Rosso rubino

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Aglianico, infatti, probabilmente non è altro che la volgarizzazione del termine greco “Ellenikon”: da lì il passaggio a Hellenico, Hellanico per arrivare infine ad Aglianico. Perché furono i greci a importare questo vitigno nell’Italia meridionale, dove tra Campania e Basilicata, incrociandosi con viti originarie, ha trovato il suo terreno di adozione. Era il VI-VII secolo a.C., l’epoca della fondazione delle colonie nella Magna Grecia.

Se questa è storia sull’etimologia qualche dubbio rimane. C’è, infatti, chi ritiene che potrebbe derivare dall’antica città di Élea (Éleanico), lungo la costa campana o dal greco “aglianos”: ovvero splendente, per distinguerlo da altri vini della zona che avevano un colore molto più scuro. I romani comunque lo ribattezzarono “vitis ellenica” e ne favorirono la diffusione in buona parte della Campania tanto che, vinificato in bianco, era – si pensa – il vitigno con cui facevano il Falerno.

Prima che quel nome diventasse aglianico passarono comunque secoli: ci fu da attendere la dominazione aragonese nel XV secolo, con l’uso fonetico spagnolo di pronunciare gli la doppia l.

sotto torchio Ma la storia di questo vitigno è anche ricca di ritrovamenti e leggende. Intanto ci sono i reperti, come i resti di un torchio che risale ad epoca romana e che è stato rinvenuto nei dintorni di Rionero in Vulture (Potenza) e poi una moneta in bronzo che raffigurava Dionisio, venerato come Bacco, e che era stata coniata a Venosa nel IV secolo a.C. Originario di Venosa era anche Orazio che di questo vino narrò le meraviglie. “È un buon vino, che ridona speranze nuove e dissipa affanni amari”, scrisse il poeta latino invitando a brindare con la coppa piena.

Quanto a leggende si narra che i cartaginesi dopo la battaglia di Canne del 216 a.C. usarono dell’Aglianico – mentre si trovavano in Basilicata – per curare le ferite dei soldati. Certo è comunque che il termine Aglianico fu usato per la prima volta in una lettera del 1559: Sante Lancerio, cantiniere del papa Paolo III, descrivendo al Cardinal Guido Ascanio Sforza i vini d’Italia, così scrisse: “Il vino Aglianico viene dal Regno di Napoli, dove si fa buon Greco”.

boccone amaro Attraverso i secoli l’Aglianico è diventato il principale vitigno a bacca nera del Meridione e in particolare della Campania. Capace di incantare il più grande giornalista enologico italiano Luigi Veronelli: “Un detto antico dice: vino amaro, tienilo caro. E difatti l’Aglianico, vino difficile, ostico ma infinitamente grande, è certamente “amaro” – scrisse Veronelli – nel senso che l’uva matura tardi, i tannini sono difficili da domare e, nel complesso, se non viene vinificato con attenzione, all’inizio non dà il meglio di sé. Eppure è il vino più affascinante e di spessore fra quelli campani. Dall’Aglianico, a seconda del terroir, nascono vini diversi, ma legati dal filo rosso di un’austera muscolosità”.

Il risultato è infatti un vino rosso rubino più o meno intenso o granato vivace, che da giovane è tannico e migliora con l’invecchiamento. Un rosso da primi piatti con ragù (anche di selvaggina) per salire negli abbinamenti – secondo la tipologia e l’annata – agli stracotti e alle carni rosse allo spiedo. E poi ideale per i formaggi a pasta dura.

doc doc Oltre ad avere una sua Docg esclusiva, il Taurasi, l’Aglianico in Campania lo ritroviamo nelle Doc Aglianico del Taburno Rosso, Cilento Aglianico, Falerno del Massiccio Rosso, Galluccio Rosso e Galluccio Rosato, Guardia Sanframondi (o Guardiolo) Aglianico, Sannio Aglianico, Sant’Agata dei Goti Aglianico, Sant’Agata dei Goti Rosso, Solopaca Aglianico. In genere per ottenerne la denominazione è previsto un uvaggio dove è presente almeno all’85 per cento. Ma per questo vino ci sono grandi prospettive ancora da esplorare. Tanto di qualità – e alcune aziende stanno investendo anche in collaborazione con le università per studiarne il miglior rapporto con la diversa natura del territorio – che in promozione sui mercati stranieri, a cominciare da quello Usa. Perché, come ha scritto di recente l’Herald Tribune, dopo aver effettuato un’ampia degustazione dei migliori, questo è un vino straordinario ma spesso dimenticato.


IN RELIGIOSA SOLITUDINE Eccoci nel cuore dell’Irpinia, la terra del Taurasi, il più famoso tra gli Aglianico di Campania. Un luogo da non perdere, di suggestiva bellezza è l’Abbazia del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi. Un complesso architettonico e religioso che fu fondato da San Guglielmo da Vercelli. Pellegrino verso la Terra Santa, il religioso attraversò l’Irpinia e qui scoprì la sua vocazione di eremita. Divenne allora missionario in questi luoghi e fondò monasteri. Prima – era il 1114 – la comunità maschile di Montevergine e un ventennio dopo, Goleto: dopo aver vissuto a lungo nella cavità di un grosso albero diede, infatti, il via alla costruzione di un monastero femminile. Passato attraverso i secoli da momenti di splendore ad altri di abbandono, il monastero ha oggi il suo gioiello nell’Abbazia che fu fatta costruire per contenere le spoglie di San Luca. Un edificio gotico a fianco del quale si trova la chiesa inferiore nata come cappella funeraria. Si può inoltre visitare la Torre Febronia, capolavoro di arte romanica.


L’INTERVISTA L’Aglianico è un vitigno molto particolare, sinonimo di territorio, ma al tempo stesso apprezzato anche in zone lontane dalle vigne d’origine. Un vino che sta vivendo una stagione d’oro. Ne abbiamo parlato con Laura Alberti, responsabile commerciale Generi vari in Coop, sommelier.

Quanto Aglianico vendete? Il consumo di Aglianico, inteso come valore complessivo delle Docg e Doc che utilizzano il vitigno, si attesta intorno ai 250mila euro annui. Le maggiori vendite si hanno nel canale degli Ipermercati soprattutto nell’area Campana.

Quale tipologia soprattutto? Questo vitigno viene impiegato nella vinificazione di diverse Doc e Docg campane e lucane. In particolare ricordiamo la Docg Taurasi (minimo 85%), la Doc Aglianico del Taburno (minimo 85%), la Doc Falerno del Massico ( 60-80%) e la Doc Aglianico del Vulture (100%). Il suo impiego interessa anche la produzione di vini come il Solopaca rosso, il Cilento, il Vesuvio Lacryma Christi e altre Doc campane con percentuali variabili: tutte produzioni presenti nei nostri assortimenti.

Quali sono gli abbinamenti consigliati? Il vino, di colore rosso rubino tendente all’aranciato con il trascorrere dell’invecchiamento, è di grande struttura. È sempre stato difficile, aspro, duro, e richiede lunghi periodi di maturazione per “ammorbidire” queste spigolosità, attenzione ancora più importante oggi poiché la tendenza è quella di preferire vini più morbidi e rotondi. Per queste caratteristiche predilige abbinamenti con primi piatti a base di ragù (anche di selvaggina), arrosti, grigliate e formaggi semiduri. Le versioni invecchiate si legano a ricette più complesse a base di cacciagione e formaggi stagionati.

 

PAROLE CHIAVE: Aglianico vino campania