Oro bianco
Dieci è il numero perfetto? Di sicuro sì, se si parla della temperatura di servizio della Falanghina. Un’uva tipica campana da cui si ottengono vini bianchi che stanno vivendo un periodo di (meritata) riscoperta. Un vino che riesce come pochi a unire le due anime della regione: quella rurale e quella marinara, la Campania dell’entroterra, dei prodotti agricoli, dei bufali, dei cereali che diventano magnifica pasta, come il versante costiero coi suoi prodotti ittici, gli agrumi, l’olio extravergine. E, coi suoi profumi delicati, si abbina al pesce grigliato o fritto e ai crostacei, alle paste con frutti di mare e sughi di pomodoro e ingredienti tipici come la celebre mozzarella.
Greco romano Vino che parla la lingua locale, dunque, fin da quando arrivò oltre due millenni fa dalla Grecia. Con questi grappoli si produceva il leggendario Falernum, il nettare degli dèi tra i più famosi in età romana. Era così pregiato che per la sua produzione e il suo commercio avevano ideato una sorta di denominazione d’origine ante litteram: sulle anfore in cui veniva conservato e trasportato erano applicate speciali fascette di garanzia che ne attestavano provenienza e anno di produzione. Anche i gourmet dell’epoca evidentemente tenevano in conto l’annata di un grande vino. Così in alcune cronache di banchetti patrizi ci sono state tramandate notizie di speciali degustazioni di Falerno invecchiato addirittura cento anni. Intendiamoci, si trattava di un vino decisamente diverso da quelli che oggi si producono con la Falanghina: con ogni probabilità era un vino liquoroso nello stile dei Marsala. Ma questo nulla toglie all’importanza e storicità dell’uva, definita dall’indimenticabile enogastronomo Luigi Veronelli “un autentico e prezioso gioiello”.
Fermi al paletto Le sue origini antiche sono già insite nel nome che, secondo un’ipotesi etimologica, deriverebbe dai paletti di legno di castagno utilizzati per la coltivazione. I greci, infatti, adottavano un “sistema ad alberello” (lasciando che i tralci crescessero fino a cadere sul terreno), ma in Campania l’umidità del terreno faceva ammuffire l’uva. Quindi si prese a sollevare la vite da terra legandola a paletti di legno (“phalangae”). Questa soluzione usata dai romani avrebbe dato poi il nome all’uva. Altri, invece, sostengono che il nome derivi dalla forma a “falangetta” dell’acino. In ogni caso, la prima citazione “scientifica” si deve a Nicola Columella Onorati che, nel 1804, inserisce la Falanghina nell’elenco delle uve da mensa. Poi l’ampelografo Giuseppe Acerbi nel 1825 lo descrive come vitigno tipico dei dintorni di Napoli, di origine sannitica, annoverandolo tra i migliori della Penisola. In Campania ha trovato il suo territorio d’elezione tanto che rientra tra i vitigni raccomandati per tutte le province della regione e per le province di Campobasso, Foggia e Isernia. Ed entra nella base di alcuni dei più apprezzati vini bianchi Doc della Campania, come Campi Flegrei (tipologie bianco, Falanghina e spumante), Falerno del Massico, Capri, Sorrento, Costa d’Amalfi; è vitigno complementare nel Lacryma Christi del Vesuvio bianco.
