Tax driver
Sono decenni che se ne parla, ma, chissà perché, della famosa tassa sulle transazioni finanziarie, meglio nota come Tobin tax dal nome del suo ideatore, non se ne vede l’ombra. A una tassa sui movimenti di capitale ci aveva già pensato Keynes negli Anni Trenta. Il grande economista inglese, noto per aver sostenuto la necessità dell’intervento pubblico nell’economia con misure di politica fiscale e monetaria volte a stimolare la domanda e rilanciare l’occupazione – una ricetta che oggi i Governi europei farebbero bene a riprendere in considerazione – riteneva che le transazioni finanziarie, soprattutto a breve termine, effettuate prevalentemente a scopo speculativo, esercitassero una forte azione perturbatrice sui mercati e che pertanto andassero scoraggiate introducendo un’imposta.
Tobin, premio Nobel per l’economia, riprese e attualizzò quest’idea, in sé molto semplice, che consiste nell’applicare un balzello dello 0,5-1 per cento sul volume della transazione. Dal momento che molti investitori impiegano i loro soldi in operazioni a brevissimo termine preferibilmente a carattere speculativo, una tassa renderebbe meno conveniente usare il denaro per generare altro denaro a costo di destabilizzare i mercati e indebolire la sovranità degli stati. Nel corso del tempo, però, la Tobin tax ha perso il suo carattere originale ed è diventata, invece, una proposta per far cassa. Si calcola, infatti, che se venisse applicata nell’area Euro, produrrebbe un gettito intorno ai 55 miliardi di euro annui che, nelle intenzioni degli attuali suoi sostenitori, potrebbero essere impiegati dai Governi in virtuose politiche di sostegno allo sviluppo, di supporto allo stato sociale e di lotta alla disoccupazione. Di questi tempi non sarebbe certo un male ricavare così tanti soldi da un’imposta sulle transazioni finanziarie. Ma bisognerebbe ricordarsi che lo scopo principale della Tobin tax era un altro. Era appunto quello di porre un freno alle transazioni e scoraggiare la speculazione a breve termine, quella che, operando sul cambio delle valute e sul debito degli stati, mette in movimento volumi immensi di capitale al solo scopo di ricavarne un profitto immediato con il risultato di mettere a rischio la stabilità del sistema finanziario internazionale e la sovranità nazionale degli stati. Cosa che accade, ahinoi, molto di frequente nel mondo della finanza ipertrofica che cresce su se stessa come un cancro e poi scarica la sua folle malattia sull’economia reale.
Chi ne fa le spese siamo noi comuni mortali costretti a pagare l’appetito senza freni dei grandi speculatori internazionali, quelli che poi, dopo averci spolpato, parlando attraverso la voce delle agenzie di rating, sentenziano che siamo poco affidabili e ci declassano senza pietà insinuando il sospetto che tutto quello che facciamo per risanare l’economia, i duri sacrifici che ci vengono chiesti per apparire più sani e più belli agli occhi dei cosiddetti mercati, servano alla fine soltanto a rimettere in moto il ciclo perverso della speculazione finanziaria. Di certo una Tobin tax, adeguatamente parametrata, non basterebbe da sola a portarci fuori dalla crisi, ma ci aiuterebbe a porre un freno a chi, anche speculando sulle nostre disgrazie, continua ad accumulare lauti guadagni.










