Quei bravi ragazzi

L’impegno di cooperative giovanili – e di Coop – nelle terre confiscate ai boss mafiosi, l’evanescenza di uno Stato che non fa tutto quello che dovrebbe per sostenerle, quello che resta ancora da fare nella lotta alla mafia nelle parole di Rita Borsellino.

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Rita Borsellino segue da tempo le vicende delle cooperative giovanili che hanno preso in gestione le terre e i beni della mafia, le hanno coltivate, le hanno trasformate da possedimenti mafiosi in imprese che producono reddito, danno lavoro pulito e lanciano a tutti noi un luminoso segnale di speranza, la speranza che le cose possano cambiare, che i giovani non siano costretti a subire l’oltraggio e la violenza del potere mafioso, che le risorse di quest’isola meravigliosa rappresentino di fronte al paese e al mondo intero quello che di buono la Sicilia sa offrire: un paesaggio stupendo, la cultura di una terra antica e tanti buoni prodotti da bere e da mangiare.

Rita Borsellino segue questi ragazzi fin dal principio e, insieme a Coop, li sostiene nel loro sforzo quotidiano di portare avanti un’esperienza dal grande valore simbolico, oltre che economico. «Purtroppo non sono in molti a crederci – dice Rita Borsellino – penso alle istituzioni, a cominciare dallo Stato che si sottrae sistematicamente a un impegno chiaro e forte per aiutare queste realtà a crescere». L’ora della legalità, se deve scoccare, ha bisogno di lancette molto precise. E di finanziamenti. Quando questa intervista uscirà, probabilmente molti soci la leggeranno in spiaggia, al sole o sotto l’ombrellone e forse qualcuno si chiederà se per caso anche la mafia di questi tempi va in ferie. Un riso leggero e profondo attraversa lo sguardo di Rita Borsellino e anticipa una risposta seria. «No, la mafia non va mai in ferie, non abbandona mai il suo territorio, non lascia per un solo istante incustoditi i suoi affari, non ha momenti di distrazione come, invece, hanno spesso le istituzioni nel combatterla. Uno degli elementi di forza della mafia è proprio questa continuità, questo essere sempre presente a se stessa, mentre lo stato si distrae un po’ troppo».

Intende forse dire che attraversiamo un momento di “pausa” nella lotta contro la mafia?

«Dico che a volte lo Stato manca di continuità, non affonda i colpi come dovrebbe approfittando della grande difficoltà in cui si trova adesso “cosa nostra” dopo i terribili colpi che le hanno inferto magistratura e forze dell’ordine con la decimazione dei suoi vertici. Spesso è la politica che manca. Invece, in un momento come questo ho avvertito con disagio l’insediamento delle varie cariche istituzionali locali e nazionali, e ci è toccato di sentire celebrare come eroe il famoso stalliere di Arcore, al pari di Falcone e Borsellino...».

Ma quale è il clima che si avverte tra la sua gente?

«Io dico sempre che Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono riusciti a fare da morti quello che da vivi non sono riusciti a fare. C’è riconoscenza e affetto verso di loro e quello che rappresentano, la storia di queste due persone è entrata fin dentro il tessuto familiare, molti hanno la fotografia in casa di Paolo e Giovanni come fossero quelle di un parente o di un amico... Purtroppo da un po’ di tempo noto la tendenza a chiudersi della società siciliana, sembra che ci sia una voglia di ritrarsi perché ci si rende conto che non è il momento adatto, soprattutto dal punto di vista politico. È come se la gente avvertisse che i segnali che arrivano dalla politica non sono segnali positivi in questo momento e così si ferma, aspetta, sta a guardare».

Invece le nostre cooperative non stanno a guardare.

«Tutt’altro. Ma non tutti sanno apprezzare questo grande impegno dei giovani che prendono in mano le terre della mafia. Nel migliore dei casi la politica e le istituzioni li trattano come ragazzi che giocano e il messaggio che arriva loro è “arrangiatevi”. Se lo Stato volesse davvero valorizzare il patrimonio sequestrato alla mafia potrebbe fare molto di più, invece, si limita a guardare, lasciando che questi ragazzi se la sbrighino da soli. E allora dobbiamo inventarci qualcosa per andare avanti. La vigna va avanti perché si è fatta l’operazione adotta una vigna. La buona volontà e la fantasia vanno bene, ma da sole non bastano a sostenere uno sforzo così impegnativo come quello delle cooperative che hanno preso le terre della mafia per metterle al servizio della comunità, rendendole produttive e sviluppandole, creando lavoro onesto di cui in Sicilia c’è tanto bisogno».

Cosa potrebbe fare concretamente lo Stato per aiutare queste realtà?

«Tante cose. Ad esempio facilitare l’accesso al credito oppure liberare la montagna di soldi sequestrati alla mafia per impiegarli produttivamente a sostegno delle cooperative. Ci sono patrimoni monetari enormi sequestrati ai boss mafiosi, sono lì, fermi, e non vengono utilizzati. Perché non ne mettiamo a disposizione almeno una parte per queste cooperative giovanili che stanno davvero trasformando il volto di un territorio da regno della paura e della violenza a terra prospera e di speranza?».

Già, perché?

«Forse manca la volontà oppure il coraggio. Purtroppo la Sicilia è piena di questi simboli all’inefficienza. Non solo non si sostengono adeguatamente le belle e coraggiose realtà nate sulle terre sequestrate alla mafia, ma ci sono beni sequestrati e poi dimenticati, e stanno lì, come tanti emblemi di questo fallimento di uno Stato che da una parte li sequestra e dall’altra li abbandona a se stessi».