Servizio privato
Le conseguenze della privatizzazione del servizio idrico secondo Riccardo Petrella.
«Il sole, l’aria e l’acqua sono essenziali per la vita. E allora, se si dice che l’acqua è vita, come si fa a privatizzare una delle fonti principali della vita?» Sembra di sentire gli oracoli sibillini, ma è Riccardo Petrella che parla. Docente di ecologia umana presso l’Accademia di architettura di Mendrisio, presidente dell’Istituto europeo di ricerca sulla politica dell’acqua (Ierpe), membro del comitato scientifico del World Political Forum, Petrella si batte da anni per l’acqua pubblica.
Ora lancia l’allarme. «Dopo l’approvazione del decreto Ronchi che rende praticamente obbligatorio il passaggio in mano ai privati della gestione del servizio idrico, e il vertice di Copenhagen che non è riuscito ad affrontare neppure da lontano il grande tema dell’accesso libero all’acqua per milioni di persone nel mondo, come si fa a stare zitti».
Professor Petrella, cosa pensa del “decreto Ronchi”? «È una legge che arriva alla fine di un percorso, iniziato quindici anni fa con la legge Galli, da quando la classe politica italiana, in parte anche quella di sinistra, è stata catturata dalla logica della privatizzazione di tutti i servizi pubblici. Ormai tutto è merce. È merce l’energia, è merce l’acqua, è merce il sole, è merce l’istruzione, è diventata merce anche l’aria con i mercati di emissione di CO2 introdotti a Copenhagen, adesso è merce anche l’acqua».
Ma Governo e Confindustria dicono che si tratta solo di privatizzare il servizio idrico, l’acqua in realtà rimane pubblica. «È una fandonia che circola da anni. In realtà quando si fa un contratto di servizio idrico il privato acquisisce il potere di conoscenza sul bene, sa quale è il suo valore finanziario, possiede la tecnologia, controlla lo stato biochimico dell’acqua, conosce le strutture di produzione, dei costi, dei prezzi. In pratica il pubblico perde la capacità di esercitare il controllo per cui alla fine il vero potere decisionale sulle scelte passa nelle mani di chi gestisce il bene e non di chi né è proprietario. In breve, quando si privatizza il servizio si privatizza anche il bene che viene erogato. Nel caso dell’acqua la conseguenza della sua privatizzazione è la mercificazione della vita».
D’accordo, l’acqua deve essere pubblica. Ma anche dove è pubblica non è che la gestione brilli per efficienza. «Certo. Il problema non è solo pubblico o privato. Il problema è innanzitutto che non si deve parlare di privato per i beni essenziali alla vita. Poi è fondamentale che la gestione pubblica sia corretta e non corrotta, competente e non scellerata, oculata e non sprecona».
Però si dice che con il privato c’è più concorrenza? « Ma quale concorrenza. La verità è che anche l’acqua finirà nelle mani dei monopoli com’è accaduto in Francia dove esiste un duopolio che si traduce di fatto in monopolio in ogni comune perché le due più grandi imprese si sono sparite il mercato. Si chiama concorrenza questa?».
E in Italia? «In Italia pian piano stanno emergendo piccoli monopoli regionali. Sono tutte fandonie quelle che ci raccontano certi economisti rispetto alla concorrenza e alla maggiore trasparenza nella determinazione dei prezzi e delle tariffe».
Appunto, parliamo di prezzi. «I prezzi dovrebbero essere stabiliti dalle Autorità territoriali di ambito (le ATO, ndr), ma normalmente i comuni accettano le analisi fornite dall’operatore privato che trova sempre ottime ragioni per chiedere e ottenere aumenti delle tariffe. I comuni finiscono sempre per non avere gli elementi per decidere la politica tariffaria, alla fine è il privato che decide, i comuni non hanno più nessuna voce in capitolo e nessuna possibilità di criticare».
Lei si è battuto perché nel recente summit di Copenhagen si parlasse anche del problema dell’acqua. Com’è andata? «È andata male. Durante i lavori del summit c’era stata una proposta della Cina di mettere all’ordine del giorno anche il tema dell’acqua, subito seguita dal Sud America e dall’Africa. Ma nel giro di 24 ore, prima gli Usa e poi l’Unione Europea hanno detto no. Purtroppo a Copenhagen hanno prevalso altre logiche».
