Spirito di patata

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L’Amflora è stata sviluppata per l’industria della carta e dei collanti, per l’alimentazione animale e come fertilizzante. Ma dietro questa semplice patata capace di restituire il 20 per cento di amido in più c’è una storia che ha dell’incredibile e che si è conclusa con la più strana delle decisioni proprio quando molti stati dell’Unione stanno facendo marcia indietro sugli ogm. Il primo paradosso è che il gene introdotto all’interno della patata Amflora che conferisce resistenza ad almeno due antibiotici non serve a migliorare le sue caratteristiche ma è solo uno strumento economico di selezione: una semplice scelta industriale che non ha nessun valore innovativo per la pianta.

«Ancora una volta nessuna innovazione volta a dare benefici agli esseri umani – dice Vincenzo Tassinari, presidente del consiglio di gestione di Coop Italia –, ma solo un aumento del rischio di contaminazioni sia nei campi che nelle filiere alimentari». Però i marcatori genetici rimangono dentro la patata e finiscono nell’organismo degli animali che se ne nutrono. «A questo punto, il rischio è che frammenti di dna transgenico possano entrare nel dna dei batteri gastrici e intestinali e indurre la resistenza agli antibiotici i quali diventano inefficaci – spiega Fabrizio Fabbri, direttore scientifico della Fondazione per i diritti genetici –. Per questo nel 2001 una normativa europea stabilì che a partire dal 2004 non si possono autorizzare ogm che contengano marcatori capaci di indurre resistenza ad antibiotici di importanza terapeutica in medicina umana o veterinaria».

Viene dunque da chiedersi perché i commissari europei, che hanno il compito di sorvegliare sulla salute dei consumatori e dell’ambiente, abbiano dato via libera a questa pianta geneticamente modificata che potrebbe rappresentare un pericolo per la salute di noi tutti. Forse a Bruxelles pesano più gli interessi delle lobby che quelli dei consumatori? «Finora la principale critica che veniva rivolta al decisionismo della burocrazia di Bruxelles era proprio la “freddezza’’ con cui venivano varate disposizioni erga omnes che tenevano spesso più in considerazione gli interessi delle nazioni forti o delle grandi lobbies che delle specificità nazionali e territoriali » dice Gianni Pittella, vice presidente del Parlamento Europeo.

coesistenza pacifica? E già, oltre ai rischi per la salute dei consumatori, c’è anche la minaccia di disperdere patrimoni secolari di produzioni tipiche e biodiversità. Essendo organismi viventi, i pollini degli ogm possono viaggiare per chilometri trasportati dagli agenti atmosferici e dagli insetti. Questo bisogna dire riguarda solo in parte la patata che normalmente si propaga utilizzando il tubero e non il seme ed è per lo più sterile. Ciò non toglie che quando un ogm viene in contatto con una pianta tradizionale finisce col passare le sue caratteristiche di resistenza al nuovo ospite il quale diventa un ogm a sua volta.

Ecco perché la “coesistenza” tra colture tradizionali e colture geneticamente modificate è difficile da gestire. «Chi potrà più garantire che nei nostri campi non finiscano, insieme alle produzioni locali di alta qualità che ben conosciamo nella loro ricchezza e varietà, anche gli ogm, magari coltivati nel podere accanto?», si chiede Pittella. È anche per questa ragione che il Governo italiano pare intenzionato ad invocare la clausola di salvaguardia nei confronti della patata Amflora e degli ogm in generale. «Al di là di quelle che sono le incertezze non ancora risolte sulla problematica degli ogm la nostra posizione è quella di favorire le produzioni autoctone e naturali». Così il Ministro della Salute Ferruccio Fazio a margine della Quinta Conferenza Oms su Ambiente e Salute che si è svolta a Parma. Posizione che trova un consenso molto ampio anche da parte delle associazioni dei consumatori. «Noi riteniamo che il problema sia essenzialmente economico – dice Primo Mastrantoni, segretario nazionale Associazione per i diritti degli utenti e consumatori –. Pertanto diciamo che l’Italia deve impedire che venga distrutto un patrimonio agrocolturale che non ha uguali al mondo». Èd è esattamente quello che pensa la maggioranza degli italiani. «Tra l’altro l’Italia è il primo produttore di alimenti biologici a livello europeo e sarebbe davvero da idioti buttare a mare questo immenso patrimonio per coltivare delle cose omologanti su cui la scienza è divisa e che possono essere nocive per la salute», aggiunge Mario Capanna che della battaglia contro gli ogm ha fatto la sua bandiera.

«Ma la clausola di salvaguardia ambientale prevista dalla Direttiva 2001/18 potrebbe non bastare – avverte Fabbri – se non si attivano subito gli organismi scientifici competenti per preparare i dossier necessari a motivarne l’applicazione». L’Europa insomma lascerà che gli Stati membri restino sovrani nella decisione di dare il via a queste coltivazioni, ma tutti gli occhi sono puntati sulle politiche comunitarie e sui processi decisionali che le guidano. «Credo che il nuovo ruolo dei parlamenti nazionali e ancor più degli enti locali introdotto nel processo decisionale dal Trattato di Lisbona – osserva Pittella – potrà essere molto utile per rafforzare la voce dei consumatori e dei piccoli produttori, soprattutto in un paese così ricco di “saperi e sapori’’ come il nostro». In attesa che questa prassi diventi normale, cerchiamo di capire come vengono prese oggi certe decisioni, proprio analizzando il caso della patata Amflora.

