Nel nome del nonno

La lotta alla mafia si combatte su più fronti. Ci sono i giudici, c’è la società civile e c’è la scuola. La moglie del giudice Antonino Caponnetto ci racconta gli anni dell’antimafia a fianco del marito e ci spiega l’importanza dell’impegno civile contro tutte le mafie.

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La sede della Fondazione Antonino Caponnetto si trova a Firenze, nell’appartamento del giudice che ha “inventato” il pool antimafia di Palermo. In questo salotto si sono incontrati simbolicamente tutti i protagonisti della straordinaria stagione che ha portato al maxi processo contro i capi mafiosi. C’erano Falcone e Borsellino in prima fila. La signora Elisabetta Baldi Caponnetto, moglie del giudice scomparso sei anni fa, ricorda quei giorni come i più intensi e travagliati, ma anche fecondi e straordinari perché per la prima volta abbiamo avuto centinaia di condanne all’ergastolo definitivamente confermate nel 1992 dalla cassazione.

Un fatto eccezionale, mai accaduto prima, un’esperienza costruita con sapiente sagacia da uomini che al coraggio univano qualità umane notevoli, una preparazione tecnico-legale fuori del comune e uno spirito di servizio assoluto. «Tutto iniziò quando il Nonno venne chiamato a sostituire il giudice Chinnici, appena assassinato dalla mafia». Il Nonno; non ha mai smesso di chiamarlo così da quando nel 1992 lessero su un giornale che il giudice Caponnetto era stato condannato a morte dalla mafia.
«Allora decidemmo di adottare un nome in codice per comunicare», spiega la signora Caponnetto. E quel nome è rimasto come un ricordo indelebile e affettuoso nella memoria di tutti coloro che lo hanno conosciuto e apprezzato.
Dunque, il Nonno prese in mano la procura di Palermo nell’83. Lei lo seguì?
«Non volle che andassi a vivere in una caserma della Finanza, così in quei quattro anni di separazione forzata ci siamo visti appena tre volte. Non eravamo mai stati tanto a lungo lontani, nemmeno nei duri anni della guerra e neppure dopo, quando per vivere ha fatto prima l’impiegato in una ditta di trasporti poi il commesso di libreria e infine l’impiegato di banca».
Quando ha deciso di fare il magistrato?
«Un giorno un amico gli prestò un libro di diritto. Mio marito si appassionò alla materia. Essendo già laureato in legge, lavorando e studiando per il concorso divenne magistrato. Questo avvenne nel 1954, e fu lui, giovane pretore di provincia, a porre il primo quesito all’appena nata Corte Costituzionale su una questione di volantinaggio politico che allora il codice penale Rocco continuava a considerare un reato».
La Consulta gli diede ragione?
«Sì».
Veniamo agli anni del pool. Come è nato il maxi processo alla mafia?
«È nato da un lavoro durissimo durato alcuni anni e dalla tenacia di uomini che, in poco tempo, sono stati capaci di fare quello che allo stato non era riuscito in decenni. Ricordo che l’istruttoria del processo fu scritta in soli sei mesi, e dopo la firma del rinvio a giudizio dei capi mafiosi mi ritrovai alla porta di casa una corona funeraria».
Dunque il metodo Caponnetto aveva funzionato. È per questo che fu smembrato il pool?
«La fatica per istruire il processo fu davvero grande. Mio marito tornò a Firenze perché era convinto che il suo successore a capo della Procura di Palermo sarebbe stato Giovanni Falcone».
Ma Falcone venne “bloccato”...
«Già, qualcuno pensò che la stagione del pool doveva finire. E così il giudice che prese il posto del Nonno smembrò le inchieste, disperse le indagini in tanti rivoli e di fatto disarticolò il lavoro dei magistrati del pool. Fu un duro colpo, dal quale mio marito si risvegliò nel 1992, dopo le stragi di Falcone e Borsellino. Mi sono di nuovo trovata accanto un Nonno voglioso di impegnarsi. Ha ripreso ad andare nelle scuole a parlare di onestà, di partecipazione, di collaborazione. Un’attività durata fino all’ultimo. Ricordo che rimase molto colpito quando dal Governo di allora furono approvate le leggi sul rientro capitali dall’estero e sulla depenalizzazione del falso in bilancio. Non apprezzò neanche la dichiarazione del ministro Lunardi sulla necessità di convivere con la mafia. Insomma, prima di morire capì che si stava ricostituendo quel rapporto mafia-politica su cui la cupola ha fondato potere e impunità».
Cosa le piace ricordare?
«La cosa che più mi è sempre stata dentro è la sua personalità, come ha condotto la sua vita. Ai ragazzi recitava sempre un verso di una canzone di Bob Dylan: essere giovani vuol dire lasciare aperto l’oblò della speranza anche quando l’oceano è cattivo e il cielo si è dimenticato di essere azzurro... la democrazia è la possibilità di rimettere tutto in gioco».
Era credente?
«Sì, ma uno degli ultimi giorni mi ha chiesto se pregavo. Gli ho detto di sì, ma la preghiera senza buone azioni non è un compendio valido... è meglio fare che pregare. Negli ultimi mesi incontrò padre Alex Zanotelli al quale confessò di non riuscire più a pregare. Gli chiese se era una cosa grave. Non ti preoccupare – gli ha risposto padre Zanotelli – quello che hai fatto è più che sufficiente».

ORA LEGALE
La Fondazione Antonino Caponnetto si è costituita il 16 giugno 2003 a Firenze. Ad oggi la Fondazione ha come presidenti Elisabetta Baldi Caponnetto, moglie del giudice scomparso, e Salvatore Calleri, che è anche uno dei soci fondatori insieme all’Associazione Professionale Galasso, la sezione di Palermo dell’Associazione Nazionale Magistrati e l’Associazione Riferimenti. Le attività della Fondazione sono essenzialmente tre: educazione alla legalità con giovani e cittadini; analisi e rapporti sull’evoluzione delle forme mafiose; organizzazione di iniziative, incontri, seminari. Nuovo Consumo e la Fondazione Caponnetto iniziano dal prossimo numero una collaborazione sui temi della legalità e della lotta alle mafie. Chiunque desideri porre domande su questi temi può indirizzare lettere o e-mail a Nuovo Consumo. Info: www.antoninocaponnetto.it

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