Lezione di economia
«Nel mondo di oggi c’è più che mai bisogno di soluzioni cooperative. Anzi la cooperazione può dare un contributo importante a risolvere i problemi che abbiamo di fronte». Parola di Amartya Sen, uno dei più importanti economisti mondiali, premio Nobel nel 1988.
Nato in India 75 anni fa, Amartya Sen ha insegnato in prestigiose università come Cambridge, Oxford e – attualmente – Harvard. Il suo legame con l’Italia e con Legacoop in particolare è di vecchia data e come spiega lui stesso: «Ne sono orgoglioso. Ero vostro ospite quando tenni la mia prima conferenza dopo aver saputo del premio Nobel».
L’attenzione che Sen nel corso della sua carriera ha posto ai temi dell’eguaglianza, del rapporto tra etica ed economia, della lotta alla povertà e della necessità di una crescita economica attenta anche allo sviluppo umano ne fanno una voce particolarmente autorevole e interessante da ascoltare nel momento in cui una drammatica crisi sta facendo vacillare il sistema economico mondiale. Lo abbiamo incontrato a Milano, dove è stato ospite delle Giornate dell’economia cooperativa.
Professor Sen, che cosa è successo all’economia mondiale? Quali sono le cause di questa crisi?
«Si sono sommate situazioni diverse. C’è stata dapprima una crisi alimentare devastante che ha colpito i paesi poveri, con l’aumento dei prezzi delle materie prime. A questa si è aggiunta la crisi petrolifera, anche qui con un aumento vertiginoso dei prezzi. Poi è scoppiata la crisi finanziaria che ha portato a una recessione globale che sta acquistando sempre più velocità. Anche se qualcuno se n’è accorto solo quando sono state colpite le borse e i banchieri, i problemi c’erano già da tempo. E oggi pesa anche la crisi di fiducia che si è determinata e la fiducia è un fattore fondamentale per far funzionare l’economia e la società».
E la politica che responsabilità ha?
«Quello che si può dire è che se nel 2008 l’economia è andata male, la politica ha fatto lo stesso, a parte la novità positiva di Obama. Noi veniamo da anni in cui le scelte dell’amministrazione Usa hanno peggiorato le cose: la guerra al terrore ha avuto ripercussioni inquietanti. La guerra in Iraq ritengo sia stata la cosa più stupida che si potesse fare. E in tante altre situazioni, dalla Palestina all’Afghanistan, dai numerosi regimi dittatoriali ai drammatici attentati avvenuti a Bombay, non mi pare si possano registrare passi avanti. Così come, su un altro fronte, sempre per responsabilità Usa, si è bloccato il processo del Protocollo di Kyoto».
Il presidente Obama che tipo di novità rappresenta?
«Non sono americano, ma ho sostenuto Obama sin dall’inizio. Sono felice che abbia vinto. Negli Usa serviva un cambiamento e lui può rappresentarlo in pieno. Obama non è espressione della classe dirigente tradizionale, come erano i Kennedy. Lui è espressione di una storia fondata sulla multiculturalità. Inoltre è intelligente, è una persona “open mind” ed è un intellettuale che ha scritto libri di qualità. Sta toccando molte cose che non sono mai state toccate. E questo è un bene, le sue prime mosse mi sembrano positive. Poi, certo, la gestione della crisi economica sarà lunga e difficile e lui è un avvocato, non un economista. Ma molti pensano che gli economisti non ci prendano… (il professor Sen lo dice ridendo, ndr). Poi su Obama vorrei aggiungere una cosa».
Dica pure…
«Uno dei limiti delle istituzioni democratiche Usa è che per essere eletti occorrono tanti soldi. E dunque, di fatto, la corsa non è aperta a tutti. Obama, invece, è riuscito a farsi eleggere ricevendo piccole cifre da tantissime persone, senza dover ricorrere a grandi finanziatori. Dunque la realtà della democrazia ha superato un limite che l’istituzione aveva».
Torniamo alla crisi e alle sue cause. Si va al cuore delle dinamiche dell’economia capitalistica che lei ha studiato tanto a lungo.
«Purtroppo le lezioni di quello che è considerato uno dei padri dell’economia di mercato, cioè Adam Smith, sono andate dimenticate, Alan Greenspan (l’ex-governatore della Banca centrale Usa, ndr) avrebbe avuto di che riflettere rileggendolo. Smith ha scritto 250 anni fa la Teoria dei sentimenti morali in cui, assieme alla valorizzazione del dinamismo dell’economia di mercato e alla forza dell’impresa, mostra però di aver ben chiari i limiti di questa realtà. Smith dice che il mercato puro non è campione di eccellenza. Il mercato ha bisogno di fiducia reciproca e non di eccessi nella ricerca del profitto. È un sistema che da solo non ha mai raggiunto risultati brillanti. Occorre, invece, riconoscere il ruolo che hanno sempre avuto le istituzioni pubbliche e non profit».
Ma il problema è che, invece, il ruolo pubblico si è via via ridimensionato.
«Certo si è vissuti nell’illusione dell’autocontrollo dei mercati. Riducendo il ruolo della vigilanza, specie negli Usa, si è costruita una bomba pronta a scoppiare. Gli Usa sono un paese di forti diseguaglianze sociali e ogni calo di reddito produce effetti pesanti, come quello di escludere una quota sempre maggiore di popolazione dall’assistenza sanitaria. E visti gli attacchi che i sistemi di welfare hanno subito e subiscono, vale la pena per voi europei riconoscere quanto avete ricavato dall’avere sistemi di welfare più estesi, sia sul piano dell’assistenza sanitaria che dell’istruzione. Faccio notare che anche in Cina non c’è la copertura sanitaria pubblica per tutti. Ce l’ha solo un quinto della popolazione che può permettersela».
Dunque ci sono regole da riscrivere per l’economia mondiale?
«Certo, molte regole andranno riscritte. Ma nell’ultima fase si è visto bene il risultato dell’aver ridotto i vincoli e indebolito i controlli. Ora c’è un lavoro importante da fare. Cosa ne uscirà? Devo dire che sono scettico quando sento parlare di un nuovo capitalismo. In realtà non so quanta utilità abbia oggi il termine capitalismo. Io penso sia più giusto parlare della necessità di un nuovo equilibrio tra istituzioni, di come le istituzioni possono garantire un equilibrio economico fondato su principi di equità e con la giusta attenzione ai più vulnerabili. Per fare questo serve una democrazia globale, serve più dialogo, serve una pratica di governo fondata sulla discussione e la cooperazione, partendo dalla responsabilità dei paesi più grandi. Vorrei per questo ricordare che oltre l’80 per cento delle armi vendute nel mondo vengono dai 5 paesi membri del consiglio di sicurezza dell’Onu (Usa, Francia, Russia, Cina e Gran Bretagna, ndr). Credo che la crisi offra la possibilità di riesaminare questioni di fondo alle quali in tempi normali non si pensa. Dobbiamo porci domande radicali, penso all’ambiente, ai modelli di welfare».
Ma in campo economico quali sono le priorità di intervento?
«La priorità oggi è rimettere in moto la dinamica economica bloccando la recessione. Non ho una formula specifica. Ma è chiaro che occorre agire in fretta e che gli strumenti da utilizzare sono diversi. Una cosa, però, mi preme sottolineare ed è che l’economia di mercato dipende in larga parte da aspettative psicologiche e dunque c’è bisogno di fiducia. Da questo punto di vista l’idea di cooperazione e di collaborazione è fondamentale. È una risorsa, una risposta alla crisi».












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