storia di un tubero L’Efsa è “la chiave di volta dell’Unione Europea per quanto riguarda la valutazione dei rischi relativi alla sicurezza alimentare umana e animale”. Così sta scritto nel sito dell’Authority europea sulla sicurezza alimentare che ha sede a Parma. Proprio per questa sua influenza nelle decisioni europee in materia di sicurezza alimentare è utile a capire che cosa ha detto l’Efsa a proposito della patata ogm. Nel rapporto pubblicato il 24 febbraio 2006 e aggiornato il 28 giugno 2008 sta scritto che “dopo l’estrazione dell’amido” che viene utilizzato nell’industria, “i sottoprodotti della patata ogm” destinati eventualmente all’alimentazione animale sono altrettanto sicuri di quelli della linea parentale non ogm. E pertanto, conclude il rapporto, “con ogni probabilità” questa patata “non avrà effetti avversi sulla salute umana, animale o sull’ambiente”. «Un’affermazione quantomeno ambigua dato che non può esserci parte della pianta e del suo frutto totalmente immune dalla presenza del dna modificato», spiega Fabrizio Fabbri. E anche la formula probabilistica con cui si chiude il rapporto non è molto di rassicurante. «Ma l’Efsa lavora così, i suoi rapporti trascurano spesso dati fondamentali o li sottovalutano o li giudicano poco importanti», commenta Fabbri. È esattamente quello che è successo nel 2004 quando l’Efsa dichiarò poco importanti ai fini terapeutici sia la karamicina sia la neomicina, come dire che, se anche diventiamo immuni a questi antibiotici non importa, tanto sono poco usati.

Ma nel 2007 l’Ente europeo del farmaco (Emea) ha dichiarato che, stabilire l’importanza di un antibiotico sulla base dei volumi utilizzati, è un errore metodologico prima ancora che di merito perché abbiamo bisogno sempre di antibiotici che non siano troppo diffusi per la semplice ragione che la larga utilizzazione può già essere causa di formazioni di flore batteriche immuno resistenti. Inoltre non è vero che queste due sostanze sono poco diffuse. Infatti le troviamo regolarmente in vendita nelle nostre farmacie. Quindi non si può dire che karamicina e neomicina abbiano uno scarso valore terapeutico. «Dobbiamo denunciare la Commissione Unica del Farmaco (Cuf) che tiene nel prontuario farmaci inutili oppure dobbiamo denunciare la Commissione Europea che mette in pericolo la salute umana?», ironizza Maria Carla Giugliano, di Greenpeace.

A questo punto la domanda è: ma l’Efsa su quali basi svolge il proprio lavoro istruttorio di pratiche così delicate? Quali e quante ricerche sul campo ha condotto per decidere se dare parere positivo alle richieste delle multinazionali?

interessi in gioco «Al tempo della consultazione del 2007 sul modello agroalimentare libero da ogm, una delegazione da me guidata si recò a Parma dove ha sede l’Efsa – racconta Mario Capanna – e dall’incontro con i suoi massimi dirigenti venne fuori che l’Efsa non ha mai condotto e non conduce analisi scientifiche in proprio pur potendolo fare da regolamento. E allora quando arriva una richiesta, l’Efsa si limita a controllare che la documentazione fornita dalla multinazionale di turno corrisponda alla pubblicistica scientifica, ma poiché la scienza è divisa, non si capisce a quali testi dia più credito. In conclusione l’Efsa fa da passacarte con l’aggiunta di considerazioni che a volte possono lasciare aperto uno spiraglio a chi deve decidere in favore delle multinazionali».

È sulla base di queste procedure che il maltese John Dalli, Commissario Europeo di fresca nomina alla Salute e alle Politiche dei consumatori, si è basato nel decidere di dare via libera alla patata della Basf? In attesa di avere una risposta a questa domanda, siamo riusciti a scoprire che della patata Amflora se ne potrebbe tranquillamente fare a meno. Ed ecco il secondo paradosso. «Sul mercato sono già disponibili patate convenzionali (non-ogm), con contenuti di amidi quasi identici e senza geni di resistenza agli antibiotici», sostiene Maria Carla Giugliano. Sappiamo che sono state sviluppate dalla Europlant tedesca e dalla olandese Avebe. E sappiamo anche che il secondo produttore tedesco, la Emsslandstarke gmbh, che muove annualmente 350mila tonnellate di patate da amido non ogm, ha dichiarato che a causa del rischio troppo alto di contaminazione non adotterà la patata Amflora. A questo punto dobbiamo farci una semplice domanda. Se la patata che produce più amido esiste già in natura, se i rischi per la salute e per l’ambiente sono tutt’altro che trascurabili, se la schiacciante maggioranza dei cittadini europei è contraria agli ogm (secondo i dati di Eurobarometro 3 europei su 4 gli ogm non li vogliono) e se, come dimostrano alcuni recenti studi, le piante transgeniche producono tra il 7 e il 10 per cento in meno delle piante naturali, per quale motivo si vuole introdurre questo prodotto? «Il problema è che questi potenti concentrati economico-finanziari mirano al controllo dell’alimentazione mondiale – afferma Capanna –.

Quando una multinazionale ha in mano il monopolio dei brevetti impone al coltivatore un doppio giogo: ogni anno deve ricomprare i semi modificati e gli erbicidi per trattarli riuscendo così ad ottenere un doppio guadagno. Se il coltivatore viene trovato a trasgredire scattano sanzioni severissime. Tutto questo perché le piante ogm sono rese sterili e il coltivatore è obbligato a rifornirsi dei semi dalla multinazionale che detiene il brevetto».

Il business è miliardario. E tutto questo senza nessun reale beneficio e con molti rischi per l’ambiente e la salute. È come se Dio si facesse pagare i diritti d’autore per il creato.