Prima e dopo la cura

“Farmaci ingoiati o farmaci ragionati?” È la domanda che Coop e l’Università di Pisa rivolgono ai consumatori per scoprire se sono sufficientemente informati sulle caratteristiche dei farmaci da automedicazione prima di assumerli. I risultati della ricerca.

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«L’Italia è carente di alfabetizzazione sanitaria. Gli italiani non capiscono le parole dei medici né quelle dei foglietti dei farmaci. Ma nessuno, fino ad ora, aveva indagato le conoscenze degli italiani in questo ambito, in modo da strutturare una campagna di comunicazione fatta su misura, in base alle esigenze emerse». Parola di Annalaura Carducci, coordinatrice dell’Osservatorio della Comunicazione sanitaria dell’Università di Pisa e docente di Igiene presso la Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali, che assieme a Coop ha condotto una ricerca per indagare il livello di conoscenze e di percezione del rischio da parte delle persone che acquistano i farmaci da banco.

Per arrivare a produrre materiali informativi ad hoc, che tentino di sanare le lacune e di far ragionare le persone su ciò che decidono di mandar giù.

non saprei La ricerca dal titolo “Farmaci ingoiati o farmaci ragionati?” è stata condotta partendo da un questionario di 18 domande, strutturato in modo da valutare come le persone si informano, quanto sono aggiornate – ovvero se conoscono le caratteristiche principali dei farmaci da automedicazione, come si identificano, dove si acquistano – se capiscono il significato dei termini più comuni presenti nei foglietti illustrativi e quanto sono consapevoli, cioè se hanno una sufficiente percezione del rischio legato all’uso di questi farmaci.

Sono stati raccolti 1.416 questionari, diffusi in modo da incrociare le variabili socio-demografiche dei consumatori (età, titolo di studio, attività lavorativa, sesso) in sette sedi selezionate (IperCoop di Livorno, Torino, Bologna, Milano, Bari, Sarzana, Roma). La prima carenza rilevata dal questionario è relativa alla comprensione dei termini usati per i farmaci di largo uso. Solo il 37 per cento sa che i farmaci senza ricetta corrispondono ai farmaci “da banco”, mentre il 40 per cento li confonde con i generici. Solo il 61 per cento dei pazienti, poi, conosce il bollino “smile” che indica il farmaco da automedicazione. «In questo caso – rileva Carducci – dobbiamo purtroppo segnalare una carenza da parte delle istituzioni, perché al momento dell’introduzione del farmaco generico non è stata fatta un’adeguata informazione, ingenerando equivoci che oggi è difficile chiarire». «Ma uno dei risultati che ci ha colpiti di più – spiega la professoressa Carducci –, e che dunque evidenzia un cortocircuito comunicativo da risolvere, è l’incapacità da parte della maggior parte del campione di individuare l’esatta posologia, cioè di fare un calcolo piuttosto banale. Tuttavia va detto che fra coloro che hanno sbagliato prevalgono comunque gli errori per difetto, dimostrando un atteggiamento di cautela».

Alla richiesta, infatti, di calcolare il numero massimo di compresse da assumere in un giorno in base all’indicazione: “Prendere 1-2 compresse una-due volte al giorno”, solo il 60 per cento del campione ha dato la risposta corretta (cioè 4). E il foglietto illustrativo? L’86 per cento dichiara di leggerlo, ma solo il 67 per cento risponde di trarne un qualche aiuto. Il 23 ne risulta allarmato e il 9 confuso.

tutto compreso Ma quali sono le parole che risultano di difficile comprensione? Quasi tutti capiscono “principio attivo” (84 per cento), pochi (solo il 62 per cento) “interazioni”. Qualcuno di più sa che le controindicazioni riguardano i casi in cui non è indicato assumere il farmaco: ma il 30 per cento del campione le associa al concetto di problemi di salute causati dal farmaco. Sempre per “misurare” il livello di comprensione del foglietto illustrativo – che secondo un’analisi di linguistica computazionale dovrebbe avere un livello di leggibilità da scuola superiore – il questionario si è poi soffermato sulle parole che descrivono i sintomi correlati ai farmaci: quasi tutti capiscono “cefalea” (al 90 per cento) ma “ematuria”, cioè la presenza di sangue nelle urine, la conosce solo il 19 per cento. Anche la “stipsi” è nota solo al 60 per cento delle persone. Tra gli effetti indesiderati, il meno conosciuto è “nefrite”, cioè un’infiammazione al rene: ne dà un’interpretazione corretta solo il 46 per cento degli interpellati.

Per quanto riguarda le proprietà farmacologiche la parola “mucolitico” è quella meno nota, nonostante i troppi sciroppi per la tosse che ci autosomministriamo ai primi freddi. Una sezione particolarmente ragionata del questionario ha poi voluto valutare le conoscenze relative alla percezione del rischio con l’attribuzione di vero/falso a una sequenza di 12 affermazioni. È risultato che solo il 36 per cento sa che chi soffre di pressione alta dovrebbe usare con cautela gli antinfiammatori, ma già il 70 per cento comprende che i farmaci senza ricetta possono non andare d’accordo con altri farmaci.

a rischio di «Nel complesso – commenta Carducci – il livello di consapevolezza del rischio è piuttosto elevato, ma esiste una quota di persone che sottostima il rischio di interazioni tra farmaci da banco e altri farmaci e di usi inappropriati. Dall’analisi stratificata del campione, tentando una lettura di genere che sarebbe interessante approfondire, le donne risultano più prudenti e più informate, probabilmente perché sono quelle che sono più attente alla loro salute». Sempre a proposito del rischio di interazione, sono la minoranza (40 per cento) quelli che, al momento dell’acquisto di un farmaco da banco, avvisano il farmacista che stanno prendendo un altro preparato. «Il risultato di quest’indagine, la prima del genere che viene svolta nel nostro paese – conclude Carducci – rispecchia in parte una realtà che già conoscevamo, anche se non in modo così preciso: ovvero che l’Italia manca di alfabetizzazione sanitaria, laddove per alfabetizzazione intendiamo la capacità di acquisire, comprendere e utilizzare informazioni per la propria salute.

È un problema in particolare italiano, credo anche dovuto al fatto che non prediligiamo la cultura di tipo scientifico, ma anche e soprattutto al fatto che le campagne informative da parte delle istituzioni sono fatte in modo estemporaneo, non mirato. Un problema sottovalutato, perché una maggiore consapevolezza da parte delle persone abbasserebbe i rischi di abuso e dunque i costi sanitari globali. Ecco perché negli altri paesi europei ricerche come quella che abbiamo condotto sono assai più frequenti, così come le campagne informative per i cittadini. Non c’è dubbio che la consapevolezza e la percezione del rischio sono alla base di un corretto uso dei farmaci da banco».