Sani come pesci
Gli omega3, i grassi buoni del pesce che tengono bassi i trigliceridi nel sangue.
Ho parlato e scritto più volte in favore del consumo di pesce, assai prima che le raccomandazioni nutrizionali ufficiali divulgassero l’utilità di consumarne almeno due porzioni settimanali. L’avere anticipato quest’acquisizione non è merito mio, semmai dell’avere pranzato accanto a un anziano studioso, il prof. Sinclair, invitato dall’Università di Pisa a tenere una “lettura magistrale” sui meriti, all’epoca quasi ignorati, di particolari acidi grassi a lunga catena: gli ormai noti “omega3”.
Il prof. Sinclair, reduce da un soggiorno di tre mesi in Groenlandia, attribuiva al consumo di pesce il fatto che i locali quasi ignorassero trombosi e precoci degenerazioni vascolari, potendo vantare una migliore fluidità sanguigna e un basso livello di trigliceridi ematici. La tesi, poi recepita dalle industrie farmaceutiche con una serie di prodotti estrattivi e sintetici, ha trovato numerose conferme epidemiologiche influenzando positivamente i nostri consumi di pesce, pressoché raddoppiati in pochi decenni. Il pesce fa parte di un gruppo di alimenti ricchi di proteine pregiate, di vitamine e oligoelementi biodisponibili, ma si distingue da altri prodotti di origine animale per la particolarità dei suoi “grassi buoni”. Lo stesso prof. Sinclair, a cui era stata offerta a pranzo un’aragosta, si rammaricò che in Italia si trascurasse il meno costoso pesce azzurro (alici, sardine, aguglie, trote ecc.), in favore di crostacei, molluschi o altre specie marine, povere di omega3.
Segnalo, quindi, con soddisfazione che il Ministero delle Politiche Agricole e l’API (Associazione Piscicoltori Italiani) hanno sponsorizzato di recente, presso la nuova Fiera di Roma, un convegno sull’acquacoltura italiana. Tutti i relatori hanno sottolineato gli ottimi requisiti dei prodotti nostrani: in primo luogo la scontata garanzia di freschezza, dato che i fornitori non hanno problemi nel prelevare trote, spigole e orate poche ore prima dell’invio ai mercati. Ormai la professionalità degli operatori e l’accuratezza dei controlli (più facili che sul pescato d’importazione) garantiscono l’intercambiabilità tra i prodotti di acquacoltura e il pescato tradizionale. Non è un caso che gli “hamburger di trota” deliscati, reperibili nei migliori supermercati, stiano incontrando, in particolare tra i ragazzi, più successo del pesce a trancia. In conclusione, l’acquacoltura è una risorsa in grado di avvicinare un sempre maggior numero di italiani al consumo del pesce con vantaggi salutistici e senza bisogno di dover acquistare in farmacia quanto si può ricavare da due o tre porzioni settimanali di pesce.










