Nome e cognome

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Spero, naturalmente, di non essere mai vittima di un delitto né di esserne accusato come presunto responsabile. Ma se per una qualsiasi ragione dovesse accadermi l’una o l’altra cosa avrei una preghiera da rivolgere: per favore, non chiamatemi solo per nome.

E lo stesso varrebbe se la mia persona dovesse comunque trovarsi alla ribalta delle cronache. In ogni caso, sottoterra, in tribunale o in galera, credo che non cesserebbe il diritto di essere individuato – sia per compiangermi, sia per esecrarmi – col mio nome e cognome (o soltanto col secondo, per esigenze di brevità).

Mi rendo conto che un tale vagheggiamento possa apparire bizzarro, nel tempo in cui è diventato d’uso comune riferirsi a “l’omicidio di Meredith” o a “l’alibi di Alberto”, laddove si continua a rievocare invece il “processo Fenaroli” o il “delitto Moro”: ma forse non è così bizzarro chiedersi il perché di questa smania di familiarità forzata e fuori luogo che si è diffusa e consolidata da noi negli anni più recenti. È anche questo, s’intende, un prodotto della deriva americaneggiante del nostro costume: ma, al di là di ciò, è soprattutto un segno della crescente tendenza alla spettacolarizzazione di tutto, dell’informazione come della vita politica, dei rapporti e dei conflitti sociali come della cultura e perfino del ruolo della scienza.

Ci sono tanti altri segni, piccoli e grandi, che concorrono nella stessa direzione: si va dagli applausi durante i funerali agli eccessi delle curve negli stadi, dagli inni di partito (“meno male che Silvio c’è”) alle banalità del chiacchiericcio “opinionista” in Tv. Tutto è spettacolo, la percezione della vita reale sfuma in rappresentazioni tanto meno definite quanto più urlate. Lo spettacolo è di per sé rappresentazione, ma non sempre della realtà. Fuori delle scene, dare spettacolo significa fare ostentazione ed esibizionismo.

La morte violenta, il processo penale, i drammi all’onore della cronaca non tollerano questi generi di interpretazione e di comunicazione: vittime e protagonisti non sono maschere della finzione scenica. Non dovrebbero essere percepiti come tali neppure gli attori dei conflitti e delle scelte della vita sociale e politica: meglio forse evitare di chiamarli, anche loro, solo per nome.

PAROLE CHIAVE: tv spettacolo delitti cronaca

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