- Login o registrati per inviare commenti




In nome del padre
Insieme agli “Amici di Padre Pedro” nella periferia di Antananarivo in Madagascar dove i bambini e le loro famiglie vivono in mezzo ai rifiuti.
Funzionaria Fao, 39 anni, francese ma da venticinque anni in Italia, nel 2007 Anne Aubert insieme al marito Fabio ha fondato l’Associazione Amici di Padre Pedro (http://www.amicipadrepedro.org), a sostegno di un sacerdote argentino che opera alla periferia di Antananarivo in Madagascar.
Come nasce l’Associazione? «Nel 2006 io e mio marito eravamo in vacanza in Madagascar e ci siamo imbattuti in una messa mai vista: organizzata in una palestra, con cinquemila persone, partecipatissima. Un’esperienza bellissima che ci ha spinto a conoscere chi ne era l’artefice: Padre Pedro appunto».
Cosa avete scoperto? «Il lavoro che da vent’anni svolge alla periferia di Antananarivo dove sorge un’immensa discarica a cielo aperto. Là, in mezzo ai rifiuti, vivevano intere famiglie alle quali Padre Pedro ha restituito una speranza».
In che modo? «Sottraendo terreno alla spazzatura per costruirvi case, scuole e un ospedale che oggi servono alle diciasettemila persone, per metà bambini, che vivono nei villaggi ai margini della discarica».
Perché fondare una Onlus e non limitarsi ad aiutarlo saltuariamente? «Padre Pedro rifiuta l’ottica dell’assistenzialismo fine a se stesso: crede nell’istruzione dei bambini come base indispensabile per costruirsi un futuro. Con il nostro aiuto possiamo dare una certa continuità a questi progetti».
Come vi finanziate? «Organizziamo concerti, cene solidali, tornei di carte, libri fotografici: ogni evento è sponsorizzato così i proventi vengono devoluti interamenti all’Associazione. Siamo venticinque soci, tutti volontari, e ognuno cerca di darsi da fare al meglio coinvolgendo amici e conoscenti: nel 2009 abbiamo avuto un incremento di donazioni del 48 per cento rispetto all’anno precedente».
Prossimi passi? «Aiutare Padre Pedro a farsi conoscere nel mondo anglofono, raccogliere fondi per ampliare il centro di prima accoglienza che serve circa trentamila persone l’anno e tornare la prossima volta in Madagascar insieme ai nostri soci perché vedano di persona cosa è possibile realizzare con il loro aiuto».






