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Dopo un inverno e una primavera così piovose, in molti si aspettavano che i problemi connessi al grande caldo fossero ormai in via di risoluzione. Li ricordiamo bene, gli scettici del cambiamento climatico che se ne andavano in giro per televisioni, radio e giornali a strigliare gli esperti del clima, che si ostinavano a mettere in guardia sul fatto che la temperatura media dell’atmosfera comunque era in crescita.
E ricordiamo bene anche lo spazio che veniva loro inopportunamente concesso, solo perché fa molto più notizia lo scettico che va contro il pensiero e i dati dell’intera comunità scientifica, che non il climatologo con le sue diligenti tabelline delle temperature, un po’ come si preferisce sempre l’uomo che morde il cane al cane che morde l’uomo. Purtroppo sul cambiamento climatico si è scelto di accreditare la visione di due schiere di scienziati contrapposti, ciascuna con le sue buone ragioni, che si fronteggiano.
Non è così: la stragrande maggioranza degli scienziati è d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico esiste; sarà addirittura più veloce e più forte del previsto e che la colpa è della specie umana, incapace di vivere armonicamente con il resto del creato. Ma noi temiamo così tanto di cambiare abitudini che siamo pronti ad aggrapparci a qualche pioggia invernale e a qualche nevicata per farci coraggio e dire andiamo avanti così che non c’è problema.
Ed ecco che arrivano i primi dati estivi a smentirci: questa del 2009 è stata la quarta estate più calda degli ultimi due secoli. Le coperture nevose, che quest’inverno ci avevano fatto sperare in un recupero dei ghiacciai, si sono liquefatte in poche settimane e siamo addirittura a un livello di ghiaccio inferiore a quello degli anni scorsi. I ghiacciai alpini in particolare arretrano tutti in misura maggiore e al Polo Nord il riscaldamento è due volte più veloce che altrove.
Siccome l’Artico è uno dei grandi regolatori climatici della Terra, questo dato peggiorerà il riscaldamento climatico in atto, con conseguenze drammatiche: il 25 per cento della popolazione mondiale si troverà a soffrire la siccità e a limitare le attività agricole. Servirebbero 110 miliardi di euro all’anno (dal 2013 al 2017) di fondi pubblici mondiali e a fornirli dovrebbero essere i paesi ricchi, mentre nella prossima conferenza sul clima di Copenaghen si rischia di stare ancora a discutere su quanto debbono fare i paesi poveri. Anche per colpa dell’enfasi posta dai media su un eventuale rallentamento del cambiamento climatico, i governi del mondo non trovano ancora la via per costringere le attività produttive nel solo alveo possibile, quello dell’efficienza e del risparmio, ma balbettano schiave di un concetto di sviluppo che va ormai decisamente abbandonato.
I fatti ci dicono, però, che neanche precipitazioni eccezionali possono ormai ricaricare le riserve profonde di acqua e mitigare il cambiamento climatico. Non è poi così calda, commentava la rana un secondo prima di bollire nell’acqua della pentola in cui era stata calata.










