In segno di gratitudine

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Voglio raccontarvi una piccola storia gentile che fa bene al cuore. Sono circa vent’anni che ho “adottato” tre ragazzi a distanza in Bangladesh. Tutto nacque da un’amica che conosceva Don Rigon, missionario italiano che si occupava attivamente di bambini assai disagiati. Io scelsi di aiutare negli studi i più grandicelli, perché i piccoli trovano più facilmente “genitori” a distanza, fanno più tenerezza. Ma poi, arrivati ai 10-12 anni, non hanno sostegno per continuare gli studi e sono destinati a una vita di squallore e miseria.

In breve, si sono diplomati col mio piccolo aiuto almeno una decina di ragazzi che mi hanno mandato fotografie e ringraziamenti a ogni fine corso. I diplomati vengono rimpiazzati da altri ragazzi, ovviamente. Ora, aprendo la posta ho trovato una lettera commovente di un ragazzo indiano che non fa che ringraziarmi e benedirmi, insieme alla direttrice della scuola, per avergli dato la dignità di un essere umano in grado di esprimere il suo talento nella vita.

Questa piccola grande cosa mi ha riscaldato il cuore e mi ha consolata: se ancora qualcuno al mondo è capace di gratitudine e di speranza, vuol dire che si può tornare a credere nella parte migliore dell’umanità, cancellando per un attimo la brutalità di chi brucia un extracomunitario su una panchina, di chi accoltella un gay, di chi profana tombe israelite, di chi insulta pubblicamente l’Unità d’Italia e l’Inno di Mameli, di chi offende quotidianamente la civiltà con la sua arroganza.

PAROLE CHIAVE: speranza povertà adozione