Noi siamo i giovani
Sempre meno, sempre più precari, sempre più lontani dalle libere professioni e dalla ricerca. Ma sui giovani in Italia non si investe.
L’Italia non è un paese di giovani e non è un paese per giovani. Concetti ribaditi e confermati più volte nel corso degli ultimi anni da ricercatori e studiosi, ma che sono ancora più – drammaticamente – veri in questi mesi di crisi economica. Una crisi che ha rallentato l’attività di molte imprese e soprattutto aumentato il numero dei disoccupati. Secondo i dati diffusi a fine settembre siamo a quota 378mila posti persi in un anno (tasso di disoccupazione del 7,4 per cento) e con 434mila persone in più che un lavoro hanno rinunciato a cercarlo.
Ed è evidente che i primi a perdere il posto o a non vedersi riconfermato l’incarico è stato il popolo dei co.co.pro, delle partite Iva, degli interinali e via dicendo. Insomma i precari sparsi in quell’ampio arcipelago di soluzioni contrattuali che coinvolgono soprattutto i giovani (e gli immigrati). Basti dire che nel 2009 le agenzie di lavoro interinale italiane hanno registrato un 45 per cento in meno di assunzioni sull’anno precedente, il dato peggiore a livello europeo.
è un paese per vecchi Se la crisi sta picchiando duro (ovviamente non solo sui giovani) i problemi di chi in Italia ha meno di 30-35 anni non sono certo cominciati un anno fa. Anzi è una storia lunga che intreccia problemi demografici, comportamenti sociali, stili di vita e orientamenti culturali. E proprio dai problemi demografici bisogna partire per una prima fotografia dei giovani nel nostro paese. Facciamolo con le parole di Massimo Livi Bacci, uno dei più importanti demografi italiani, docente all’Università di Firenze: «Nella popolazione italiana ci sono pochi giovani. All’inizio del secolo scorso un italiano su quattro aveva tra i 15 e i 30 anni. Nel 2008 siamo a un italiano su sei e nel 2020 saremo a un italiano su sette». E questo nonostante la spinta che viene dalle famiglie di immigrati che hanno tassi di natalità ben superiori a quelli delle famiglie italiane.
Non c’è qui lo spazio per analizzare il perché di questo trend ed è certo vero che la vita media si è allungata sensibilmente, ma l’analisi di Livi Bacci porta alla conclusione che non solo i giovani sono meno come quantità, ma anche che contano meno nella società. E questo per tre motivi: sposarsi sempre più tardi allontana e riduce l’assunzione di responsabilità, avere meno giovani che lavorano in questa fascia d’età – quelli sotto i 30 erano un terzo di chi lavorava nel 1911, sono un ottavo oggi – riduce la loro autonomia e il loro peso economico, le gerarchie sociali e professionali sono bloccate e le quote di under 30 presenti nei gruppi dirigenti (ma su questo torneremo dopo) sono ridotte al lumicino.
una vita da precario Dunque in un mondo che si riempie la bocca di innovazione, di ricerca, della necessità di guardare avanti, si scopre che qui in Italia siamo fermi, siamo un paese senza ricambio generazionale. Cosa che coincide anche col fatto che siamo il paese, assieme al Giappone, con la più alta percentuale di ultra 65enni. Come hanno dimostrato le ricerche dell’economista Tito Boeri, docente all’Università Bocconi, il reddito procapite di un ventenne nel 1951 è decisamente superiore a quello di un ventenne di inizio secolo, con l’aggravante che, mentre il ventenne del 1951 aveva sulle spalle una quota di debito pubblico procapite di appena 3.373 euro, il ventenne del 2006 ha 80mila euro di debito sul groppone. Ma le cifre che fanno riflettere sono molte altre: dal 1985 al 2004 è diminuita (dal 5 al 4,6 per cento del Pil) la spesa per l’istruzione, mentre per ogni euro che si spende per chi ha meno di 30 anni, se ne spendono 3,5 per gli over 65. Siamo dunque un paese e una società che sta investendo poco sui giovani e sulla loro formazione. Anzi, per i giovani oltre alla prospettiva di una pensione decisamente incerta, si aggiunge la probabilità che se un lavoro si trova, sia precario. Citiamo sempre i dati di Boeri e di Pietro Garibaldi secondo i quali, tra dipendenti a termine, para subordinati, apprendisti e altre forme, i precari in Italia sono circa 4 milioni e mezzo (il 20 per cento sul totale degli occupati). Una cifra che forse andrebbe rivista al ribasso alla luce degli effetti peggiorativi della crisi di questi mesi (unita al fatto che i precari hanno anche meno ammortizzatori sociali su cui fare affidamento). Resta il fatto che, già prima della crisi, solo un giovane su tre riusciva a trovare un impiego a tempo indeterminato e che la probabilità di passare da un lavoro temporaneo a uno stabile sono davvero basse (tra 2004 e 2005 non si arrivava al 10 per cento). Inevitabile poi l’ulteriore corollario che i giovani si trovino mediamente ad avere stipendi più bassi: si stima un 15 per cento rispetto a chi ha lavori stabili.
