Scena del crimine
Finita l’era della 24ore piena di contanti, ormai la finanza – lecita e illecita – viaggia su microchip e reti telematiche. Il colonnello della Guardia di Finanza Umberto Rapetto ci spiega come il progresso tecnologico ha mutato i comportamenti criminali.
A sentir parlare di paradisi fiscali e corrieri che portano denaro all’estero, quasi sorride. Il colonnello Umberto Rapetto, comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza, ha passato tutta la sua carriera a dare la caccia ai pirati del web tanto da essere oggi consulente di molti organismi internazionali nella lotta al crimine tecnologico. Il classico signore con la valigetta carica di denaro che passa il confine nazionale? Per molti è già preistoria, afferma lui, sicuro.
«Nel paradiso fiscale, una volta uno doveva avere il fiduciario da quelle parti, mentre ormai il denaro è immateriale. Dobbiamo sganciare la nostra testa dal pensiero che il denaro sia dentro una valigetta, il denaro è dentro un microchip. Poi, una volta ripulito il denaro, non c’è nemmeno il bisogno di portarlo da un’altra parte».
Il progresso tecnologico ha mutato lo scenario criminale? «Sì, siamo gradualmente arrivati alla “remotizzazione” dei comportamenti criminali: senza dovermi spostare, posso arrivare dall’altra parte del mondo senza grosse preoccupazioni che qualcuno mi possa fermare per strada. Certamente, soprattutto nel settore finanziario, ci sono assetti legislativi che, anche nell’ambito della Comunità Europea, non sono ancora perfettamente allineati e danno spazio a queste – chiamiamole pure – “possibilità di risparmio”. D’altronde la velocità decisionale di un’organizzazione criminale non teme confronti».
Come si portano oggi capitali all’estero, se la valigetta è passata di moda? «Uno dei business più usuali – e anche maggiormente redditizi – è quello di trasformare il denaro di provenienza dubbia in traffico telefonico: è un cambio di valuta. Poi si va da un gestore telefonico e gli si chiede di avere in affitto una numerazione a valore aggiunto, per esempio l’899; su tutto il traffico indirizzato a quell’899, il gestore si terrà il 10 per cento. Quando la numerazione 899 batterà cassa, il gestore darà il 90 per cento di quello che è stato speso. Significa ripulire il denaro con il 10 per cento di costo senza avere partner da coinvolgere né dover simulare un’attività, cercare un’area, tutte attività che, in genere hanno un costo maggiore che si aggira sul 30-35 per cento della cifra. Un altro modo per riciclare è quello di creare un call center che fa telefonate per il televoto».
Denaro vero e investimenti immaginari? «Si possono aprire via internet cinquanta conti in cinquanta banche diverse distribuite sul Pianeta, attribuire a ciascuna di queste una titolarità che possa fare riferimento a una presunta realtà imprenditoriale, fare un sito con dentro la “customer satisfaction“, mostrare lavori mai fatti e mettere anche tutte le fotografie. Con una tale capacità di simulazione, rischiamo di avere una proiezione della realtà che non esiste. E questo è il vero anello debole dell’intero assetto».
Quindi anche gli accordi dell’Europa con alcuni paesi non sono risolutivi? «Bisogna tenere conto che qualunque accordo, per essere stipulato, richiede, diciamo, tre mesi. Per modificare un comportamento e dribblare i paletti messi da quell’accordo, ci si impiegano due minuti. Questa è la situazione».
Quindi, al di là della volontà del legislatore... «Sì, il problema è che una legge per arrivare a essere definita ha un tempo talmente elevato che i comportamenti che si cerca di normare potrebbero essere già scomparsi. Pensiamo a quelli che hanno fatto delle speculazioni quotando in borsa società nel mondo del terziario durate una settimana. Se anche uno avesse detto, “accidenti, questa è una fregatura” e avesse deciso di adottare tutte le più solerti iniziative, non sarebbe arrivato in tempo. Il vantaggio del crimine è il tempo».
In questo contesto, gli attuali provvedimenti per regolamentare le intercettazioni telefoniche non aiutano la lotta al crimine. Che ne pensa? «Sono uno strumento fondamentale, ma il problema è che anche il mondo delle intercettazioni telefoniche è cambiato in maniera significativa. Il vero criminale si organizza, compra cinquanta schede sim, cinquanta le dà al suo corrispondente e, dopo ogni telefonata, entrambi buttano la sim. Ed è la prassi».
Una partita destinata ad avere sempre un solo vincitore, quindi? «No. Credo che la parte investigativa debba essere potenziata ma, soprattutto, dovrebbe essere creata una base di cultura comune tra legislatore, magistrato, forze dell’ordine in maniera da armonizzare lo sforzo collettivo. Non può essere soltanto una caccia cibernetica: il punto di forza è il controllo del territorio. Le macchine investigative – che già oggi stanno lavorando bene – devono riuscire ad avere la percezione dei tenori di vita che sono fuori dell’ordinario. Creare una cultura diversa significa arrivare all’ostracismo di chi paga le tasse, a superare la linea di demarcazione tra furbizia e crimine e a non far percepire come smart, brillante, chi riesce a dribblare i vincoli».












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