Sulla carta
Ci sarà tempo fino al 30 aprile per fare domanda di accesso alla cosiddetta SocialCard. Fin ora, infatti, pare che le domande accolte siano state ben al di sotto dei beneficiari previsti. Nel frattempo sono state anche estese le possibilità di utilizzo della carta. Oltre che per le bollette, ora la carta sarà utilizzabile anche per acquistare prodotti farmaceutici e parafarmaceutici.
Tuttavia, non possiamo non criticare quest’operazione per come è stata condotta, per i requisiti molto stringenti che hanno escluso molte fasce di soggetti poveri, per l’incapacità di incidere davvero sui livelli di povertà reali a causa anche del mancato inserimento tra i beneficiari della carta delle famiglie con almeno tre figli che sono quelle statisticamente più povere.
Per questo ad oggi possiamo affermare che il 4 per cento delle famiglie rappresenta un’esigua minoranza rispetto ai bisogni e che la maggioranza dei poveri non riceve la tessera. Inoltre, contrariamente a quanto sbandierato dal governo al momento del lancio, la carta non è affatto anonima e imprime sul suo titolare lo stigma sociale della povertà. Quello di cui si è parlato poco sono i costi elevati di gestione che ammontano a circa 26 milioni, il 4 per cento dell’intero stanziamento per il 2008. Non è poco per uno spot. Senza contare le tonnellate di carta movimentate dagli uffici ministeriali, dall’Inps e dalle Poste.
L’obiettivo di aiutare i più poveri poteva essere raggiunto semplicemente incrementando i contributi esistenti su pensioni, assegni familiari, sostegni per il terzo figlio. Invece si è voluto frammentare ulteriormente il già complicato sistema dei trasferimenti generando ulteriore, inutile burocrazia.
Ma quello di cui si è parlato ancora meno è come è stata finanziata la SocialCard. Intanto fissiamo una cifra: 450 milioni è quanto previsto a copertura della carta (il referendum che qualcuno chiede giustamente di accorpare alle elezioni europee ne costa 500). Ma siccome le domande accettate sono, almeno per ora, circa la metà di quelle previste, il fondo non verrà utilizzato interamente. A parte le discutibili donazioni di Eni ed Enel e il contributo delle cooperative a mutualità prevalente, buona parte dei soldi stanziati a copertura della SocialCard provengono dalla riduzione di altri stanziamenti sociali di cui i comuni non potranno più disporre.
Si tratta di 271 milioni di euro in meno agli enti locali che non finiranno più nei programmi di sostegno alle persone e alle famiglie bisognose. Insomma, con una mano si è dato e con l’altra si è tolto. E lo Stato ha preferito evidenziare il suo ruolo centrale a discapito di quello di chi è più vicino ai cittadini ed è in grado meglio di chiunque altro di individuare e sostenere quella parte di popolazione più indigente attraverso interventi diretti e servizi sociali.












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