A São modo

La missione di un professore nella favela brasiliana di São Bernardo do Campo e di un suo amico d’infanzia.

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Professore al Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna, Leonardo Altieri, 60 anni, da due anni partecipa attivamente al Comitato di Solidarietà (http://www.saobernardo.it) che sostiene e finanzia progetti sociali nella favela brasiliana di São Bernardo do Campo, alla periferia di San Paolo del Brasile.
Cos’è il Comitato São Bernardo? «Un progetto che ho visto nascere: sono amico d’infanzia di Padre Sante, uno dei sacerdoti che trent’anni fa fondarono la missione in questa favela. Su iniziativa del Comune di Imola, seguito da quelli di Lugo, Castelbolognese, Dozza e Castel del Rio, si avviò una collaborazione per aiutare la gente di São Bernardo. Due anni fa mia moglie Rita, Assessore alla Solidarietà del Comune di Castelbolognese, mi ha “trascinato” in Brasile a vedere cosa ha contribuito a creare il Comitato».
Che cosa ha trovato? «Asili nido e scuole materne che nulla hanno da invidiare alle nostre, la farmacia dei poveri, un centro di formazione professionale all’avanguardia, una Banca per il microcredito, piccole imprese commerciali soprattutto femminili. Obiettivo del Comitato non è fare elemosina ma finanziare progetti che lascino un’impronta e si sviluppino: come l’iniziativa di avviare all’interno della favela una rete di economia solidale, ispirata alla tradizione delle cooperative italiane, in particolare dell’Emilia Romagna».
Come si finanzia il Comitato? «Grazie ai comuni gemellati, alle parrocchie, alle scuole, alle aziende: un impegno trasversale che coinvolge tutto il nostro territorio. Per questo ogni anno una delegazione del Comitato va a vedere come vengono spesi i soldi inviati».
Momenti difficili? «Visitare la favela, entrare nelle case è stato uno shock morale, fisico, emotivo che non mi aspettavo. Ma la cosa che ricordo meglio è il sorriso di quella gente poverissima».
Cosa si augura per São Bernardo? «Che il sistema delle cooperative locali cresca aggregando e aiutando sempre più persone. Ma anche che i nostri giovani, sempre più spinti alla paura e alla chiusura, vadano lì a conoscere realtà tanto dure eppure così ricche di solidarietà e speranza. Anche per noi».
Con che motivazione proseguite su questa strada? «Non ci si può fermare quando, pur nell’assoluta povertà, ci si imbatte in una dignità e un senso della solidarietà che noi ormai abbiamo smarrito».

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