Razza pura Prima considerata di serie B rispetto ai più noti Fiano e Greco, oggi la Falanghina vive un deciso revival, usata in purezza (100 per cento uva falanghina) o in assemblaggio con altri vitigni, per produrre vini secchi, ma anche in versione passita o spumantizzata. La versione secca è non solo la più apprezzata e diffusa ma anche, se ben vinificata, la sua migliore espressione: profumi delicati, di fiori e frutti, gusto sapido, buona freschezza e struttura, con retrogusto appena un po’ amarognolo, quasi a ricordare il melograno. Dagli Appennini alla costa la falanghina ha saputo adattarsi alle diverse caratteristiche dei territori. Per esempio nell’area dei Campi Flegrei, che si affaccia sul Golfo di Napoli, le vigne sono inserite come stupende tessere di un mosaico nella cornice tufacea delle scogliere del Monte di Procida e si estendono fino alla Solfatara di Pozzuoli. Nell’interno, invece, le colline sono coperte da una fitta vegetazione e i vigneti si alternano tra il “saliscendi” di antichi crateri spenti. Il vino che nasce in questi luoghi eredita dal suolo ricco di tufi , ceneri e lapilli un profumo e un gusto particolarissimo, di note fresche, minerali e balsamiche, con aromi, a richiamare nettamente la mela annurca e sentori di spezie. Passito remoto Man mano però che ci si muove verso la provincia di Caserta, vicino a Lazio e Molise, la Falanghina acquista i profumi più intensi, con note di frutta, di fiori freschi e di agrumi. Anche il Sannio beneventano è vocato per la Falanghina, che addirittura vanta una sua varietà, la falanghina beneventana, appunto. Qui il vino, per via delle caratteristiche del terreno, possiede un lieve e gradevolissimo aroma affumicato, ha una maggiore struttura e, per l’elevata acidità, si presta alla produzione di vini passiti e spumanti. Ai primi del Novecento le vigne di tutta Italia furono colpite dall’epidemia di fi llossera, un parassita venuto dall’America, che mise in ginocchio la viticoltura europea. Non fece eccezione la Falanghina; negli Anni Sessanta era quasi scomparsa salvo qualche eccezione nei pressi del Lago d’Averno dove pochi ceppi centenari sfuggiti all’attacco del parassita continuarono a vivere ma esclusivamente per uso familiare o per fare vino “da taglio”. Per la caparbia di un gruppo di viticoltori illuminati, per fortuna si registra una vera riscossa negli Anni Settanta. Nel 1989 la legge istituì la Doc Falerno del Massico Bianco e prescrisse l’uso di uva falanghina “in purezza”. E fin d’allora la riscossa continua.
Vin Sannio
La festa del vino di Solopaca e la cattedrale di Sant’Agata dei Goti meritano una gita nel Sannio. La Falanghina è coltivata in molte zone della Campania, in particolare nell’area dei Campi Flegrei, sull’isola di Procida, nella Penisola Sorrentina. La prima collocazione nella Regione però sembra essere nel Sannio beneventano, dove è stata attestata la coltivazione sin dal tempo delle battaglie tra sanniti e romani.
Qui il vitigno ha trovato l’ambiente e il clima che gli sono congeniali. Non a caso le migliori cantine per la Falanghina sono concentrate nelle località di Cerreto Sannita, Castelvenere, Guardia Sanfromondi, Sant’Agata dei Goti (nella foto) e Solopaca. In quest’ultimo centro vale la pena una visita a settembre quando il paese diventa teatro di una famosissima festa del vino in cui sfilano carri allegorici fatti di grappoli bianchi e rossi, preceduti dal corteo storico evocativo dei Ceva-Grimaldi, famiglia ducale di origini piemontesi e genovesi. Da non perdere anche una visita a Sant’Agata dei Goti, nel centro medievale, e alla suggestiva Cattedrale dell’Assunta. Fondata prima del Mille, l’incredibile monumento conserva opere artistiche che hanno attraversato i secoli e la cripta romanica i cui archi poggiano su celebri capitelli finemente lavorati
L’intervista
Abbiamo parlato della Falanghina con Carlo Cinti, caporeparto generi vari del supermercato di Follonica. Lui non solo si occupa dell’assortimento, ma sta anche a contatto col pubblico e ci conferma il grado di gradimento di questo vino. È un vino conosciuto?
«Direi di sì. Anche se in Italia i bianchi più famosi sono al Nord, la Falanghina è uno dei bianchi non del Nord più conosciuti da chi apprezza il vino».
Ha una stagionalità? «In un certo senso sì, perché essendo un vino fresco al palato, ma anche fresco come temperatura di servizio risulta particolarmente apprezzato in estate. Anche perché si abbina bene con piatti di pesce e crostacei».
Chi sono i fornitori? «Ci riforniamo da quattro cantine ben note, con prodotti che possono soddisfare tutte le fasce di spesa. C’è la Falanghina del Sannio Feudi San Gregorio, un prodotto “top” a 8,49 euro (novità in assortimento). Poi la Falanghina Borgo San Michele Igt Sannio a 6,19 euro e alcune anche più economiche, la Vinicola Titerno e la cantina Solopaca».