giochi di potere Ma completata questa fotografia socio-economia, il punto forse ancor più delicato è quello dell’accesso dei giovani a ruoli di responsabilità, la difficoltà di entrare a far parte della classe dirigente. Uno spazio che, certo, nessuno regala, ma è altrettanto vero che lo slancio e la creatività dei giovani può essere un ingrediente fondamentale per vincere la sfida dell’innovazione, da tutti ritenuta oggi motore di sviluppo e di crescita. Illuminante la ricerca condotta da Carlo Carboni, docente di sociologia ad Ancona, su élite e classi dirigenti in Italia. Su una platea di 25mila persone “che contano” (che per quasi il 90 per cento sono uomini) quelli che hanno meno di 30 anni sono lo 0,7 per cento, quelli con meno di 40 il 3,8. Tra 51 e 60 siamo al 24,3, tra 61 e 70 anni siamo al 30,4 e oltre i 70 c’è un ulteriore 23,4 per cento. Accorpando le voci di chi è oltre i 50 anni siamo al 78,1 per cento del totale. E facendo un raffronto tra 1998 e 2004 si scopre che le cose per i più giovani sono peggiorate.
Chi era al potere è rimasto al suo posto, spostandosi solo nella fascia d’età successiva. Dall’indagine sulle élite emerge poi un altro dato assai interessante: nel giudizio che gli stessi componenti di queste élite danno su se stessi prevalgono non elementi di qualità e di forte leadership. Più che la visione strategica o le competenze la caratteristica saliente (abbastanza o molto importante) per il 68 per cento è la ricchezza, per il 54,2 avere relazioni importanti, per il 29,2 rappresentare interessi specifici. La foto finale è quella di un paese dove a decidere è una classe dirigente autoreferenziale e piuttosto avanti nell’età, che è bloccata da anni, in cui contano più amicizie e conoscenze che il rispetto delle regole, più gli interessi particolari che quelli generali.
onore al merito Il risultato è che i giovani intervistati pensano (per l’80,6 per cento) che relazioni e raccomandazioni contino più del merito. Davvero difficile in questo contesto pensare di invertire la tendenza, che vorrebbe dire avere giovani preparati e autonomi, formati da un sistema educativo di assoluto livello e a cui la società sia pronta ad offrire ruoli di responsabilità. Il rischio è dunque che prevalgano scorciatoie e rinvii, dallo stare a lungo nel guscio della famiglia, al vivere lo studio con meno intensità. Tutti fattori che alla fine, per tornare a quanto scritto da Massimo Livi Bacci, portano “a un rischio di erosione della qualità delle nuove risorse umane che alimentano la società”. E aggiunge Livi Bacci «ciò ha un costo privato relativamente basso e scarsamente percepito, ma il suo costo pubblico è rilevante ed è una delle ragioni principali dello sviluppo frenato del paese e dello svantaggio rispetto ad altri». Dunque serve più mobilità sociale, serve ricambio nelle élite, serve affermare un modello per cui un giovane dipende dalle proprie capacità e meriti e non da quanto la famiglia può aiutarlo. E qui sta il punto che davvero in Italia suonerebbe come una rivoluzione, un concetto di cui spesso si parla ma che poco si pratica e cioè quello di far prevalere il merito, di fare in modo che ci sia una gara in cui tutti partono alla pari e hanno le stesse probabilità di vittoria.
