Schermo piatto
L’estate in Tv è passata tra storie di santi alternate al chiacchiericcio su amori più o meno paludati e peccaminosi, in un sapiente dosaggio tra il sacro di consumo e il profano da cassetta. Ora le reti si preparano al rilancio autunnale dei programmi: e forse conviene che gli spettatori avveduti si dispongano all’impatto chiarendosi un poco le idee. Sconsigliabile, ad esempio, farsi illusioni sulla qualità dei palinsesti, dove la tendenza è decisamente al ribasso, come ci dice l’esperienza dell’ultimo decennio. Ugualmente appare vano sperare, tranne poche eccezioni, in una ricuperata affidabilità dell’informazione video, se la linea resta quella tracciata dal maggiore telegiornale nazionale (basti ricordare in che modo è stata data, all’inizio dell’estate, la notizia della condanna in appello del senatore Dell’Utri a 7 anni di reclusione per avere favorito i mafiosi). Se non c’è da aspettarsi niente di buono, è tuttavia possibile optare per un “consumo” diverso della televisione.
Direi tre cose, tra quelle alla nostra portata. Primo, sottoporsi a dosi meno massicce di Tv per privilegiare altri mezzi di comunicazione, come del resto già da tempo ha scelto di fare il pubblico più giovane, sia che si tratti di intrattenimento, sia di informazione. Secondo, fare un uso accorto del telecomando, sfruttando tutte le opportunità di rintracciare, nelle pieghe dei palinsesti, quello che vale davvero la pena di vedere, e che non sempre si trova sulle reti maggiori o nelle trasmissioni più reclamizzate. Terzo, e più importante, mettersi “in visione e in ascolto” (come usavano dire i telecronisti di una volta) con l’approccio critico sufficiente a non lasciarsi condizionare più di tanto. Per esempio: se si sentono “esperti” di vario genere che dicono dal video delle stupidaggini, come talvolta capita, tenere ben presente che si tratta di professionisti, attori, scienziati, politici, economisti, giuristi, professori, medici e quant’altro che sono stati prescelti dalle trasmissioni che li ospitano (e per lo più sono sempre gli stessi), mentre esistono in questo paese altri professionisti, attori, scienziati ecc., di autentico valore, che rifiutano tali sceneggiate o semplicemente non sono invitati a dire la loro.
Considerare, insomma, che la televisione non è l’Italia, ma una sua rappresentazione molto parziale. Per motivi analoghi, non conviene prendere supinamente le abitudini che la Tv tende ad imporci: se lì si applaude a ogni piè sospinto, generalmente a sproposito e comunque a comando, si può evitare di trasferire questa stucchevole usanza a tutte le circostanze della vita che ci circonda, ad esempio, ai funerali nelle chiese trasformate in luogo di spettacolo. E se in Tv ogni tre parole si sente dire “ovviamente”, guardiamoci dall’imitare gli incauti affabulatori nell’uso ossessivo di questo avverbio: chi sa dire soltanto cose ovvie finisce per non interessare più nessuno.












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