Onora il padre e la madre

Il 29 ottobre scorso, alla “Casa del cinema” di Roma, è stato presentato il documentario sulla vita di Lica e Albe Steiner, due protagonisti che negli anni Cinquanta hanno contribuito a dare un respiro internazionale alla cultura e alla modernità del design italiano. Albe Steiner è stato tra l’altro anche il creatore del marchio Coop. Il documentario è stato realizzato dai registi Franco Bocca Gelsi e Enzo Coluccio, promosso dallo studio Melarancia e sponsorizzato dalla Coop. Nell’occasione la figlia di Lica e Albe Steiner, Anna, ha rivolto al pubblico un saluto intenso e struggente di cui pubblichiamo ampi stralci.

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«Sapendo di fare un intervento in una “Casa del cinema” ho pensato di riguardare i materiali d’Archivio relativi anche specificamente a questo mondo che, naturalmente, fa parte a tutti gli effetti, dell’ambito della comunicazione visiva, di cui tutta la vita in senso lato, Albe e Lica si sono occupati. Così questa è stata una preziosa occasione per scoprire cose nuove relativamente proprio ai primi anni lavoro, subito dopo la guerra. Nel 1945, infatti, si sono costituiti, ad opera dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), i Convitti della Rinascita, cioè delle Scuole che potessero accogliere gli orfani di guerra, figli di partigiani scomparsi, per dare loro, oltre una dimora, anche un’istruzione adeguata.

Albe e Lica hanno partecipato a questo progetto dall’inizio e la cosa interessante è che si formò a Milano una sorta di centro di orientamento per i futuri studenti, responsabile del quale era il noto professore Cesare Musatti, che “smistava” i ragazzi nelle varie tipologie di scuole. Ancor più interessante è il fatto che, mentre tutti pensavano alla necessaria ricostruzione fisica del nostro paese, bombardato e distrutto, con molta intelligenza e preveggenza, Lucio Lombardo Radice, responsabile dei corsi da aprire, pensa che non ci si debba limitare a formare dei geometri o degli elettricisti, ecc., ma anche dei comunicatori, dovendo far fronte ad un paese chiuso dall’autarchia nel Ventennio fascista che aveva impedito ogni rapporto con il mondo esterno.

cabina di regia Viene quindi istituita la prima scuola in Italia di “Arti pratiche” (come recita la tessera d’iscrizione di un allievo che poi sarà professore a Milano con Albe e Lica, al suo rientro da Roma), che il giornale “Il Messaggero” segnalerà all’epoca come la prima scuola di Pubblicità, proprio qui, a Roma nella villa di via Savona, dove vi era anche la sede dell’ANPI e una Accademia d’arte drammatica, che si affacciavano su un giardino comune nel quale tutti si incontravano. Fu così che Pietro Ingrao (che, si racconta, avesse una grande passione per il cinema e sognasse pure di diventare regista) vedendo i giovani della scuola, pensò di segnalarli a Roberto Rossellini che stava cercando comparse per il suo film “Roma città aperta”. Quello stesso studente, Antonio Tubaro, che era a Roma per frequentare la scuola di arti pratiche con docenti chiamati dalla Svizzera, in quegli anni molto avanti rispetto all’Italia ancora ancorata all’accademia tradizionale sul piano della didattica della grafica e più in generale della moderna comunicazione visiva, si ritrova sul set di Rossellini nella parte del tedesco, accanto alla straordinaria Anna Magnani, imparando molto, anche dal vivo, sulla ripresa cinematografica, sull’importanza delle inquadrature, sulla fotografia, sui primi piani e su tutto quello che sta dietro le quinte di una regia di quella levatura. Contemporaneamente, con gli insegnanti di storia e lettere della scuola d’arte drammatica si svolgevano, con regolarità, incontri serali concordati con personalità come Cesare Zavattini o con altri registi che presentavano e spiegavano le loro sceneggiature agli studenti anche del Convitto.

lezioni di civiltà Questo tipo di formazione, fondata su un grande entusiasmo per recuperare il tempo perduto nell’oscurantismo fascista, aprirsi a esperienze nuove, fuori dalla retorica imperante, imparare nuovi linguaggi e tecniche di comunicazione, è quella che sta alla base dei programmi che verranno poi stilati per la scuola del Convitto Rinascita, che si aprirà a Milano nel Dopoguerra, dove Albe e Lica insegneranno, portando la loro esperienza legata alle sperimentazioni nell’ambito della fotografia, della tipografia e della grafica, fatte a partire dal 1933 in una Milano che, nonostante il fascismo, vedeva attivi pittori, architetti, grafici, intellettuali di varia provenienza in una serie di luoghi, come la Galleria “Il Milione”, lo “Studio Boggeri“, le redazioni delle riviste “Casabella”, “Campo grafico”, “Note fotografiche”.

Il discorso potrebbe andare molto oltre, perché l’interesse per il mondo della video-comunicazione non solo si mantiene da allora sempre vivo, ma si sviluppa nel tempo lasciando tracce significative nel lavoro di Albe e Lica. La cosa che premeva loro era, come dice Lica nell’intervista del documentario, quella di apprendere e utilizzare con coscienza e competenza ogni tecnica di comunicazione per promuovere il “civismo”, quindi quei valori – distrutti dal fascismo – di democrazia, curiosità, ricerca per migliorare le condizioni di vita di tutti e non di alcuni a scapito di altri».

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