero un ulteriore colpo al proprio potere d’acquisto che si andrebbe a sommare agli effetti già gravi della crisi».
Una ferma opposizione al disegno di legge Gasparri- Tommasini giunge in maniera corale dalle 17 associazioni del Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (Cncu). «Il processo di liberalizzazione avviato dal Decreto Bersani rappresenta una pietra miliare nella storia del consumerismo italiano – afferma Antonio Longo, del Movimento difesa del Cittadino, tornare indietro vuol dire cancellare un capitolo importante di storia nella tutela dei consumatori». «La strada da percorrere è semmai un’altra – aggiunge Trefiletti –. Bisogna ampliare e non ridurre la vendita dei farmaci alla fascia C, cioè a quei prodotti ricettabili che per ora rimangono esclusiva delle farmacie». Insomma, le associazioni dei consumatori sono fermamente decise ad impedire che in questo paese prevalgano sempre gli interessi delle caste su quelli dei cittadini. Anche il Movimento nazionale dei liberi farmacisti si oppone al Ddl Gasparri-Tomassini perché “propone un patto a scapito dei consumatori che avranno a disposizione pochi farmaci da banco e solo in confezioni starter cioè con poche unità posologiche, con il rischio di un aumento reale dei costi dei medicinali”.
libero farmaco I vantaggi della liberalizzazione della vendita dei farmaci da banco sono troppo evidenti per poterli negare. Così, i promotori del disegno di legge che vorrebbe cancellare queste importanti aperture del mercato sostengono che la maggiore convenienza è solo dovuta all’aumento delle vendite di questi farmaci. Il che, però, non risulta affatto dai dati ufficiali di Farmindustria i cui numeri parlano di un fatturato 2007 dei farmaci da banco praticamente in linea con quello del 2005, quando le liberalizzazioni di Bersani non erano ancora state introdotte. «Anche a noi non sembra che dopo l’apertura del mercato della vendita dei farmaci da banco la gente si sia abbuffata di medicinali – sottolinea Vincenzo Santaniello, direttore innovazione e sviluppo di Coop Italia e responsabile del progetto CoopSalute –. I consumatori hanno continuato a comprare quello che gli serviva pagandolo un po’ meno».
Un’altra accusa che viene rivolta alla Grande Distribuzione è di fare politiche commerciali troppo spinte su prodotti il cui consumo non andrebbe incrementato. «Noi non facciamo promozioni sui farmaci né operiamo vendite e sconti speciali – continua Santaniello –; pratichiamo prezzi più bassi semplicemente perché abbiamo ridotto il margine di guadagno». I conti sono presto fatti: «mentre le farmacie ricaricano dal 30 al 50 per cento, noi abbiamo ridotto il margine di guadagno intorno al 10-12, il differenziale è lo sconto che noi facciamo», spiega Santaniello. In realtà si ha la sensazione che il vero obiettivo dei promotori della legge sia annullare i benefici della liberalizzazione e restituire alle farmacie il monopolio della vendita di prodotti che possono benissimo essere venduti altrove, per altro da personale qualificato con tanto di laurea in farmacia.
E per chi propugna da sempre la religione del mercato è una bella contraddizione.
ottime prestazioni Non tutti i ministri, infatti, condividono questo arrembaggio alle liberalizzazioni introdotte da Bersani. Non lo condividono né il ministro alle Attività Produttive Scajola né il suo vice Urso il quale, durante una puntata di Ballarò, ha dichiarato che «la proposta Gasparri-Tomassini è una proposta a carattere personale non condivisa dalla maggioranza del governo». C’è solo da sperare che prevalga la ragione e che l’interesse pubblico abbia la meglio su quello corporativo. Anche perché la presenza del farmacista, il cui livello professionale è indipendente dal tipo di esercizio nel quale opera, garantisce il massimo di assistenza.
E infatti, gli italiani non solo non s’ingozzano di aspirine solo perché costano meno, ma secondo un’indagine del Censis, vogliono avere a che fare con un farmacista quando ci sono di mezzo le medicine, da banco e non. «Dire che solo la farmacia in quanto “proprietà” di un farmacista può garantire questo livello di professionalità è una posizione ideologica che non ha nessun riscontro nella realtà – afferma Santaniello –. Un farmacista può essere più o meno bravo, come un ingegnere, un medico o un avvocato indipendentemente dal tipo di esercizio nel quale opera.
Quanto alla sicurezza e all’affidabilità delle prestazioni, i nostri CoopSalute sono all’interno della rete di informazione della farmacovigilanza, per cui tutto rientra nelle regole a cui sono sottoposte le farmacie. Noi siamo affidabili al pari delle farmacie e non solo rispetto ai farmaci ma anche in altre aree merceologiche altrettanto delicate come la sicurezza e la salubrità dei prodotti alimentari».
PIÙ O MENO Cala la spesa dei farmaci, ma aumentano le ricette. La spesa farmaceutica a carico del Servizio Sanitario Nazionale nel 2008 ha fatto registrare un calo dell’1 per cento rispetto al 2007, attestandosi a 11.383 milioni di euro, pari a 193,76 euro per ciascun cittadino italiano. A fronte del calo di spesa continua a salire il numero delle ricette: +5,5 per cento rispetto al 2007. Nonostante l’aumento del numero delle ricette, nel 2008 si è verificato un calo di spesa: ciò è dovuto alla riduzione del valore medio delle ricette stesse (-6,1%), cioè al fatto che vengono prescritti farmaci di prezzo mediamente più basso (il prezzo medio è di 12,58 euro, a fronte di 13,12 euro del 2007). Il valore delle ricette continua a calare per gli effetti degli interventi sui prezzi dei medicinali varati dall’Agenzia del Farmaco a partire dal 2006, del crescente impatto del prezzo di riferimento per i medicinali equivalenti e delle misure applicate a livello regionale. (Fonte Federfarma)












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