Profumo di donna
Sono frutti talmente ricchi e benefici che secondo una tradizione popolare i Re Magi in visita a Gesù Bambino nella grotta di Betlemme, li portarono in dono insieme con oro, incenso e mirra. Le albicocche sono da sempre considerate piccoli concentrati di positività e salute e già i medici arabi le usavano a fini terapeutici contro otiti e mal di gola e in funzione anti-anemica. Oggi sappiamo che sono ricche di vitamine – in particolare A, B, C e PP – e oligoelementi – ferro, fosforo, magnesio e potassio –, oltre che essere fonte di beta-carotene che aiuta la produzione della melanina (e quindi la produzione di quel bel colorito sano che si ottiene con la tintarella).
Ma per trovare le origini del piccolo frutto arancione e dolce bisogna andare addirittura in Cina, dove cresceva come alberello spontaneo e dove fu addomesticato oltre duemila anni prima della nascita di Cristo, come testimonia il Libro dei monti e dei mari (Chan-hai king) datato intorno al 2200 a.C. in cui l’autore, l’imperatore Yu il Grande, già lo cita. I botanici, nello scrivere la storia di questo alberello delicato dai rami contorti, la chioma tondeggiante e le foglie verde chiaro brillante, hanno seguito il suo viaggio fino all’Europa: dalla Cina sarebbe giunto in Persia, poi in Armenia. È proprio qui che sarebbe avvenuto l’incontro con i Greci e i Romani, come si nota dal suo nome scientifico: prunus armeniaca, cioè mela armena. Così mentre Alessandro Magno guidava la campagne di guerra in quella regione, allo stesso tempo conosceva e portava in patria nuovi prodotti. Al periodo delle guerre persiane risale anche una leggenda romantica: durante l’invasione dell’Armenia gli ordini erano di preservare gli alberi da frutto e abbattere per farne legname quelli improduttivi. Ora, l’albicocco allo stato selvatico non è quasi per niente fruttifero perché i suoi fiori bianchi sono delicatissimi e sbocciano già a febbraio, quando facilmente muoiono per il freddo. Gli albicocchi erano quindi destinati ad essere abbattuti. Si narra che una ragazza affezionata a uno di questi alberi, sapendo che al mattino seguente sarebbe stato tagliato, trascorse tutta la notte a piangergli vicino. Ma al risveglio le sue lacrime erano diventate frutti dorati cresciuti sui rami e l’albero fu salvo.
alle falde del Vesuvio Arrivate poi in Italia, le albicocche incontrarono subito il gusto dei latini che le considerarono una squisitezza, una “primizia”. Ed ecco, infatti, che il termine latino precocum (primizia) divenne la radice del nome “albicocca” in molte lingue dei popoli conquistati dai romani: in francese e in inglese apricot, in tedesco Aprikose. Oltre al palato delle genti d’Italia, nella penisola le albicocche incontrarono anche il loro habitat ideale. In 50 particolare in Campania il clima e la terra erano (e sono tutt’ora) quanto di meglio ci fosse per la loro maturazione. La zona del Vesuvio è uno splendido giardino reso fertile dalla sua natura vulcanica, sinonimo di ricchezza in sali e minerali e potassio.
Non a caso qui le albicocche, di solito di un giallo-arancione uniforme, si caratterizzano per una vampata di rosso che ne abbellisce la buccia e ne rende la polpa più zuccherina. Alle pendici del Vesuvio gli albicocchi si coltivano fin dal IV secolo, anche se per una classificazione più precisa delle varietà bisognerà aspettare il 1583 quando lo scienziato partenopeo Giovanbattista della Porta le descrisse nell’opera “Suae Villae Pomarium”, definendole “crisommole” cioè “mele d’oro”. Così ancora oggi le albicocche vesuviane – prodotte in un’area di 18 comuni in provincia di Napoli, all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio – sono considerate le più prelibate. Per la loro ricchezza varietale autoctona e i sistemi di coltivazione tradizionali, ne è stata chiesta la Denominazione di Origine Protetta.
