Mal di mare

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L’enfasi dedicata al ritrovamento di un piroscafo passeggeri, invece della presunta “nave dei veleni”, al largo delle coste calabresi mostra con quanta leggerezza si stia prendendo la questione dell’avvelenamento dei nostri mari. Una leggerezza che non è in alcun modo giustificata dai fatti. Nell’estate di quest’anno, da una nave mercantile maltese (la “Toscana”), l’equipaggio veniva visto scaricare in mare uno o più container al largo dell’Isola d’Elba. Il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano contribuiva autonomamente alle ricerche – dimostrando, fra l’altro, che i parchi sono insostituibili baluardi contro gli inquinamenti – identificando il probabile container a 120 metri di profondità e aprendo la strada alle investigazioni della Procura di Livorno. Come a dire che il mare viene ancora oggi considerato la tomba di tutte le nefandezze, la pattumiera per eccellenza, dove tutto si dissolve e si nasconde.

Ma nell’opinione pubblica si vuole imporre l’idea che ci sono all’opera catastrofisti senza vergogna e che, invece, le “navi dei veleni” sono in realtà innocue navi passeggeri o antichi rottami di guerra. Purtroppo non è così e avere eliminato dalla conta una nave non significa certo che il problema non esista. Oltretutto la sorveglianza e l’identificazione in profondità costano assai: si calcola che siano stati necessari oltre 700mila euro per le indagini a largo di Cetraro, una cifra che salirebbe a valori astronomici se si dovesse indagare ogni relitto sospetto. Ma la presenza anche solo sospettata di un relitto “tossico” procura danni ben più gravi alle economie locali, se non vogliamo tenere in conto quelli ambientali.

Il pesce di Cetraro non viene più venduto e la stagione turistica futura sembra già compromessa, anche se non un solo dato abbia messo in luce qualche anomalia. Si potrebbero, però, sfruttare competenze e strumentazioni delle navi scientifiche già al lavoro nel Tirreno per almeno circoscrivere meglio i casi sospetti. E ci si potrebbe attrezzare moltiplicando le aree marine protette, per avere ancora più occhi che tengono sotto controllo la salute del mare. Si calcola che siano oltre 50 i relitti affondati nel Mediterraneo centrale, ma è una stima sicuramente approssimata per difetto, vista la facilità con cui episodi del genere si registrano ancora oggi che le osservazioni sono più stringenti e i controlli certo molto migliori di solo dieci anni fa. Del resto qual è la via più comoda per eliminare un rifiuto che costerebbe altrimenti troppo smaltire?

Basta rivolgersi alla premiata ditta ecomafie per scoprire che eliminare i rifiuti insieme con le navi, e far sparire qualsiasi traccia, sia operazione attiva e pagante non solo nel Mediterraneo ma in tutti i mari del mondo. E che nessuno viene mai punito. L’attenzione mediatica sul ritrovamento dell’innocuo “Catania” voleva rassicurare gli italiani sul fatto che il fenomeno non doveva essere così diffuso, ma i fatti del Tirreno settentrionale ci dicono che forse la situazione è ancora più grave di quello che ci si immagina.