Come ha spiegato Pier Luigi Celli, direttore della Luiss intervenendo a un seminario della Fondazione Unipolis (Celli è anche autore del provocatorio libro Comandare è meglio che fottere. Manuale politicamente scorretto per aspiranti carrieristi di successo), «il problema non è tanto l’età, ma come uno è arrivato al posto che occupa. I ragazzi, in molte situazioni, non sono stati abituati a concepire il merito come chiave per fare strada nella vita. Nessuno ha insegnato loro a correre. È evidente che il problema parte dai modelli che vengono proposti dall’alto e da chi ha il potere».
Anche Tito Boeri ha pubblicamente indicato una serie di riforme a costo zero che consentano di sbloccare la condizione dei giovani. E al primo posto c’è, anche per lui, l’idea di meritocrazia come leva fondamentale. Una ricerca condotta dalla Luiss è arrivata a stimare che in Italia il non-merito costa il 7,5 per cento del Pil, in termine di inefficienze e minori performance complessive. Poi, certo, ci sono tanti altri aspetti: dalla trasparenza nell’accesso alle professioni e alle carriere (basta pensare all’università) alle politiche di sostegno alle famiglie, agli interventi sulle tipologie contrattuali. Poi forse è indispensabile che i giovani abbiano voglia di dare una spallata a chi occupa il potere e non vuole andarsene. Dopo un po’ di conflitto e di battaglia forse c’è anche più gusto a conquistarsi lo spazio. E così si dimostra anche di essere più bravi di chi c’era prima.
LA MEGLIO GIOVENTÙ
Che le energie giovani facciano bene a un paese, se debitamente valorizzate, lo dimostra anche uno studio condotto dall’americano Benjamin Jones che ha analizzato le caratteristiche biografiche dei vincitori del premio Nobel nel corso del XX secolo, soffermandosi in particolare sull’età al momento della scoperta che è valsa il premio. Ai 547 premiati sono stati aggiunti altri 286 autori di scoperte particolarmente rilevanti. Ebbene, quel che viene fuori è che il picco delle scoperte cresce rapidamente dai 20 anni in poi e raggiunge il massimo verso i 35 anni. La curva poi scende rapidamente e dai 55 anni in poi si stabilizza su valori molto bassi. Ovvero, come giusto che siano, i giovani – se ne hanno la possibilità – sono i protagonisti dell’innovazione. Riflessioni e dati che, però, sono piuttosto lontani dalla quotidianità italiana. Siamo, infatti, uno degli ultimi paesi in Europa per numero di laureati (tra i 25 e i 34 anni sono solo 19 su 100, contro una media Ue di 30, ma con paesi come Francia, Spagna e Regno Unito che sono a 40). Le condizioni economiche delle famiglie di provenienza pesano ancora in modo decisivo: in famiglie a basso livello di formazione il numero di laureati scende al 9 per cento e sale al 60 in famiglie dove i genitori sono già laureati. Dunque vecchi schemi che, però, pesano ancora alla grande sull’università italiana
una brutta media
I dati, poco incoraggianti, dell’ultima indagine del Forum nazionale dei giovani.
Un’ulteriore conferma della situazione drammatica che vivono gli under 35 in Italia viene anche dal primo rapporto, realizzato dal Forum nazionale dei giovani in collaborazione con il Cnel, sul rinnovamento delle classi dirigenti nel nostro paese, che è stato presentato a Roma pochi mesi fa. I dati sono sempre gli stessi: giovani che non riescono ad affermarsi nel mondo del lavoro e a distaccarsi dalla propria famiglia prima dei 40 anni. Classi dirigenti occupate da persone di età avanzata. E dunque, giovani costretti a un lavoro precario che rende difficile raggiungere posizioni “più in alto”. In 10 anni il numero di giovani dipendenti in ruoli dirigenziali è passato dal 9,7 al 6,9 per cento. In calo anche i giovani imprenditori, passati dal 22 al 15 per cento, e i liberi professionisti, dal 30 al 22 per cento. I contratti di lavoro precari, quindi, non fanno fare carriera: difficilmente, infatti, le collaborazioni si trasformano in contratti a tempo indeterminato. Il 73,1 per cento dei giovani che alla fine del 2006 aveva un contratto di collaborazione, a distanza di un anno era ancora nella stessa posizione. Nell’arco di un anno solo un collaboratore su dieci è entrato a pieno titolo nel mondo del lavoro standard, ottenendo un contratto a tempo indeterminato.