“amiche” per la pelle Dell’albicocca vesuviana fanno parte una dozzina di antiche varietà, dai nomi d’origine dialettale che – proprio per la buccia liscia e vellutata da sempre associata alla pelle di una donna seducente – richiamano caratteristiche femminili: boccuccia, palummella, spinosa, ceccona, pazza, cafona. E poi c’è la più dolce di tutte, la pellecchiella, che già nel nome indica la sua pelle sottilissima e levigata. Ha una polpa soda e zuccherina, profumo intenso e la buccia di colore giallo aranciato si infiamma a tratti di sfumature o puntini rossi, come una bella ragazza che arrossisce di timidezza. Il legame con la bellezza muliebre è doppiamente valido, perché le albicocche e i suoi noccioli sono impiegati anche nell’industria cosmetica. L’olio del nocciolo in particolare è un valido alleato contro le rughe e il succo è perfetto per i tonici per il viso o nelle creme idratanti. Una bella scorpacciata, invece, aiuta a prepararsi all’abbronzatura. Questo è il periodo giusto, perché la raccolta avviene tra giugno e agosto. Da gustare fresche a morsi (perfette anche per la dieta con solo 28 calorie) o da trasformare in succhi, centrifugati, marmellate. E per un’insalata sfiziosa, si possono usare, tagliate a pezzetti o frullate, unite a fettine sottili di cipolla dolce, pesce bianco scottato con qualche goccia di limone e gamberi.
A PIEDI NEL PARCO Sentieri da percorrere nel parco del Vesuvio.
Per valorizzare il patrimonio biologico, geologico e storico di questo territorio è stato istituito nel 1995 il Parco nazionale del Vesuvio. Grazie all’ente è possibile la salvaguardia del suo ambiente, della flora (sono ben 906 le specie vegetali presenti) e della fauna (44 specie animali), il tutto promuovendo attività di educazione ambientale, formazione e ricerca scientifica. Senza considerare la difesa del Vesuvio, il vulcano – ancora attivo – più famoso del mondo e dal grande potere suggestivo. Inoltre il territorio vanta una produzione agricola ancora con metodi tradizionali che è un vero giacimento gastronomico. Nel parco è possibile scegliere tra una serie di sentieri da percorrere per vivere le bellezze del complesso Somma-Vesuvio, immersi tra storia e natura. I sentieri sono: La valle dell’inferno, Lungo i Cognoli, Il monte Somma, La Riserva Tirone, Il Gran Cono, La Strada Matrone, Il Vallone della Profica, Il trenino a cremagliera, Il fiume di Lava. Info: www.vesuviopark.it
L’INTERVISTA
L’albicocca del Vesuvio è una squisitezza che arriva dalle terre fertili della Campania. Ecco alcune informazioni in più da Nilo Montagnani, Category Manager Ortofrutta di Unicoop Tirreno.
Da quale zona della Campania provengono queste albicocche? «La pellecchiella è una varietà che si coltiva prevalentemente nelle regioni meridionali, ma la qualità più elevata è riscontrata nei frutti coltivati nelle pendici del Vesuvio. I nostri fornitori sono coltivatori dell’area vesuviana».
Quante albicocche si vendono e da che periodo Coop inizia ad averle in assortimento? «Le albicocche sono in assortimento da maggio, ma la varietà pellecchiella inizia la produzione, e quindi la commercializzazione, a giugno fino al 10 luglio circa: in questo periodo noi vendiamo circa 100mila Kg al mese».
Chi sono i clienti “affezionati”? «Questo prodotto è apprezzato dai clienti di tutte le zone in cui siamo presenti, anche perché cerchiamo di farne conoscere la qualità grazie a vendite promozionali mirate e degustazioni guidate».
Quindi, pur essendo un prodotto tipico della Campania, anche i clienti delle altre regioni lo apprezzano? «I clienti sono sempre più informati sui prodotti di qualità, quindi anche le albicocche pellecchielle sono molto richieste anche in altre regioni».










