Per il bene di tutti
Ventidue anni fa, nel novembre del 1989, è sparito dalla faccia della terra il comunismo: o meglio, si è definitivamente conclusa una delle più vistose esperienze di regime comunista della storia dell’umanità, sicuramente la più importante dei tempi moderni. Che in realtà nell’Unione Sovietica e negli Stati satelliti si fosse affermato un modello di statalismo burocratico che aveva poco o nulla a che fare con il comunismo, non conta ai fini della storia: è il concetto stesso di comunismo che è sembrato spazzato via dal crollo del muro di Berlino. Tant’è che la sopravvivenza di strutture politiche totalitarie dominate da partiti comunisti – come nel caso della Cina, il paese più popolato e uno dei più potenti del mondo – non ha impedito che anche lì si affermasse il modello economico e sociale opposto al comunismo, vale a dire il capitalismo.
È dunque il capitalismo che sovrasta da allora, apparentemente incontrastato, la scena del mondo. A più di vent’anni di distanza – lo spazio di una generazione – l’accelerato slittamento del capitalismo produttivo nel capitalismo finanziario (peraltro considerato ineluttabile già da un secolo) ha tuttavia riportato alla ribalta della crisi globale una situazione di grave, diffuso scontento, che sembra toccare e superare i limiti della tollerabilità in settori assai vasti di popolazione, si può ben dire nella grande maggioranza delle persone. Ciò sia sul piano mondiale sia nelle singole comunità nazionali, e per quel che ci riguarda nella società italiana. Cresce il numero, e l’esasperazione, di coloro che si chiedono fino a quando si potrà sopportare che ai pochi che controllano i flussi finanziari sia concesso di determinare la miseria economica e sociale di una massa crescente di persone, a vantaggio dell’esigua minoranza che detiene la ricchezza, in Italia come in molte parti del mondo. Riaffiora quel concetto di bene comune che sembrava dimenticato nella ubriacatura ideologica del capitalismo trionfante: e la rivendicazione della politica come perseguimento e difesa di questo bene comune si fa più forte, soprattutto nei giovani che si ritrovano senza futuro. Il comunismo, così come si era preteso di averlo realizzato nel secolo scorso, è morto, d’accordo; le vie intermedie dell’economia sociale di mercato, della socialdemocrazia, dello Stato solidale si sono fatte più difficili: ma lo strapotere globale di questo capitalismo selvaggio che impoverisce interi popoli e condanna generazioni non ancora nate è davvero incontrastabile? O si è in tempo, prima che sia troppo tardi, ad imporre il bene comune come bussola dell’orientamento collettivo, quindi delle scelte politiche? Sono interrogativi che la gente si pone. Forse è questo che serve, che le persone si riapproprino della politica, per scelte che siano a vantaggio di tutti e non solo di qualche miliardario












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