Quali? «Hanno prevalso le logiche di controllo sulla cosiddetta economia verde anche a costo di monetizzare le risorse vitali del Pianeta come le foreste, l’aria, l’acqua. La priorità è chi fa un miliardo di automobili verdi o di frigoriferi ecologici nei prossimi quindici anni. Questo è il problema dei potenti. Per cui avremo tante industrie che faranno per dire frigoriferi verdi, ma ci saranno tre miliardi di persone che tra vent’anni abiteranno nelle baraccopoli e, ammesso che possano comprarlo, non sapranno dove metterlo il frigorifero ecologico».
acqua salata
Quanto spende una famiglia italiana
Un aumento di 16 euro rispetto al 2007 per una famiglia tipo che consuma 200 metri cubi annui di acqua per uso domestico, pari a una spesa media annua nazionale, nel 2008, di 297,7 euro. L’evoluzione delle tariffe e della spesa annua vede un aumento, nell’ultimo decennio 1998-2008, del 68 per cento. È quanto emerso dal VII rapporto presentato dall’Osservatorio Nazionale Tariffe e Servizi di Federconsumatori. Dal rapporto emerge inoltre che la spesa annua più contenuta, tra 37 città campione, per un consumo medio della famiglia di 200 metri cubi annui la registriamo nelle città di Milano e Cuneo. Mentre la spesa più alta è registrata ad Arezzo e Reggio Emilia. La forbice tra la città più conveniente e quella più cara raggiunge il rapporto 100-347. In particolare, gli aumenti più consistenti sulla bolletta dell’acqua sono avvenuti a partire dal 2003 con il varo dei nuovi piani di ambito e tariffari pagati dagli utenti per finanziare investimenti nelle reti previsti, ma realizzati “solo” per il 49 per cento. Bisognerà chiedersi allora perché gli aumenti tariffari sono stati pagati e gli investimenti no. «Sarebbe, infatti, opportuno verificare se gli investimenti ai quali hanno corrisposto aumenti tariffari previsti nei Piani di Ambito come quota parte siano stati davvero realizzati – spiega Rosario Trefiletti –. In caso contrario andrebbero rivisti e rimodulati i piani tariffari e di investimento affinché vi sia piena corrispondenza tra ciò che si chiede di pagare ai cittadini e ciò che viene concretamente realizzato di anno in anno. E nel caso risultino immotivati sfasamenti, Federconsumatori propone l’applicazione delle sanzioni previste a carico dei gestori affidatari per inadempimenti contrattuali delle convenzioni fino alla revoca stessa e forme di risarcimento per i consumatori».
Acqua salata
Quanto spende una famiglia italiana.
SPESA MEDIA ANNUA PER USI DOMESTICI
2000 190,3
2001 196,0
2002 203,8
2003 214,3
2004 240,0
2005 253,2
2006 267,0
2007 281,6
2008* 297,7
*elaborazione su dati dell’Osservatorio Nazionale Tariffe e Servizi Federconsumatori, su dati Istat nazionale e del Co.Vi.Ri.
PERDITE IN RETE NEL 2005 (%)
Puglia 46
Sardegna 44
Abruzzo 41
Molise 39
Campania 37
Basilicata 34,5
Friuli-Venezia Giulia 34
Lazio 34
Umbria 32
Valle d’Aosta 31
Sicilia 31
Toscana 30
Calabria 29,5
Piemonte 29
Emilia Romagna 27
Veneto 26
Trento 24
Marche 24
Lombardia 22
Trentino-Alto Adige 20
Liguria 19
Bolzano 14
FORME GESTIONALI DEGLI AFFIDATARI AL 31 DICEMBRE 2009
5 gestori privati
31 società a capitale misto di cui: 15 selezionati con evidenza pubblica 16 con socio privato quotato in borsa
64 società interamente pubbliche
6 affidamenti particolari












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