Secondo il rapporto c’è un altro grave fenomeno in aumento: l’inattività. Tra il 2006 e il 2007 sono cresciuti di 200mila unità i giovani inattivi, cioè che non lavorano e non cercano lavoro. Oltre 220mila i giovani che nel 2006 erano occupati e nel 2007 hanno rinunciato a cercare attivamente un lavoro. E gli ultimi dati del 2009 segnalano un aumento di 434mila unità di questo gruppo.
Il rapporto del Cnel si sofferma poi sul mondo politico, universitario e sugli ordini professionali: giornalisti, medici, avvocati.
Cominciamo dall’università. L’età media dei docenti universitari in Italia è di 51 anni; il 50 per cento dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e 8 docenti su 100 hanno dai 70 anni in su. I professori con meno di 35 anni sono il 7,6 per cento, su un totale di 61.929 docenti e ricercatori. Di questi giovani docenti quasi tutti sono ricercatori; solo 311 sono professori associati e 21 professori ordinari. Dieci anni fa la maggior parte dei docenti universitari aveva un’età compresa tra i 46 e i 50 anni; oggi hanno tra i 56 e i 60 anni. E i giovani sono sempre di meno: nel 1997 l’1,1 per cento del totale dei docenti aveva meno di 30 anni e il 7,3 tra i 31 e i 35; a distanza di 10 anni, nel 2007 le percentuali sono scese rispettivamente allo 0,9 e al 6,7 per cento.
Nelle libere professioni purtroppo non va meglio. Il giornalismo, la medicina e l’avvocatura hanno tempi di accesso lunghissimi con stage, tirocini gratuiti e condizioni di estremo precariato o sotto-occupazione che si susseguono fino a oltre 40 anni. Qualche esempio: l’età media dei praticanti giornalisti è di 36 anni. I medici con non più di 35 anni sono poco meno del 12 per cento, mentre i 35-39enni, rispetto a 11 anni fa, sono diminuiti del 13,8 per cento. Mentre gli avvocati, pur iscritti all’albo, sono costretti per anni e anni a un ruolo umiliante di garzoni di bottega.
Non va meglio nella politica: dal 1992 ad oggi i deputati under 35 non hanno mai raggiunto il 10 per cento (a eccezione della legislatura 1994-96), e attualmente alla Camera sono solo il 5,6. A fronte quindi di un’importante fetta di giovani tra i 25 e i 35 anni, pari al 18,7 per cento della popolazione maggiorenne, si ha un peso parlamentare di questa fascia d’età che è meno di un terzo (5,6 per cento).
PIANO D’AZIONE
Cosa fa il governo per l’occupazione giovanile?
A fine settembre il Governo, attraverso i ministri del Welfare Maurizio Sacconi e dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha presentato un piano articolato in sei punti per promuovere l’occupazione giovanile under 25 e rafforzare l’integrazione tra scuole e imprese. Si tratta di un piano che mira ad anticipare il più possibile l’ingresso nel mondo del lavoro e a ridisegnare l’offerta di istruzione e formazione sulla base delle necessità delle imprese, a cominciare da un rilancio dell’istruzione tecnicoprofessionale e dei contratti di apprendistato. Un piano, come ha detto Sacconi, pensato per quella fascia definita come “né-né”, vale a dire “di chi né studia proficuamente né lavora”. In Italia la dispersione scolastica è al 19 per cento, contro una media europea del 10. Ma ai fini di un rafforzamento del ruolo dei giovani nella società, ben più importante risulta il progetto di riforma organica dell’università che il governo ha annunciato per l’autunno. Un progetto molto atteso anche perché preceduto dalle polemiche e dalle proteste di questi mesi sui tagli e la mancanza di risorse negli atenei italiani.












invia un commento: